Definire l’indefinibile

Quello è il Tutto. Questo è il Tutto. Da Tutto sorge il Tutto.
Se dal Tutto è preso il Tutto, solo il Tutto rimane.
(Ishavasyopanishad e Brihadaranyakopanishad)
Sono due versetti che esprimono una bellissima e centratissima immagine di Dio e dell’infinito, cioè di quello che non si può definire.
Indubbiamente nell’antica India c’erano dei “pensatori” incredibili l’identificare il concetto di Infinito con Dio e contemporaneamente dare un attuale interpretazione di infinito matematico, non è un impresa semplice. In occidente, sin dal tempo dei greci, passando per tutti i maggiori filosofi e matematici, le interpretazioni sono state e sono tuttora molteplici.
I greci, con Anassimandro, parlavano di “apeiron” che più propriamente vuol dire indefinito, illimitato e che viene identificato con l’ “archè”, il principio primo, il “luogo”da cui tutto proviene e dove tutto ritorna annullandosi.
Nel pensiero cristiano si ha l’identificazione tra Dio ed infinito, in Plotino, s. Anselmo, Cusano ed altri, c’ è la preoccupazione di conciliare il finito con l’infinito, dovuta al fatto che Dio deve essere Infinito, ma è presente nel finito.
Nel pensiero matematico il concetto di infinito assume i suoi contorni propriamente teorici con Cartesio, Newton e Leibniz e più recentemente con Weierstrass (teoria degli insiemi).
Ritengo che nessuna di queste definizioni sia completa come quella dei versetti iniziali.
Se qualcuno mi chiedesse cosa sia, per me, l’infinito, risponderei: un mare senza l’orizzonte
Le bufale degli ambientalisti
Dico subito che gli “scienziati” che fanno politica,come lo stesso Zichichi, Rubbia, Montalcini etc.,non rientrano,a mio giudizio, nel clichè del vero scienziato e su certi premi Nobel sarebbe opportuno approfondire i loro meriti. Infatti il loro principale lavoro è ottenere finanziamenti e favori per le loro equipes e non solo.
Cmq. questo articolo di Z. risulta interessante,anche per il riferimento al Cern e al Big bang. Argomento su cui penso di ritornare, perché un miliardesimo di secondo sembra un tempo vicinissimo al Big Bang, ma in effetti non lo è. La parte più complessa della fisica è ben al di sotto di questo tempo, cioè bisogna scendere ad ordini di grandezza del tempo di Planck.
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Giornata dell’ambiente: Come combattere l’inquinamento dei catastrofisti.
di Antonino Zichichi
Il 5 giugno è per l’Onu la Giornata mondiale dell’ambiente. Siccome imperversano i catastrofisti è necessario che questa giornata sia dedicata a capire sia le origini dell’inquinamento ambientale sia quello dell’inquinamento culturale. Entrambi minacciano il futuro di noi tutti. Il catastrofismo nasce dall’uso di modelli matematici che diventano pericolosi se chi li elabora non dice cosa è veramente prevedibile e cosa ha invece bisogno di verifiche sperimentali. Per fare le quali non servono né i comitati né i salotti, ma solo ed esclusivamente i laboratori e gli scienziati.
Nei laboratori del Cern a Ginevra studieremo com’era il mondo un decimo di miliardesimo di secondo dopo il Big Bang. La matematica che noi usiamo è simile a quella necessaria per lo studio del Global Warming e dei problemi meteo-climatologici. Ecco perché io posso parlare di questi problemi, lontani dalla mia attività scientifica, ma che per essere descritti hanno bisogno della stessa matematica usata dai catastrofisti. Loro usano un enorme numero di parametri liberi, noi solo uno. Nonostante la superiorità dei nostri modelli matematici facciamo previsioni dicendo che esse debbono essere sottoposte a verifiche sperimentali. Una delle previsioni è l’esistenza del Supermondo. Ma non diciamo: abbiamo un modello matematico rigoroso e siamo sicuri che esiste il Supermondo. Diciamo invece che è necessario fare una serie di esperimenti per sapere se sono vere le nostre previsioni. Per questo abbiamo costruito strumenti potenti e una pista magnetica circolare lunga 27 km. L’ambientalismo dei catastrofisti vuole far credere al grande pubblico che le previsioni dei modelli matematici sono certezze e che può esistere una Scienza interdisciplinare senza essere specialisti nello studio di determinati problemi. Accade che un individuo, sapendo pochissimo di fisica, di chimica e di matematica, diventi specialista in scienze ambientali. La posta in gioco è altissima e sarebbe necessario dar vita a un Progetto mondiale per salvare il mondo dal pericolo di Olocausto ambientale. Questo progetto dovrebbe avere le dimensioni del «Progetto Manhattan», che nella II Guerra mondiale in appena quattro anni ha permesso al mondo libero e democratico di dotarsi delle più potenti tecnologie.
Quello dell’ambiente e della meteo-climatologia è un problema altamente interdisciplinare in cui sono necessari fisici, chimici, matematici di grande valore. Insegna Enrico Fermi – cervello n. 1 del Progetto Manhattan – che la ricerca interdisciplinare nasce dalla collaborazione tra scienziati specialisti in discipline diverse. L’unica strada per battere l’inquinamento culturale dei catastrofisti è portare lo studio dell’ambiente e della difesa delle caratteristiche vitali della Terra, nel cuore della Scienza. L’inquinamento culturale è da tempo che imperversa. Ricordiamo ai lettori più giovani che un terzo di secolo fa era stata prevista la morte del Mediterraneo entro il 2000. In tempi recentissimi i catastrofisti avevano previsto quest’ultimo inverno «sahariano»; e invece si è rivelato il più piovoso degli ultimi cent’anni, per motivi che abbiamo discusso su queste colonne il 23 aprile scorso.
La Giornata mondiale dell’ambiente dovrebbe servire per far capire ai governi che è urgente affidare alla Scienza i problemi da cui dipende il futuro dei sei miliardi e mezzo di passeggeri imbarcati su questa splendida navicella spaziale che gira attorno al Sole. I problemi da risolvere sono numerosi e di notevole complessità; ne abbiamo più volte parlato su queste colonne.
La riflessione che Berlusconi propose alla Comunità Europea voleva evitare il rischio di perdere miliardi e miliardi di euro adottando decisioni sbagliate. Questo rischio è corroborato dalle novità scientifiche emerse in questi mesi e ignorate dai media. Al prossimo G8 Berlusconi proponga la chiusura della riflessione con un nuovo «Progetto Manhattan» per salvare il mondo dal pericolo di Olocausto ambientale.
No Islam
CRITICA DELLA DOTTRINA CORANICA – ISLAMICA
Anni addietro, ho assistito ad alcuni dibattiti ecumenici ove esponenti del clero cattolico affermarono essere l’Islam la religione del Dio comune. Data la mia ignoranza in materia a quel tempo, ho creduto vera l’affer-mazione, vista l’autorevolezza dei proponenti. Tuttavia poiché non si è data alcuna dimostrazione, rimuginavo tra me, ipotesi giustificative: sarà forse per la similitudine tra le opere di Cristo e quelle di Maometto, per la sintonia tra ciò che dice il Vangelo e quanto sta scritto nel Corano. La pigrizia m’impediva di metter mano alla biografia di Maometto e al Corano, archetipi Islamici, per fare un confronto con il Cristo ed il Vangelo, modelli Cristiani, e verificare se esiste un’equivalenza tra il magistero dei due, tanto da poter supporre un’ispi-razione, un sentire, una fonte comune, da giustificare l’asserzione: Islam religione del Dio comune.
L’attacco compiuto dai terroristi islamici, agli Stati Uniti d’America, l’undici settembre duemilauno, gli avvenimenti correlati che lo precedettero e quelli che ne seguirono, mi portò ad informarmi sulla vita di Maometto e sul contenuto del Corano, archetipi islamici, per sottoporli a critica e capire il fenomeno Bin Laden e relativo terrorismo Islamico fondato sull’insegnamento Coranico-Maomettano. Premessa necessaria alla comprensione delle conclusioni che seguono sono i versetti campione estratti dal Corano, raggruppati per argomento, ove si manifesta la natura del pensiero e dell’azione politico-religiosa di Maometto e di chi a lui s’ispira, nei confronti degli infedeli, degli islamici e delle scritture bibliche.
Nel Corano, tra l’altro, sta scritto (versetto, commento):
A) Come maltrattare gli infedeli (i non islamici), ossia dell’intolleranza religiosa:
2/191: ammazzateli ovunque essi s’incontrino! Fateli uscire da dove essi vi hanno cacciato! La persecuzione è più forte della strage. Non combatteteli presso la moschea, a meno che essi ci diano battaglia in quei paraggi: ché se in verità vi attaccano, uccideteli! Questa è la fine degli infedeli.
L’incalzare dei termini violenti (ammazzateli, persecuzione, strage, uccideteli e la chiusura) è chiara espressione del disprezzo di Maometto per gli infedeli; il disprezzo è la base della sua dottrina.
2/193: combatteteli fino a che non vi sia più ribellione, e che la religione sia quella del Dio. …
L’obiettivo? Costruire l’Islam sulla rovina fisica degli infedeli, non sulla loro libera e volontaria adesione.
Nella disposizione c’è un sottofondo imperialistico.
4/89: vorrebbero far di voi degli infedeli, come loro, vorrebbero che voi vi abbassaste al loro livello. Fate attenzione a non crearvi tra loro degli amici, se prima non emigrano nel sentiero del Dio. Se si girano indietro, prendeteli, fateli morire ammazzati ovunque essi si trovino, e tra loro non cercate né amico né soccorritore.
L’islamico che cambia fede è avvertito: sarà ammazzato. La libertà è di scandalo nell’Islam.
4/91: … Se non si mantengono in neutralità nei vostri riguardi, né vi offrono la pace, né abbassano le armi, assaliteli, ammazzateli là dov’essi si trovano: su di loro vi concediamo pieni poteri.
La vita degli infedeli è messa a disposizione degli islamici. Gli islamici possono fare ciò che vogliono degli infedeli: ammazzarli può non essere sufficiente a soddisfarne l’alterigia.
5/33: quella sarà la ricompensa dovuta a coloro che fanno guerra al Dio e al suo profeta e che ce la mettono tutta per creare disordini sulla terra. Moriranno di morte violenta. Saranno crocefissi. Gli sarà tagliatala una mano, gli sarà amputata la gamba della parte opposta a quella della mano. Saranno cacciati dal loro territorio. Destino crudele! Vergogna qui in terra, castigo tremendo nell’aldilà.
Maometto confessa di praticare la tortura e lo scempio dei corpi degli infedeli mentre li ammazza e sollecita gli islamici a fare altrettanto. Immaginate la scena.
8/7: allorquando il Dio vi faceva promessa di concedervi una delle fazioni in arresa voi bramavate di impadronirvi di quella che era disarmata, mentre il Dio intendeva manifestare la verità per mezzo del suo verbo e sterminare gli infedeli fino all’ultimo.
Maometto tramite il suo dio sollecita lo sterminio degli infedeli. E’ una ripetizione rafforzativa. Immaginate lo sterminio.
8/12: … Ecco, sto per lanciare l’angoscia nel cuore degli infedeli. Picchiateli sul collo, picchiateli su tutte le giunture delle dita.
Maometto scende nel dettaglio sul tipo di violenza da infliggere agli infedeli: è molto preciso nei comandi.
8/17: non voi li avete trucidati, è il Dio che li ha uccisi. …
Maometto lascia l’omicidio a carico del suo dio, sollevando l’islamico dalla responsabilità dell’azione malvagia. Allah diventa così il Malvagio.
8/67: non compete ad un inviato catturare prigionieri fino a che non avrà debellato in terra tutti gli infedeli. …
Maometto si ripete: non lascia alcuno scampo agli infedeli, che vuole debellati. La ripetizione è una conferma e un rafforzamento della disposizione. L’ambizione imperialistica è manifesta.
8/71: … Su di loro vi ha concesso il Dio potere assoluto. …
Disposizione già espressa prima e qui ribadita inequivocabilmente: difficile essere più chiari di così. Il disprezzo islamico per gli infedeli si manifesta pienamente con tutte le sue tragiche conseguenze.
9/5: terminati che siano i mesi haram, ammazzate i fabbricatori di condivinità dovunque li troviate; catturate, assediate, fateli cadere nelle imboscate. Se si pentono, però, e se pregano, se fanno elemosina, lasciateli liberi di andare per la loro strada. …
Maometto lascia all’infedele due sole alternative: la conversione all’islam o la morte. Immaginate come si svolge l’azione.
9/14: combatteteli andiamo. Li castigherà il Dio per mezzo delle vostre mani, li riempirà di vergogna, vi renderà vittoriosi su di loro e guarirà i cuori dei credenti
Gli atti malvagi degli islamici verso gli infedeli sono il castigo di dio per gli infedeli. Gli islamici sono irresponsabili. Allah è il Malvagio.
9/111: ha acquistato il Dio le persone e i beni dei credenti per regalare loro in cambio il paradiso. Combattono nel sentiero del Dio, ammazzano e sono ammazzati. E’ promessa di verità …
E’ l’omicidio–suicidio del kamikaze islamico, qui sollecitato.
47/4: se incontrate gli infedeli colpiteli alla nuca fino a domarli, poi serrate bene i ceppi, in seguito delibererete se gli dovrete concedere la grazia o se dovrete esigere il riscatto, fino a che …
Maometto insegna il maltrattamento degli infedeli fin nei dettagli, e ottimizzare il bottino con il riscatto. Immaginate la scena.
51/10: muoiono ammazzati coloro che formulano vane ipotesi.
Per gli infedeli non c’è scampo. L’intolleranza religiosa è manifesta.
B) Come ottenere la cieca obbedienza degli islamici, cioè la loro schiavitù ideologica:
2/196: … E abbiate paura del Dio. E ricordate che il Dio ha la mano pesante nel perseguitare.
Attraverso il terrore e la paura si soggiogano gli islamici.
2/207: c’è un altro, fra gli uomini, che ha venduto l’anima sua per piacere al Dio. Il Dio è amorevole con gli schiavi suoi.
Non servi, che suppone una certa libertà, ma schiavi senza libertà alcuna devono essere gli islamici.
3/32: insisti, siate obbedienti al Dio, siate obbedienti al suo profeta, ché se vi allontanate da lui, il Dio non ama gli infedeli.
Sollecitazione dell’obbedienza: chi non obbedisce diventa infedele, con tutte le conseguenze del caso (A).
4/144: o voi, o voi che credete! non fatevi degli amici tra gli infedeli, ma scegliete i credenti. Volete proprio concedere al Dio prova evidente contro di voi?
E’ proibito un rapporto d’amicizia con gli infedeli. L’amicizia con un infedele è prova di colpevolezza.
5/55: padrone per voi non c’è se non il Dio e il profeta suo: …
Siamo alle solite: l’islamico non ha dignità alcuna, se non quella dello schiavo. La ripetizione ne rafforza l’importanza e n’è una conferma. Nell’Islam non c’è libertà.
7/204: quando è recitato il Corano, ascoltate e tacete. Forse vi sarà usata misericordia.
Si ascolta tacendo, quando si recita il Corano; ciò può non essere sufficiente per aver pietà dal dio: quel “forse vi sarà usata misericordia” è terribile e disumano.
8/1: ti faranno domande sulle prede conquistate in battaglia e tu risponderai: le prede al Dio appartengono e al profeta. Il Dio temete … Al Dio obbedite e al profeta: questo proverà se siete credenti.
Le prede appunto. La preda, come il bottino, è il frutto di furti, rapine, razzie, saccheggi, cui segue, frequentemente l’omicidio del depredato. Allah e Maometto sono predoni omicidi. E’ un’esplicita confessione della professione di Maometto e dei suoi seguaci: predoni omicidi.
8/41: sappiate dunque che d’ogni cosa catturata come preda di guerra, la quinta parte appartiene al Dio e al profeta, ai suoi parenti prossimi, agli orfani, ai poveri al figlio della strada. …
La guerra è finalizzata alla predazione, il loro mestiere, di cui il 20% va a Maometto.
33/36: quando il Dio ha deciso qualcosa e il suo profeta pure, non si addice al credente, maschio o femmina, di avere un parere personale. Chi non obbedisce …
Siamo alle solite: l’islamico non ha dignità personale: non può avere un parere personale; tacere ubbidire e via andare, come uno schiavo appunto. Non c’è libertà alcuna nell’islam. L’”e” congiuntivo che lega Maometto al suo dio e il ” pure”, fa di Maometto il superiore di Allah; fa capolino la megalomania psicopatica di Maometto.
33/57: chi addolora il Dio e il suo profeta, è maledetto dal Dio in questa vita; e nell’altra troverà un castigo ignominioso
Terrificare e spaventare per soggiogare gli islamici. Ripetizione rafforzativa.
59/6: ciò che Dio ha elargito come bottino al profeta (prelevato agli avversari) non è costato a voi, per arraffarlo, né prestazioni di cammelli né d’animali da soma. Il Dio concede il potere ai suoi profeti, sopra a chi vuole: il Dio è infatti onnipotente.
Il bottino, frutto di furti, rapine e omicidi, è il dono di Allah. Visti i precedenti, qui il potere è da intendersi in senso assoluto, perciò Maometto può disporre secondo il suo capriccio.
59/7: … Ciò che il profeta vi regala, prendetelo. Ciò che non vi regala, astenetevi dal toccarlo. E abbiate terrore del Dio, violento nel castigo.
Maometto si premura di salvare la sua parte del bottino, dalla mano lesta, che in un altro versetto vuole amputata, dei suoi seguaci.
72/23: … A coloro che disobbediscono al Dio e al profeta, è riservato in sorte il fuoco dell’inferno, dove resteranno a bruciare eternamente…
Siamo alle solite: terrificare i seguaci e spaventarli con minacce sospese a mezz’aria per rafforzare il terrore e tenere a bada gli schiavi riottosi e mansueti. La ripetizione è una conferma e un rafforzamento della disposizione.
C) Sul Cristo ed il cristianesimo, vale a dire dell’avversione al Cristianesimo:
4/116: non perdona il Dio il fatto che gli siano associate condivinità: …
Posizione fortemente polemica verso il Cristianesimo Trinitario da lui osteggiato.
4/157: e per aver ripetutamente asserito: abbiamo ammazzato il Messia profeta del Dio! Orbene: essi non lo hanno affatto ammazzato, non lo hanno crocefisso, ché fu apportato qualcuno che gli assomigliava come una goccia d’acqua. … In realtà non lo hanno affatto ucciso.
Questo versione, fantasiosa e senza una prova documentale, della passione e morte del Cristo, rappresenta la negazione del fondamento del credo cristiano; fa del Cristo e degli apostoli degli imbroglioni; e ci va di mezzo un povero cristo. Nessuna morte del Cristo e quindi nessuna resurrezione.
4/171: …Smettetela di dire tre. Smettetela! sarà meglio per voi. Il Dio è un Dio solo. Ché? si sarebbe fatto un figlio? …
Ripetizione che conferma l’astio di Maometto al Cristianesimo.
5/17: sono infedeli coloro che affermano con sicumera che il Dio è il Messia! …
I cristiani sono definiti infedeli: le conseguenze sono drammatiche se non tragiche visto i precedenti (A).
19/35: certo è cosa sconveniente al Dio fare un figlio, ma gloria gli sia resa. …
Qui l’onnipotenza di dio va in frantumi, ma serve a ribadire la viscerale avversione al Cristianesimo.
61/6: Gesù annunciò: o popolo d’Israele, in verità io sono un profeta del Dio. Sono venuto per confermare ciò che era stato rivelato prima di me nel Testamento Antico. Sono venuto per apportare il lieto annuncio di un profeta che giungerà dopo di me: il suo nome sarà Maometto. Purtroppo quando quello arrivò, portando prove evidentissime, si scandalizzarono: è stregoneria evidente.
Qui Maometto si serve del Cristo come profeta che annuncia la buona novella della venuta di Maometto, mentre poco sopra (4/157) sembra che il Cristo sia un imbroglione. La megalomania psicopatica di Maometto si manifesta nuovamente ed il pensiero va alle sue tragiche conseguenze.
D) Le azioni di Maometto, ossia della sua qualifica:
33/50: oh tu, inviato! Abbiamo reso lecite per te, proprio per te, le donne alle quali avevi pagato quanto era loro dovuto; le schiave che il Dio ti ha concesso come bottino di guerra ; le figlie di tuo zio e le figlie delle tue zie dal lato paterno, le figlie di tuo zio e le figlie delle tue zie dal lato materno, emigrate con te. In più, ti abbiamo reso lecita la donna credente che si sia dedicata completamente all’inviato, a condizione che l’inviato la voglia prendere in moglie. E’ un privilegio che accordiamo a te, ad esclusione degli altri credenti. …
Esegesi del versetto:
1) … Abbiamo reso lecite per te … le donne …, le schiave …, le figlie …, implica la lussuria;
2) … bottino di guerra .., implica razzie, saccheggi, rapine, omicidi;
3) … le schiave…, implica la pratica della schiavitù;
4) … Abbiamo reso lecite per te … le figlie di tuo zio e … delle tue zie …, implica l’incesto;
5) … Abbiamo reso lecite per te… E’ un privilegio che accordiamo a te ad esclusione degli altri credenti…, implica l’esercizio cosciente della menzogna supponendo sciocchi gli altri.
Maometto confessa che praticò abitudinariamente: la lussuria, l’incesto, la rapina, il saccheggio, l’omicidio, la schiavitù, la menzogna. Sono azioni che bocciano Maometto come profeta, e lo nominano predone omicida.
E) L’essenza del Corano, l’Islam in sintesi:
48/29: Maometto è il profeta del Dio. Coloro che sono dalla sua parte sono duri con gli infedeli, ma pieni di bontà e compassione tra loro. …
In codesto versetto è condensata tutta l’ideologia coranica, chiaramente di stampo mafioso: duri con gli altri, pieni di bontà e compassione tra noi. Allah è il mandante, Maometto il suo braccio destro, gli altri i mandatari in quanto ai ruoli; gli infedeli, i non islamici, sono da depredare e mazziare, come s’è visto sopra (A).
Fin qui il Corano; l’estratto è un campione minimo che vuole essere rappresentativo della dottrina coranica, anche se non esaurisce il testo a cui si rimanda.
Seguono: prima una critica laica, con una lettura della storia di Maometto e del Corano fuori dal mito islamico, poi una teologica nel contesto del mito, con un confronto Cristo-Maometto, sulla base d’alcuni canoni religiosi, indi la conclusione.
1) Critica secondo il pensiero laico.
La lettura e la meditazione del Corano, nonché della biografia di Maometto mi porta alle seguenti conclusioni:
1) L’insegnamento coranico si può riassumere così: voi islamici vogliatevi bene e comportatevi bene tra voi, ma disprezzate, maltrattate, perseguitate e uccidete gli infedeli (i non islamici), perché Allah disprezza gli infedeli e li vuole debellare dalla faccia della terra;
2) Il testo coranico, insegna la violenza e l’intolleranza verso gli infedeli, e fa degli islamici, seguaci acritici, senza libertà, pronti a compiere qualsiasi atto criminale nei confronti degli infedeli. Ciò che Maometto scrive nel Corano di fare agli infedeli, egli lo ha messo in pratica sui suoi contemporanei, rei di non pensarla come lui. Maometto nei suoi comandi è chiaro, esplicito, inequivocabile e inappellabile, come ogni tiranno; egli usa la malia di Allah, per soggiogare gli accoliti e fargli compiere qualsiasi atto malvagio verso gli infedeli, come atto dovuto al culto del loro dio: una divinità malefica;
3) La moderazione non ha spazio nel Corano: l’islamico moderato è visto come colui che sta dalla parte degli infedeli e va trattato come infedele. La libertà è di scandalo nell’Islam e va conculcata.
4) L’intolleranza religiosa coranica è espressa in modo chiaro, esplicito, ed è pericolosa per la comunità umana. Maometto, dividendo l’umanità in due categorie – fedeli ed infedeli – violentemente contrapposte, crea la premessa per un conflittualità permanente a volte latente altre manifesta. Maometto ha elaborato una dottrina che genera masse fanatiche: le masse islamiche armate, imbandierate, agitate e vocianti, triste spettacolo di fanatismo endemico già visto, ricordano quelle comuniste e naziste con il loro tragico epilogo. L’intolleranza religiosa islamica precede, nel tempo, l’intolleranza di classe comunista e quella razziale nazista. Islam, Comunismo e Nazismo sono nei loro fondamenti simili: li accomuna l’intolleranza e la violenza ideologica e pratica;
5) Dalla realtà storica e dal Corano, Maometto emerge come un predone omicida che realizzò oltre misura i progetti; le sue azioni sono descritte dai termini propri del predone: bottino, prede, schiavi, razzie, imboscate, ammazzate, ammazzati, uccisi, battaglie, guerre. Egli usa la religione come mezzo, strumento, per raggiungere il proprio obiettivo politico: sottomettere l’Arabia al suo potere. La religione, scopiazzata sostanzialmente dall’Ebraismo e marginalmente dal Cristianesimo e riadattata ai suoi fini, è il mezzo per fomentare i propri seguaci e ottenere cieca obbedienza. I personaggi biblici che Maometto nomina nel Corano, sono finalizzati al serrare i ranghi, ad ottenere obbedienza, ad usurpare un’ascendenza;
6) Maometto ha ammazzato con le sue mani alcune persone, e ne ha fatto ammazzare altre a migliaia dai suoi seguaci; ha incominciato a far guerre d’aggressione a quarant’anni, ed ha smesso perché lo ha colto la morte: egli è una figura pluri omicida, violenta;
7) Allah è un’invenzione di Maometto, un artificio a giustificazione dei suoi crimini e di quelli degli accoliti. Preso da megalomania psicopatica, Maometto proietta su Allah il suo pensiero criminogeno, per farlo poi ridiscendere sui seguaci come rivelazione. Nessuna rivelazione. Allah e Maometto sono la stessa persona: Allah rappresenta il pensiero divinizzato di Maometto; Maometto chi lo attua; entrambi si scambiano reciprocamente la loro essenza criminogena;
Il Corano non è un testo profetico, né sacro, né dettato da Dio. Il Corano è un testo criminogeno; è un codice pseudoreligioso per predoni, maldestramente accozzato, ripetitivo e farraginoso, a tratti orrendo e raccapricciante, scritto da Maometto per condurre e amalgamare bande di predoni. Le bande sono così diventate un esercito che Maometto ha usato come unica banda per rapinare e saccheggiare alla grande, in nome e per conto d’Allah, divinità dai tratti criminali, inventata da Maometto a sua immagine e somiglianza.
2) Critica Teologica: confronto Cristo-Maometto
Le tradizioni religiose più diffuse ammettono l’esistenza di Dio e di Satana, a cui sono associati all’uno il bene, all’altro il male. La relazione che lega i due Enti e le rispettive categorie è l’antitesi; essa sottolinea la loro inconciliabilità, o contrapposizione.
Il confronto tra le opere di Maometto e quelle del Cristo, quello tra il Corano ed il Vangelo, manifesta l’antitesi esistente tra le opere ed il magistero di Maometto e quelle del Cristo. I comportamenti di Maometto furono antitetici a quelli del Cristo;
ecco alcuni esempi:
1) Cristo ha ridato la vita ai morti, resuscitando alcune persone; Maometto ha dato la morte ai vivi: ha ammazzato con le sue mani alcune persone e ne ha fatte ammazzare altre a migliaia dai suoi seguaci;
2) Cristo ha raddrizzato gli storpi e ha dato la vista ai cechi; con le sue guerre Maometto ha storpiato i dritti e accecato i vedenti;
3) Cristo s’è circondato di poche persone disarmate e le ha incitate ad amare il prossimo come se stesse, anche i propri nemici; Maometto s’è circondato di bande d’armati, i beduini, spronandoli ad amarsi tra loro, e disprezzare gli infedeli;
4) Maometto ha iniziato a far guerre d’aggressione a quarant’anni e solo la morte lo ha fermato; Cristo ha rifiutato le sollecitazioni alla violenza;
5) Cristo predica l’amore universale tra gli uomini: ha amato tanto gli uomini fino a restituire ad alcuni di loro la vita; Maometto insegna l’intolleranza e la violenza verso gli infedeli: ha disprezzato tanto gli infedeli fino ad ammazzarne migliaia.
6) Cristo sollecita una libera adesione alla sua dottrina, senza coercizione; Maometto sollecita un’adesione da schiavo e forzata dalla violenza.
L’antitesi esistente, in modo evidente, tra l’opera del Cristo e quella di Maometto e tra la parola dell’uno e quella dell’altro, fa sì che l’insegnamento del Cristo non può discendere dallo stesso Ente che ha ispirato Maometto; Dio non può essere in antitesi con se stesso, Dio e Satana si. Chi ispirò Maometto? Non il Dio del Cristo. Il Dio comune presuppone un magistero comune, come tra i profeti della Bibbia, non magisteri antitetici, contrapposti, come quelli di Gesù e Maometto.
L’antitesi rivela l’inconciliabilità eterna ed irrisolvibile tra le due dottrine, la Cristiana e l’Islamica, finché saranno fondate l’una sul binomio Cristo-Vangelo e l’altra su Maometto-Corano; le implicazioni hanno conseguenze drammatiche se non tragiche, sotto l’aspetto pratico, per la dichiarata ostilità dell’insegnamento maomettano al Cristianesimo. Maometto, con i suoi comportamenti opposti a quelli del Cristo, si pone, di fatto, in antitesi al Cristo, assumendo le caratteristiche dell’anti Cristo.
3) Conclusione.
L’Islam, nei suoi fondamenti coranici, è una dottrina politica, pseudoreligiosa, di stampo imperialistico e mafioso, basata sull’intolleranza religiosa, la violenza, la soprafazione, l’acrisia e la menzogna: come il comunismo ed il nazismo, l’Islam è una dottrina criminogena d’impronta malefica, nemica dell’Uomo del quale sollecita il maltrattamento e l’omicidio. Per chi crede nell’esistenza di Dio e di Satana si può dire: l’Islam è una dottrina criminogena d’ispirazione satanica.
Esortazione
E’ accertato che il Corano esprime una dottrina criminogena d’impronta malefica che imbarbarisce l’umanità; prima imbarbarisce gli islamici, poi gli altri che, per reazione, usano la forza per resistere alle loro pretese. La conoscenza della realtà storica e coranica, fuori dal mito, è un mezzo per spezzare l’omertà e l’incantesimo islamico che avvolge milioni di persone d’ogni estrazione: religiosa, politica e sociale.
E’ necessario distinguere il mito dalla realtà. Occorre netta e chiara, senza compromessi, la presa di distanza dalla dottrina islamica. Basta affermazioni fondate sulle nebbie del mito; mai più soggezioni di sorta verso l’Islam. Affermiamo con coraggio e determinazione la realtà: Islam dottrina criminogena d’impronta malefica. La prova è nelle parole e nelle azioni di Maometto, il predone omicida, fondatore dell’Islam. Dopo la lettura della Critica, se ne condivide le finalità ed i contenuti, la diffonda tra i suoi conoscenti; contribuirà a sgretolare il falso mito islamico ed allontanare le masse dalla criminogena dottrina coranica.
In fine chiedo scusa per l’invadenza e l’anonimato, che sarà tolto al verificarsi di circostanze appropriate. Gli islamici condannano a morte con facilità chi critica la loro dottrina, mostrandone gli aspetti negativi; essi ne confermano così, inconsciamente, la natura criminogena.
Grazie per l’attenzione.
Il pensiero pensante ed il pensiero pensato.
L’attualismo di Gentile.
“ la realtà non è pensabile se non in relazione coll’attività pensante per cui è pensabile”
Ne consegue che il pensare è essenzialmente attività e si distingue tra pensiero astratto e pensiero concreto, Il pensiero pensato, non essendo in atto, è astratto. il pensiero concreto è il pensiero in atto.
Alcune riflessioni.
Il pensiero in atto è il mio Io, è l’autocoscienza dell’ Io esistente, dell’Io soggetto, penso dunque sono, è la realtà vera, non la realtà mediata dai sensi, come dice Schopenhauer, è un pensiero concreto, un pensiero reale e nell’atto del pensare si sintetizzano pensiero, essere, realtà, soggetto ed oggetto. Il pensiero pensante è un atto dinamico e pertanto transitorio, che decade nel pensiero pensato che è astratto e statico.
Ma il pensiero pensato dove va a finire?
Per rispondere a questa domanda, occorre cercare nella scienza biologica: il pensiero pensato, elaborato dal cervello viene raccolto nella MLT (memoria a lungo termine). Esemplificando, con terminologia hardware, possiamo dire il pensiero pensante è nella ram e quello pensato sull’ hardisk. Capita spesso di riaprire vecchi files, cioè riprendere pensieri pensati che sono nella MLT e, da questo momento, il pensiero pensato ritorna ad essere pensiero in atto e poi ancora pensato si viene così a creare un loop, più che una dialettica tra pensante e pensato.
Cadendo dall’ “iperuranio” del puro pensiero al mondo empirico della MLT si profila un problema non indifferente: chi ci assicura che le informazioni, in essa immagazzinate, non si siano deteriorate come un vecchio floppy?
Il pensiero pensato riportato alla luce è quello originale oppure una sua copia sbiadita e con errori di visualizzazione?
Se pensiamo che danni all’ippocampo, (deputato all’encoding dei nuovi ricordi), con le aree corticali vicine ad esso causano amnesia e se consideriamo che esiste un branca della fisica che studia la Teoria degli Errori,( è una parte piuttosto noiosa, per cui evito di entrare nei dettagli, ma sostanzialmente, in breve, dice che ogni misurazione o lettura comporta un certo errore, che può essere dovuto allo strumento con cui si effettua la misurazione, errore sistematico, oppure dovuto all’operatore, errore casuale), comunque sia, temo di dover rispondere che, in molti casi, la rilettura dei pensieri pensati non corrisponda fedelmante all’ originale.
Alla luce di queste considerazioni penso che il concetto di attualismo di Gentile sia abbastanza centrato.
Nulla esiste se non nell’atto nel quale viene pensato.
Ed aggiungerei: Nulla esiste di concreto, ossia di realtà vera, se non nell’atto nel quale viene pensato, tutto il resto è approssimazione.
C’è dunque il bug strisciante del relativismo a minacciare la nostra res cogitans?
Il sorpasso
- “Il Sorpasso”.
Finalmente ce l’abbiamo fatta. Abbiamo incartato la superbia egemonica komunista. I “clandestini” sono rimandati a casa loro. Ci voleva poi così tanto dal realizzarlo ? Ora continuiamo a tenere ben diritto il timone della nostra Nave e stiamo attenti al contro-canto delle Sirene che verrà.
Qualcuno di voi, forse i più maturi, si ricorderanno di quel film di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Claudio Gora, Jean-Louis Trintignant, Catherine Spaak, Linda Sini. Era Il confronto di due generazioni nel territorio neutro di una giornata di vacanza. Il nostro risultato politico-sociale non è né un territorio neutro, né un film. Si trattava di salvare la nostra Sacra Patria, l’Italia, dall’invasione barbarica. Solo a chi avrà diritto all’asilo politico potrà entrare sul Suolo Italico.
Arrivati a questo punto, mi spiace deludere qualcuno, ma non mi interessano e non mi tangono le diatribe politicanti e clericali in corso d’opera. Questioni di Lega o non Lega, Cei o non Cei, Sinistre estreme o Sinistre moderate. Non mi interessa che si dicano idiozie del tipo <<…l’Italia multietnica esiste già….anche quella multiculturale….>>. Secondo me, c’è confusione nel dare senso e concretezza alla parole. Per esempio, cosa significa “multiculturalismo “ ? Se si considera culturale lo sposare più donne contemporaneamente, se si considerano culture le mutilazioni genitali fatte alle donne, allora no, non può esserci integralismo, multietnia. Tutta l’integrazione finisce a “schifio”, tutto diventa ipocrisia, pietà mercenaria venduta sottocosto.
Qualcuno mi spiega quali culture ci hanno apportato i cosiddetti “multietnici” scesi in massa per conquistare le nostre terre e le nostre città ? Attenti quindi a pronunciare parole che non si conoscono bene. Non facciamo discorsi da pseudo intellettuali che vanno bene per i Vattimo di turno, o per trasmissioni (fra le tante) adatte a giornalisti estremi alla Santoro, ai Vauro, alle Dandini, fino alle D’Amico con la sindrome da “pin-up” desnuda, da copertina o da gossip. Perfino “TreOssi” Fassino, in un momento di lucidità ( o confusione ?) l’ha capito che continuando l’accoglienza totale di cani e porci, c’era il pericolo di cadere nella barbarie civile, morale, etica, giullaresca. Da vergognarsi come Belpaese e farci prendere in giro dall’umanità intera. Ora basta sbarchi, perdio.
Siete sicuri cari Soloni del sapere con la “ K “ all’occhiello che siano culture gli stupri alle nostre donne, i soprusi, gli atti delinquenziali sugli anziani, l’uso smodato di droga od alcool ingeriti dagli immigrati di qualunque nazionalità ( ma non solo da loro) che raggiungono lo stato comatoso quando guidano ubriachi con o senza patenti tanto da diventare degli assassini ? Sono culture gli accoltellamenti compiuti fra loro stessi e gli altri ? La chiamate “cultura” l’odio, la paura esistente sulle nostre strade, per la loro presenza ? Si è vero che ci hanno dato una mano nel fare quei lavori umili da manovali, da lavapiatti non più graditi all’italica gente divenuta improvvisamente benestante ( !) con la puzza sotto il naso senza averne il “pedigree” necessario, le caratteristiche, perché istigati da quei “kapipopolo” intrisi di ideologia Sinistra e Sovietica fino a che è resistito il muro di Berlino, poi finalmente abbattuto. Il fenomeno delle cosiddette ripetute “morti bianche” non è nato per caso, signori miei ( vero Sindacati ?) ma per il degrado della nostra società civile dentro la quale è fiorita rigogliosa la gramigna anche nelle piccole imprese per l’indottrinamento ricevuto dai militanti Rossi, costrette ad assumere individui stranieri impreparati ma con tessera sindacale partitica.
Il “Sorpasso” ufficiale, la svolta storica l’ha dichiarata alla luce del sole e delle telecamere, il nostro risorto Presidente del Consiglio “Urbi et Orbi”, il giorno 9 maggio c.a. facendo chiarezza, grazie anche alle capacità del Suo Ministro degli Interni, Maroni, andato a comprarsi, con l’esborso di sonanti “euro”, le grazie di quel mercenario miserabile beduino Libico, il diritto di fare della propria Patria, il suolo sacrosantamente ed inequivocabilmente italico a tutti gli effetti.
A proposito ho saputo che lo vogliono insignire di una laurea ”Honoris Causa” in quel di Sassari ( ?). Pazzesco se vero ! Non sono riuscito a capire però quale sia l’”0nore” e quale la “Causa” dell’insano gesto. Che c’entri Soru per caso ?
Quanta bile dovrete versare questa volta, cari komunistoidi; dalle Turco, ai Bertinotti, ai Ferrero, ai Diliberto, ai Giordano e perché no, ai Napolitano, ai D’Alema, ai Franceschiello, ormai assunto stabile dalle FF.SS. ? Non me ne vogliate. Ingoiate, per una volta, un pò di verità vera.
Unico dubbio che rimane è quello di augurarsi la fermezza del governo in carica, affinchè passi la legge sulla Sicurezza e i Ministri continuino ad applicare verso il popolo sovrano , equamente, i principi dell’imperativo categorico come insegnatoci dal grande filosofo Immanuel Kant con la Sua Ragion Pratica.
Tutto qui, non vale la pena andare oltre. Altre “penne” ben più accreditate della mia sapranno spiegare sugli articoli dei giornali , quanto è stato fatto finora e quanto ci sarà ancora da fare per il bene dell’Italia; fino a che “schiatti ” anche l’ultimo dei “ Soviet ” sulla terra, onde dichiarare il “komunismo” fuorilegge come il “nazismo“. Sì, dicevo “Schiattare” nel significato pieno della parola come spiegato sull’Oli-Devoto che qui riporto: “crepare dalla rabbia” ( ma senza rancore, è ?)
Da Panorama.it Forum.
La vera Liberazione.
Cimitero Americano dei Falciani
Il cimitero occupa una superficie di 28 ettari che in parte si estende nel territorio comunale di Impruneta in località Falciani, e la restante parte ricade sotto l’amministrazione del comune di San Casciano Val di Pesa, in località Scopeti (FI)

Iniziato a costruire nel 1949, quando vi vengono seppellite le prime salme, viene completato nel 1959 e ufficialmente inaugurato nel 1961. Gli architetti McKim, Mead e White di New York vengono incaricati della progettazione del cimitero e del memoriale, mentre gli architetti paesaggisti Clarke e Rapuano provvedono alla sistemazione delle aree verdi.

Il cimitero sorge in un’area in lieve declivio immersa in una zona boschiva e attraversata dal fiume Greve. La monumentale costruzione del memoriale, posto alla sommità della distesa di croci bianche disposte sul pendio collinare, è individuabile anche a distanza sia percorrendo la superstrada Firenze-Siena che la via Cassia.
Il territorio circostante, caratterizzato da un’intensa e rigogliosa vegetazione, conferisce al luogo un pregevole valore ambientale e paesaggistico. Nel 1947 la Commissione americana per i monumenti di guerra, costituita nel 1923, si occupa di riunire in sepolcreti permanenti le salme dei militari caduti sul suolo straniero durante il secondo conflitto mondiale.

Due accessi dalla via Cassia convergono, tramite un percorso a esedra, all’ingresso costituito da due costruzioni speculari a un piano rivestite in marmo bianco che ospitano la portineria e una saletta di accoglienza per i visitatori. Oltrepassato il ponte sulla Greve, cipressi, platani e querce circondano il sepolcreto che si estende in lieve declivio.
Le 4.402 salme disposte in otto sezioni sono individualmente contrassegnate da croci latine per i caduti di religione cristiana e da stelle di Davide per quelli di religione ebraica.

In posizione centrale, due ampi viali alberati conducono in cima alle tre terrazze sulle quali sorge il memoriale dedicato ai caduti di guerra le cui spoglie non sono mai state recuperate. Il sacrario consiste di due atri rivolti verso valle collegati tra loro da un muro rivestito da lastre di granito rosa di Bavano su cui vi sono riportati 1.409 nomi e relativi gradi, unità di appartenenza e stato di origine dei dispersi.
All’interno dell’atrio a nord, su un’intera parete è stata realizzata una mappa con scaglie di marmo a intarsi, disegnata da Bruno Bearzi, che riproduce le operazioni belliche condotte nel nord Italia. Le iscrizioni sui pannelli di granito che ricoprono le pareti laterali descrivono la mappa con testo in inglese e in italiano.

Dal vestibolo a sud si accede, tramite una porta in bronzo e vetri, alla cappella. Si tratta di un vano di modeste dimensioni interamente ricoperto di marmi colorati, dietro l’altare di marmo nero del Belgio si trova un prezioso mosaico disegnato da Barry Faulkner e realizzato da Fabrizio Cassio, raffigurante la rimembranza. Le due paraste ai lati dell’altare sono di marmo rosso Colle mandino della Versilia così come le pareti interne, il pavimento è di lastre di marmo verde serpentino, mentre un lucernario a stelle permette alla luce diurna di filtrare all’interno della cappella.

All’esterno, sotto i due vestiboli, due fontane a getto continuo sono disposte in due vasche di forma rettangolare con rivestimento di travertino. Davanti al sacrario si eleva una stele alta 20 m di forma prismatica rivestita di travertino alla cui sommità è posta una scultura in marmo dello scultore Sidney Waugh, raffigurante lo spirito della pace.

Grazie America
(la descrizione da wikipedia le immagini gentilmente inviateci dal Claudio)
Immensità o infinità?
Avevo scelto questo titolo per un mio post sulle recenti teorie cosmologiche, poi una sensazione, un vaghissimo ricordo liceale, che c’era qualcosa di particolare in questa poesia, oltre le solite e scontate critiche letterarie. Così ho ricercato i manoscritti originali del Leopardi che qui riporto.
La prima stesura presenta delle correzioni in diversi punti.
La seconda, che dovrebbe essere quella definitiva, presenta una correzione solo sulla parola “immensità” cancellata e sovrascritta con “infinità.

La correzione autografa è ben visibile, sul penultimo endecasillabo in entrambi i manoscritti.Anche i poeti, possono ricredersi, è vero, ma lo strano è che la parola cancellata l’ “immensità” è quella che compare nella versione definitiva della poesia, come si può leggere nei libri. Escludendo un refuso del tipografo, almeno nelle edizioni successive alla prima che era il Nuovo Raccoglitore, deve esserci stato un intervento del poeta all’ultimo minuto. Perché? Non si tratta di metrica , poiché sia infinità sia immensità sono parole quadrisillabe ed ambedue tronche, non si può pensare ad una convenienza lirica: le parole sono entrambe importanti e “suonano”quasi alla stessa maniera. Nello “Zibaldone”, sia la parola “infinità” che quella “immensità” compaiono diverse volte e quasi in egual numero, quindi entrambe, sono nel lessico abituale del poeta.
L’infinità e l’immensità, per quanto esprimano un concetto di “molto grande”, non implicano il concetto di infinito, quindi la differenza deve essere sottilissima.La mia personale interpretazione, del tutto opinabile, è che, forse, alla parola “infinità” il poeta da un significato di “molto grande”, ma numerico lineare (ho un’infinità di cose da fare nel senso di numerose cose da fare), mentre con immensità intende un concetto spaziale che, Leopardi, ha ritenuto, alla fine, più consono al contesto. Il concetto di infinito, vero e proprio, viene invece, riservato all’Eterno, al tempo,(“le stagioni”), e al “pensier mio”.
Non ero molto entusiasta di questo post, quando ho dell’incertezze non mi sento soddisfatto, anche se scrivo per mio puro sollazzo. Si sono egoista e, non scrivendo per mestiere, posto quello che più mi aggrada e quando mi aggrada, ma non mi piace dire cose inesatte o sbagliate. Ciò premesso, se ho dei dubbi chiedo lumi a chi ritengo ne sappia più di me. Nel campo letterario ed artistico, ho avuto modo di apprezzare un amico di blog, persona veramente preparata e squisita, Josh, con cui ho una corrispondenza sia email sia di commenti sui post; a lui mi sono rivolto per sentire cosa ne pensasse in proposito. Per tutta risposta mi è arrivata una critica completa de ”L’infinito”, con paralleli con lo Zibaldone, nonché interpretazioni alla luce della filosofia leopardiana… potrei scrivere 10 post!!!
Su molte parole e versi abbiamo concordato rapidamente su altre, avendo preparazioni diverse, lui letteraria ed io scientifica, abbiamo discusso a lungo sul significato da attribuire loro, specie su “infinità” ed “immensità”, nel lessico leopardiano.
Sulla parola immensità siamo concordi che il L. intendesse un “infinito spazio -temporale”, che più si adatta ad inglobare tutti i concetti espressi nei versi precedenti, mentre per la parola “infinità”, anche alla luce di quanto scritto nello Zibaldone, io sostenevo che questa parola implicasse un infinito solo lineare:
“Circa le sensazioni che piacciono pel solo indefinito, puoi vedere il mio idillio sull’infinito, e richiamar l’idea di una campagna arditamente declive in guisa che la vista di una certa lontananza non arrivi alla valle; e quella d’un filare d’alberi, il cui fine si perda di vista, o per la lunghezza del filare o perch’esso pure sia posto in declivio,…..
Una fabbrica, una torre ecc. veduta in modo che ella paia innalzarsi sola sopra l’orizzonte, e questo non si veda, produce un contrasto efficacissimo e sublimissimo tra il finito e l’indefinito ecc ecc (Zibaldone, 1430-31, 1 agosto 1821)
Sempre dallo Zibaldone, altri elementi fisici-percettivi che gli scatenano per contrasto l’idea di infinito/indefinito (come lo chiama qui)(Josh) “una fuga di camere o case, cioè una via lunghissima o dirittissima“
Ma forse, una spiegazione della scelta di “immensità”, può essere più semplice:
Josh,tra le altre cose, mi scrive:
“Alla fine, per l’edizione definitiva, Leopardi scelse per il penultimo verso “immensità” e non infinità, anche se momentaneamente aveva corretto così come ci mostri. Si tratta, direi anche io, di un intervento all’ultimo del poeta. Sono entrambe parole quadrisillabe e tronche quindi si esclude, come dici, il motivo metrico, il significato delle due parole sembra simile ma ha sfumature leggermente diverse nel lessico leopardiano. La scelta non è quantistica, né lirica, ma forse in minima parte dovuta ai termini filosofici, e di più direi io per evitare una ripetizione/assonanza. (con il titolo e con l’infinito silenzio di pochi versi sopra. ndr)(non suonano alla stessa maniera, in effetti)”
“Questo idillio sembra più alieno dalla filosofia, ma solo in apparenza. E’ più libero di altri componimenti dall’intellettualismo, ma non ha all’origine né l’abbandono mistico, né un atteggiamento solo contemplativo: anche qui è chiaro lo sforzo leopardiano di superare i limiti imposti dalla Natura all’uomo.”
Mi dispiace, dover tralasciare il resto dello scritto di Josh, sicuramente molto interessante (e che mi godrò in privato), ma questo post voleva solo mettere in evidenza quella particolarità del penultimo verso.
Aldilà di ogni considerazione critica, io giudico sempre le opere d’arte in base all’emozione che sanno suscitare in me, indipendentemente dall’autore. Non vi è alcun dubbio che questa poesia mi avvince più di tante altre liriche.
Vacanza
Vado in vacanza qualche giorno
saluti
sarc.
Alle foci del Timavo (parte 2°)
La 1° GM fu una guerra di estenuanti attese nelle trincee e di assalti furibondi all’arma bianca per la conquista metro a metro del territorio. Senza niente togliere agli altri soldati impegnati sulle Alpi, possiamo dire che la guerra sul Carso, data la particolare morfologia del terreno, fu veramente durissima.


Le due foto sono dovute al lavoro encomiabile del gruppo di speleologi di Monfalcone che hanno ricostruito lo svolgimento delle battaglie su Carso, nella zona dove fu operativa la Brigata Toscana.(da Natura Nascosta)
La “Brigata Toscana” composta dai reggimenti 77°e 78° Lupi di Toscana è indissolubilmente legata a Gabriele d’Annunzio e al Maggiore Giovanni Randaccio.
Le loro storie si intrecciano talmente che il Poeta, pur avendo ideato e partecipato ad imprese clamorose, come il volo su Vienna, la beffa di Buccari e tante altre ancora, resterà per tutta la vita legato al ricordo del periodo, che trascorse con “ I Lupi di Toscana”.
Lo schieramento delle truppe nel settore del Timavo.
La mattina del 23 maggio la 3ª Armata al comando di Emanule Filiberto Duca d’Aosta fu cosi schierata:
XIII Corpo d’Armata da Castagnevizza al Vallone di Iamiano;
IX Corpo d’Armata in linea dall’altura del Faiti fino alle porte di Castagnevizza;
VII Corpo d’Armata da quota 144 fino al mare.
La riserva della 3ª Armata era formata da:
XIV Corpo d’Armata al comando del Tenente Generale Sagramoso con la 21ª e
28ª Divisioni posizionate nella zona di Castion di Strada, Porpetto e Ruda; la 20ª
“Divisione nella zona di Fogliano e San Michele del Carso; 4 battaglioni di Bersaglieri ciclisti ad Aquileia.
Il totale dei soldati e dei mezzi a disposizione della 3ª Armata era di 208 battaglioni, 4 squadriglie e 1170 pezzi d’artiglieria divisi in 489 di piccolo calibro, 646 di medio calibro, 35 di grande calibro, oltre che la disponibilità di 536 bombarde.
Riguardo allo schieramento avversario, il Comando Supremo Italiano era stato informato che al fronte nessuna nuova forza era giunta in rincalzo al nemico.
Pertanto la 5ª Armata austroungarica del III settore era composta da:
VII Corpo d’Armata con le Divisioni 44ª Standschutzen, 17ª e 41ª Honved;
XXIII Corpo d’Armata con le Divisioni 10ª, 7ª, 16ª e con la 28ª Divisione in riserva.
La riserva della 5ª Armata austrungarica era inizialmente composta da quattro Divisioni, ma solamente due, la 9ª e la 48ª, erano disponibili per essere impiegate sul Carso.” (da Natura Nascosta Gruppo Speleologico Monfalconese ADF, dall’articolo: 77° E 78° REGGIMENTO FANTERIA “LUPI DI TOSCANA”.LE OPERAZIONI DEL MAGGIO 1917 NEL SETTORE DI MONFALCONE“TUSCI AB HOSTIUM GREGE LEGIO VOCATI LUPORM”di Riccardo D’Ambrosi.)

La Brigata Toscana, con al comando il Generale Breschi con il 77° e 78°rgt. faceva parte del VII corpo d’armata. Nell’offensiva, del novembre del 1916 sul Carso, Giovanni Randaccio, da capitano, alla testa di un battaglione si era lanciato all’assalto del Veliki e del Faiti, dove l’esercito nemico aveva poderose fortificazione, trincee ed era ben agguerrito, facendo sventolare, sulle posizioni conquistate, la bandiera tricolore portata da d’Annunzio sulla linea del fuoco. In seguito a quell’azione era stato promosso maggiore per meriti di guerra.
Il 28 maggio del 1917, truppe della 45a divisione furono lanciate verso Duino. Il 77° reggimento fanteria della brigata “Toscana” stava quasi per raggiungere la mèta quando ricevette ordine di ritirarsi. Il maggiore Giovanni Randaccio, Gabriele d’Annunzio, con pochi fanti, erano in prima linea sotto una pioggia di proiettili nemici. Portavano con loro la grande bandiera che d’Annunzio avrebbe voluto piantare sulla sommità del castello di Duino. Dovendo ripiegare, per l’ordine ricevuto dal comando, Randaccio e d’Annunzio, dopo essersi assicurati che i fanti fossero rientrati, rimasti ultimi, stavano attraversando, su una passerella improvvisata, il Timavo, quando il maggiore fu ferito a morte. Aveva 34 anni.



Giovanni Randaccio fu sepolto nel cimitero di Aquileia e d’Annunzio, nell’orazione funebre, narrò l’eroica morte dell’amico e ne coprì la salma con la bandiera del Timavo.

Al Maggiore Randaccio, in seguito, fu conferita la medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione:
“Manteneva sempre vivo nel suo battaglione quello spirito aggressivo col quale lo aveva guidato alla conquista d’importanti posizioni nemiche. Attaccava quota 28, a sud del Timavo, con impareggiabile energia, e, nonostante le gravi difficoltà, l’occupava. Subito dopo, colpito a morte da una raffica di mitraglia, non emise un solo gemito, serbando il viso sereno e l’occhio asciutto; portato alla Sezione di Sanità vi soccombette mantenendo anche di fronte alla morte quell’eroico contegno che tanto ascendente gli dava sulle dipendenti truppe quando le guidava all’assalto”.
E ai reggimenti dei Lupi di Toscana:
” Con impeto irrefrenabile assaltarono e travolsero le più formidabili posizioni, con orgogliosa audacia cercarono e sostennero la lotta vicina, fieramente sprezzando i più gravi sacrifici di sangue ed acquistando fama leggendaria, si che il nemico sbigottito ne chiamò ” Lupi ” gli implacabili fanti. (Veliki-Fajti, 1-3 novembre 1916; Floudar – S. Giovanni di Duino – Foci del Timavo, 23-30 maggio 1917; 23 agosto – 3 settembre 1917; Tagliamento: 2-3 novembre 1918 ) “. (Bol1. Uff. anno 1920, disp. 47 e 86) .
Da allora i soldati del 77° e 78° reggimento, portano sul petto a sinistra, un distintivo dorato con due teste di lupo e il motto che compare sullo stemma dei reggimenti è: “Tusci ab hostium grege legio vocati luporum”
Gabriele d’Annunzio, raccolse le reliquie del suo amico e le gocce di sangue, che avevano intriso la divisa e le mostrine, le fece inserire in cristalli, come pietre preziose, ed incastonare in una Croce: la Croce del Sangue.

Conservò questa Croce fino al 1924 anno in cui la donò ai suoi Lupi. Ecco la lettera con cui il Poeta accompagnò la donazione:




(continua)
Alle foci del Timavo.
La Croce del Sangue
Come uscire dalla storia ed entrare nella leggenda.
Alle foci del Timavo.
La 1° GM, la grande guerra, fu grande in tutto, grande per il numero delle nazioni partecipanti, grande per le sofferenze patite da milioni di soldati, nelle alterne vicende di sconfitte e vittorie, e tragicamente grande per il doloroso computo dei caduti. Voglio raccontare un episodio di una battaglia, una cruenta battaglia, che si combatté alla fine del maggio 1917, sul Carso, alle foci del Timavo, nei pressi di Duino (TS). A questo scontro prese parte anche Gabriele d’Annunzio che fu partecipe di un episodio altamente drammatico.
Le foci del Timavo, come molte altre località italiane, sono un luogo la cui storia si perde nel passato e numerose sono le citazioni di poeti e storici dell’antichità. In questo luogo c’è qualcosa di diverso, che va oltre la realtà, come in una visione schopenhaueriana della natura qui si percepisce che le immagini, che i nostri occhi inviano al cervello, sono incomplete, sono solo una rappresentazione parziale. Sotto le tranquille acque, che sgorgano dalle rocce, si avverte un enigma che per molti anni è rimasto tale. Un fiume, uno strano fiume, Il fiume Timavo.
Sotto l’apparente innocenza delle foci si nasconde, nelle profondità carsiche, una storia tumultuosa, per più di 40 chilometri il corso ipogeo del fiume attraversa antri, caverne e abissi profondi.
“Il fiume nasce sul lato sud del monte Nevoso a circa 42 km a sud-est di Trieste e nella prima parte prende il nome di Timavo superiore. Dopo un percorso di circa 37 km., poco prima di Trieste, sprofonda nelle spettacolari grotte di S. Canziano, a 250 metri di profondità, nell’Abisso di Trebiciano, dove scorre a 329 metri sotto il livello del mare, e nel Pozzo dei Colombi, poco a monte della Chiesa di San Giovanni di Duino. Qui il Timavo, con una voce potente e roboante, fa sentire tutta la sua forza. Gli abissi presentano una panoramica spettacolare sul fiume sotterraneo e sul fascinoso mondo ipogeo del Carso. Una visita alle quattro “finestre” sul Timavo sotterraneo può offrire un punto di vista esclusivo, unico e avvincente sulle peculiarità del territorio carsico.

vedute parziali delle foci del Timavo

Dopo quaranta chilometri nascosto nelle viscere della terra il Timavo riappare, con tre sorgenti, in tutta la sua tranquilla bellezza, a San Giovanni, nel Comune di Duino-Aurisina, a circa due chilometri dal punto in cui si tuffa nel mare. Alle sue spalle 87 chilometri di viaggio, di cui poco più della metà in superficie.”( rif.geografici http://www.marecarso.it/da_vedere_timavo.htm)
Si parla dunque di foci del Timavo, ma essendo anche il punto in cui sgorgano le acque, si può dire indifferentemente anche sorgenti, fonti o bocche, come le chiamavano gli antichi inconsci del lungo percorso nel sottosuolo carsico.
Questo fiume che scompare sotto terra per riapparire dopo un lungo tratto sotterraneo dette adito a moltissime storie e solo nel 1610, il naturalista e fondatore della geografia storica, Filippo Cluverio (nome italianizzato di Philipp Clüver o Klüver) ipotizzò che fosse un solo fiume, che dopo essersi inabissato riemergeva dividendosi poi in tre bocche per sfociare infine nel mare Adriatico.
La conformazione idrogeografica del luogo è cambiata nei secoli, infatti il numero delle “bocche” viene indicato in sette dallo storico e geografo romano
Strabone (nato ad Amasia, attualmente Turchia , ca. 64 a.C.-ca. 24 d.C):
“In fondo al golfo adriatico sorge il Santuario di Diomede. Il Timavo vi ha un porto, un bosco sacro bellissimo e sette bocche, con sette corsi, che confluiscono in un solo fiume largo e profondo, che dopo breve tratto sfocia nel mare”
Virgilio scrive di nove bocche
“Antenor potuit mediis elapsus Achivis
Illyricos penetrare sinus atque intuma tutus
Regna Liburnorum et fontem superare Timavi,
Unde per ora novem vasto cum murmure montis
it mare proruptum et pelago premit arva sonanti.”
(Antenore, scampato agli Achei, poté entrare nel golfo illirico, spingersi in modo sicuro nel regno dei Liburni e superare (le sorgenti del) Timavo che simile a un mare impetuoso erompe dalla montagna per nove bocche con alto frastuono e inonda i campi di un acqua risonante.)
Eneide, I, vv.242-246
San Paolino (vescovo d’Aquileia, in età longobarda) nel 799 d.c. scrive anche lui di nove fonti.
“Timavo, piangi con me in nove rivoli,
scaturendo da nove fonti,
piangi sinchè t’inghiotte il mare Adriatico.”
Andrea Rapicio vescovo (Trieste1533-1573) scrive di sette gorghi.
Ecco gli stagni del Timavo; donde
bello a vedersi fresche e cristalline
da sette gorghi fuor sboccano l’acque
(dal poema Histria)
Tito Livio e Plinio ci hanno lasciato una testimonianza della località senza però dirci quante fossero queste bocche
Tito Livio ( Le storie, XLI, 1, 2)
“…profectus ab Aquileia consul castra ad Lacum Timavi posuit, imminet mari is lacus. Eodem decem navibus C.Furius duumvir navalis venit.” ( Le storie, XLI, 1, 2)
(…partito da Aquileia, il console pose l’accampamento al Lacus Timavi: questo lago si protende sul mare. Lì giunse con dieci navi il duumviro navale C.Furio.)
Plinio nella sua Storia Naturale parla diffusamente della zona, dell’ amnis Timavus, del castellum nobile vino Pucinum, del Tergestinus sinus, della colonia Tergeste. Ricorda le Insulae clarae come sede di terme frequentate perché ritenute molto salutari.
Nota che Livia , moglie di Augusto, attribuiva i suoi 86 anni d’età al vino Pucino, prodotto in piccole quantità
“ nel golfo dell’ Adriatico non lontano dalle sorgenti del Timavo, su un colle sassoso, dove le viti si aprivano al caldo influsso marittimo
(…gignitur in sinu Hadriatici maris non procul Timavo fonte saxoso colle, maritimo adflatu paucas coquente amphoras.” – Naturalis Historia 14, 60)
Questo il contesto storico geografico della località in cui avvenne la battaglia delle foci del Timavo, che vide impegnate le truppe dell’impero austro-ungarico e quelle italiane, tra il 23 e il 30 maggio 1917.
Il giorno 28 di quel mese accadde l’episodio drammatico in cui rimasero coinvolti l’allora capitano Gabriele d’Annunzio e il maggiore Giovanni Randaccio, comandante di un battaglione dei “Lupi di Toscana”, che, colpito a morte, spirò tra le braccia del Poeta, il quale ne raccolse i cimeli e, come spiega lui stesso in una lettera, fece collocare il sangue raccolto sulle mostrine in una croce: la Croce del Sangue.
(continua)
