S.Pio V
Il Papa Benedetto XVI ha “riabilitato” ,per motu proprio, correggendo una interpretazione errata o volutamente errata,del Vaticano II ,la liturgia di S. Pio V, riammettendo,fra l’altro, la messa in latino e i canti gregoriani con tutta la loro solennità sacrale.
L’avvenimento si può, idealmente, legare alla la ricorrenza della Battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571 , e mi piace ricordare quei personaggi che, allora,
combatterono con la Lega Santa,voluta da S.PioV, per la difesa della nostra Civiltà dall’invadenza e dalla sopraffazione dell’islam.
Certamente il luogo più pertinente è nella stupenda chiesa dell’ordine dei Cavalieri di S.Stefano a Pisa.
L’ambiente austero e solenne invita alla meditazione ed un pensiero commosso va a tutti coloro che combatterono quella battaglia.
Grazie San Pio V
Grazie arciduca Don Juan d’Austria
Grazie ammiraglio Barbarigo
Grazie ammiraglio Venier
Grazie ammiraglio Colonna
Grazie ammiraglio Doria
Grazie cavalieri di S.Stefano
Grazie a tutti i combattenti cristiani che persero la vita nella battaglia.
Il loro sacrificio ha salvato per più di quattrocento
anni la Nostra Civiltà.
Speriamo che, questo sacrificio, non venga reso vano dagli insulsi e squallidi politici
ed ecclesiastici odierni, che non si accorgono , o peggio ancora fanno finta di non
accorgersi, che è cominciata un’altra battaglia di Lepanto ma,
che questa volta la stiamo perdendo.
Alcune immagini
della Chiesa dei Cavalieri in Pisa.
Molto interessanti: il vessillo (fiamma di combattimento turca)
issato sulla nave ammiraglia di Ali’ Pascia’ alla battaglia di Lepanto,
il 7 ottobre 1571. Fu assalita e conquistata dalla “Capitana” e dalla “Grifona”
che facevano parte del gruppo di dodici galere dell’Ordine Stefaniano,
che parteciparono a quella storica battaglia. Queste immagini sono state
riprese dal sito
Pisa_Chiesa_dei_Cavalieri_di_Santo_Stefano.htm
Dove potrete trovare più ampi dettagli sulla chiesa e sugli arredi.
Cultura vera, surrogati e sottoprodotti della cultura
Leggo e sento spesso parlare di cultura, con allegato un aggettivo,che di volta in volta cambia secondo esigenza ,cultura politica ,cultura popolare,cultura religiosa,cultura musicale etc., niente di più lontano dalla vera cultura.
Dal latino colere: dal significato agricolo del termine “coltivare la terra”, si e passati al termine astratto di “coltivare l’anima”. E’ la storia occidentale che sviluppa il concetto di “cultura” che, in una visione umanistica e classica ,concorre alla formazione dell’uomo inteso come individuo.La cultura ,la paidéia di Platone e Aristotele ,o la ciceroniana humanitas, deve tendere alla realizzazione degli uomini liberi, culturalmente liberi, spiritualmente liberi.
L’ insieme delle conoscenze acquisite da una persona ha come risultato l’ approssimazione al modello di uomo culturalmente realizzato. La sola acquisizione statica delle conoscenze,però, non è sufficiente al completamento della formazione culturale, occorre aggiungere l’apprendimento del metodo di ragionamento ,la logica.
Nessuna filosofia, nessuna religione,nessuna scienza, pur facendo parte del bagaglio culturale, deve prevaricare la libertà dell’individuo. La cultura l’ha creata l’uomo, rappresenta l’uomo, appartiene all’uomo. Questa è la vera Cultura con la “C” maiuscola.
Oggi parliamo, quasi sempre a sproposito ,di ”cultura” attribuendole significati di volta in volta “aggiustati” secondo l’esigenza del tema discusso e si confonde quello che tedeschi chiamano con la parola Kultur, cioè l’espressione della natura umana ,i valori naturali e istintivi autentici dell’individuo, con la parola Zivilisation un complesso di norme e di valori soprattutto esteriori e convenzionali.L’insieme composito di costumi,credenze,abitudini,politica o società, non è cultura ma il surrogato della cultura ,adoperando il linguaggio di Kant è: Z civilisation.
Parliamo anche di cultura di sinistra e di destra, ma che culture sono? La cultura è una sola, attarcarle un etichetta equivale portarla al rango di borsa taroccata, venduta dagli extracomunitari.Si tratta di subculture.
Si giunge,anche, all’aberrazione culturale di parlare di “cultura di massa”!
La cosiddetta “cultura di massa” è una produzione industriale
pseudoculturale indirizzata ad uno pubblico vasto e indifferenziato, la massa, e viene “propinata” per via cartacea ,fumetti e giornali o peggio ancora attraverso programmi televisi. Normalmente serve per indirizzare il pubblico verso “prodotti” politici o mercantili. E’ come produrre polli surgelati.
Anche alla parola cultura,come a molte altre parole, è stato modificato il significato originario, creando una confusione, spesso voluta, per vendere un ingannevole “ prodotto cultura”.
Anna il 10 Ottobre 2006 alle 15:10
ehm dissento(e ti pareva..)
La Cultura nell’accezione classica del termine paidéia o humanitas è strettamente individuale e nel contempo si rivolge ad una conoscenza universale.
Mentre quello che dici tu,mi sembra più appropriato legarlo al concetto di civiltà.
La civiltà di un popolo è tramandare ai posteri anche la cultura,ma la cultura è “procreata” dai singoli uomini.
La cultura proviene dai grandi Uomini
da Platone,da Copernico,da Leonardo,da Galilei,da Cartesio, da Kant,da S.Agostino,da Dante,da Leopardi,da Beethoven, solo per citarne alcuni ,
non certo dai popoli loro contemporanei.
Il merito dei popoli è quello di aver costudito la cultura contribuendo a costruire la Civiltà.
Andrò all’inferno ,ma sono un individualista congenito….
Ciaolink
Leggo con piacere il post (addolcito anche dall’aver intravisto il meraviglioso crocifisso di Brunelleschi scorrendo il tuo blog) e trovo interessante il parallelo cultura di massa – polli surgelati. Vorrei capire meglio a cosa tu ti riferisca, se cioè alla sub-cultura da salotto del soqueltantochebastaperdareun’opinioneedarfiatoallalingua (nel qual caso mi vedresti d’accordissimo) o all’idea generale che la conoscenza possa essere diffusa tra la massa (Leopardi, se ben ricordo, nelle Operette Morali aborriva proprio quest’idea).
In un’epoca e soprattutto in un Paese dove l’ignoranza diffusa si traduce nello sfregio a un patrimonio storico-artistico-culturale strabiliante quanto martoriato, mi sembra infatti che coloro (pochissimi) che tentano una divulgazione seria e autentica anche via etere o carta stampata debbano considerarsi sostenitori, e non affettatrici della Cultura…
Saluti
Francesco
intanto grazie della visita e del comm.
Hai ragione di dire che il ns.immenso patrimonio artistico (credo che il 60% delle opere d’arte mondiali sia in Italia) sia trascurato e negletto.
E ben venga chi fa della divulgazione seria ,ma non è cultura:è insegnamento ed apprendimento,erudizione se vuoi.Serve alla “conservazione” della cultura ,che è uno degli scopi della civiltà: è ciò che si deve tramandare ai posteri.Ed anche questa erudizione , pur rivolgendosi ad un pubblico più vasto non è per tutti.La cultura di massa è quello che dici anche tu: chiacchere da salotto ,tv spazzatura.Dove si sparano parole allucinanti,in un “italiano” alla di pietro,frammiste ad un orrido inglese, e dove tutti fanno finta di capire.Ma è quella che va per la maggiore……..purtroppo.
ciao
Però vedi la definizione che ti ho dato io era conseguente alla mia esperienza personale: per me è colto non chi ha molte informazioni relative a un determinato periodo storico o argomento o popolo, ma colui che riesce a cogliere( nota il verbo cogliere! ha la stesa radice di cultura!!! me ne accorgo solo ora!), colui che riesce a cogliere il nesso tra se stesso e la realtà e tra la realtà e il tutto. Per questo la persona colta è anche una persona estremamente curiosa: perché sa che la realtà è una fonte inesauribile di conoscenza in tutti i sensi e favorisce l’avventura dell’interpretazione che, per quel che mi riguarda, trovo affascinante.
lo vedi che, se non parliamo di religione, qualcosa di convergente si trova!!! Mi è piaciuta la tua considerazione :”una persona colta è anche curiosa” e condivido anche le tue conclusioni.
ciao
a presto
L’inciucio mortale
3 Ottobre 2006>
Ho parafrasato il titolo di un libro del noto filosofofo esistenzialista Kierkegaard “La malattia mortale”, i cui temi sono l’ angoscia e la disperazione. Non voglio fare della filosofia ,ma soltanto riflessioni sull’evolversi della situazione italiana e mondiale verso una islamizzazione di massa. Il compromesso, raggiunto sulla base di un’ attenuazione dell’ateismo e del materialismo storico da una parte ed un accoglimento del socialismo reale dall’altra, ha prodotto una squallida collaborazione protrattasi per anni. In pratica due zoppi ,che si sorreggono l’un l’altro e che insieme hanno portato l’attacco allo stato democratico ,forti di un potere persuasivo e mediatico sulle masse operaie e di fedeli. Malgrado tutto siamo sopravvissuti, per ora, ai loro sporchi affari. La progressiva perdita di credibilità della chiesa, grazie anche ai cattocomunismi e il crollo del socialismo reale, hanno comportato un certo ripensamento, da parte loro, sul rapporto “d’affari”intrapreso, anche alla luce della nuova emergenza mondiale: il ritorno di una vecchia realtà,il fondamentalismo islamico. La corsa a saltare sul carro dei probabili vincitori si è aperta sia nei marxisti ,che nei cattocomunisti. Vi sono alcuni filosofi marxisti, tra cui Roger Garaudy ,che si sono convertiti all’islam, con lungimiranza, forse interessata, avendo individuato il punto in comune del comunismo con l’islam : la conquista del potere, in modo anche violento. per la formazione di uno stato dittatoriale. In pratica sostituire la dittatura del proletariato con la sharja. Ilich Ramírez Sánchez detto Carlos (noto terrorista istruito a Mosca) a tale proposito è molto chiaro. «L’assenza del sacro ha marcato il limite del marxismo perché l’ha ridotto a una religione dell’uomo. Se il marxismo avesse introdotto una dimensione trascendentale, si sarebbe imposto ovunque». «il cristianesimo si è sfaldato e la sola barriera contro la decadenza morale resta l’islam», perché «l’islam, accelerato dal venir meno della Chiesa e dallo scacco del socialismo reale, è una chance per l’Europa», perché «l’islam è per gli europei il solo modo di salvaguardare i loro valori», perché «rappresenta l’ultima forza spirituale suscettibile di opporsi con successo all’idolatria mercantile… L’islam conferisce alla via rivoluzionaria una dimensione spirituale e morale, assente nella dottrina marxista-leninista burocratizzata, e per questo oggi costituisce la punta di lancia dell’aspirazione rivoluzionaria, ma il sentimento di rivolta esiste indipendentemente dall’islam, il quale è obiettivo primario del nemico perché è l’élite consapevole impegnata contro il totalitarismo liberale». A parte che ci dovrebbe spiegare come fa un totalitarismo ad essere liberale, è evidente che, dopo il crollo del comunismo, bisogna cercare nuovi pseudoideali, nuove forme di rivoluzione anche a costo di diventare religiosi! Il fanatici che hanno scelto prima il marxismo e poi l’islamismo per il riscatto della classe proletaria ,non hanno capito che, instaurare un stato dittatoriale teocratico, non è la strada per poter portare il benessere ai popoli e viene il giustificato sospetto, che non si voglia far raggiungere questo benessere .Un popolo che sta bene ed è libero non fa rivoluzioni,ma tutt’al più le subisce. Speriamo di avere la forza di spezzare questo inciucio, di evitare questa malattia mortale, ma l’angoscia non manca.
Fino ad oggi, il marxismo, resosi conto della difficoltà di abbattere la chiesa con uno scontro frontale, si era adattato ad infiltrazioni nell’apparto ecclesiastico ,usufruendo di prelati compiacenti e di fedeli sprovveduti, cioè i cattocomunisti; loro si fanno chiamare “cattolici adulti” ,adulti di età, ma non certo di cervello.
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La carità
Questo post l’ho scritto dopo aver avuto qualche, salutare, divergenza di opinioni, con due amici di blog. E non poteva essere diversamente, loro ferventi cattolici ed io convinto agnostico.Lo dedico soprattutto ad Anna , che pur onorando le sue posizioni ,accetta un dialogo con un povero miscredente. Anche questa è carità.
Il tema del contendere:
la Politica come la più alta forma di Carità.
Illustrerò la mia posizione, lasciando ad altri ,se vorranno, il compito di controbattere liberamente.
La carità alle origini.
Troviamo un embrione di carità, pur con modalità e scopi differenziati, presso gli egizi, gli ebrei, i greci e gli induisti, che potrei definire una specie di soccorso spesso interessato: o per timore di Dio o per acquisire meriti agli occhi di Dio, o per ragioni di opportunità politica.
Gli Egizi
(Amore spirituale verso gli uomini)
In alcuni geroglifici egizi compaiono frasi, come “ho dato pane a chi aveva fame, bere a chi aveva sete,vestito ai nudi”, ed altre concettualmente simili. “E come scrive L.Lallemand, nella Histoire de
la Charitè, il popolo egiziano ha avuto un’idea umanitaria, improntata ai principi di uguaglianza della giustizia,diritti alle donne,ai bambini, agli schiavi e assistenza dovuta ai miseri. Non bisogna dimenticare che uno dei motivi che ci permette di distinguere la carità degli egizi da quella di altri popoli è l’idea di una risurrezione dopo la morte,destinata a premiare gli uomini che in terra agirono bene.”(fonte: enciclopedia moderna del cristianesimo a cura di P.R. Raimondo Spiazzi ).
Concordo, in tesi generale, sull’indubbia superiorità della civiltà e della cultura egizia, rispetto ad altri popoli loro contemporanei, ma anche a molti popoli di oggi, tuttavia ritengo, che questi geroglifici rinvenuti, in gran parte nelle tombe ,di faraoni, regine e notabili siano tendenzialmente celebrativi, nei confronti dei defunti anche se il credere in una vita post mortem era molto sentito nell’antico Egitto e la “carità” era un mezzo per conquistarsi il favore degli dei.
Gli Ebrei
r h mim (carità)
Per gli ebrei l’assistenza al povero è considerata un dovere.
In quel tempo diedi quest’ordine ai vostri giudici: «Ascoltate le cause dei vostri fratelli, e giudicate con giustizia le questioni che uno può avere con il fratello o con lo straniero che abita da lui.
Nei vostri giudizi non avrete riguardi personali; darete ascolto al piccolo come al grande; non temerete alcun uomo, poiché il giudizio appartiene a Dio; e le cause troppo difficili per voi le presenterete a me e io le ascolterò».(deuteronomio)
“ Alla fine di ogni triennio, metterai da parte tutte le decime delle tue entrate di quell’anno e le depositerai dentro le tue città;(Deuteronomio 14:28)
il Levita, che non ha parte né eredità con te, lo straniero, l’orfano e la vedova che abitano nelle tue città verranno, mangeranno e si sazieranno, affinché il SIGNORE, il tuo Dio, ti benedica in ogni opera a cui porrai mano. (Deuteronomio 14:29)”
Il formalismo precettivo della leggi mosaiche , contribuisce ad una interpretazione assistenziale intesa come dovere verso Dio, piuttosto che come amore verso il prossimo.
I Greci

Penso che, per i greci, sia nelle leggi che nelle usanze, usare la parola carità ,sia perlomeno azzardato, la grande cultura filosofica, letteraria,artistica e scientifica, sovrastava ogni altra forma cognitiva.
E’ vero che,secondo tradizione, sono gli inventori della democrazia, ma se l’esaminiamo nei dettagli, i riscontri, con quello che noi intendiamo per democrazia, sono ben poca cosa.
La stessa “Repubblica” di Platone è un ludus philosophicus ad usum mentis, piuttosto che una forma di stato possibile da realizzarsi empiricamente. E non dimentichiamo che per Aristotele la democrazia fa parte delle forme corrotte di governo, essendo definita da lui come il “il governo a vantaggio dei poveri”, cioè governo di una parte contro l’altra. Ciò non toglie che Solone ,eletto arconte ,realizzi un’organizzazione sociale di compromesso fra aristocratici e demos ,detta “polis”, ossia uno spazio comune dove vigono regole e leggi comuni. La giustizia è di origine divina ,ma non più sotto l’egida di Zeus ma sotto quella di Athena, e nello stesso tempo si identifica con la giustizia della polis.
“Scrissi leggi allo stesso modo (homoios) per il non nobile (kakos) e per il nobile (agathos), adattando a ciascuno retta giustizia”. (Solone, fr. 24 Diels 18-20)
Qualcosa di più concreto, ma più per fini ed interessi politici che umanitari, lo fece Pericle, in effetti tutta l’assistenza ha uno scopo prettamente politico, la povertà non era amata, ma odiata e tenuta ai margini della vita pubblica.
L’induismo

dhânam (carità)
Gli induisti credono nella reincarnazione: se un uomo si comporta male in questa vita, dopo la morte, la sua anima torna a vivere in un altro corpo per espiare i peccati commessi : solo chi onora gli dei e si comporta con carità verso gli altri uomini raggiunge la pace eterna. Infatti gli induisti credono che gli dei, in cambio di preghiere e di sacrifici, facciano dono agli uomini del sukhavati, il paradiso di felicità.
Dal libro BHAGAVAD GITA
Capitolo 17. Verso 20. La carità fatta per dovere, senza aspettarsi niente in cambio, nelle giuste
condizioni di tempo e di luogo e alla persona che ne è degna, si dice che
appartenga alla virtù.
Verso 21. La carità compiuta con la speranza di una ricompensa o con il desiderio di un
risultato interessato, o fatta a malincuore, appartiene alla passione.
Verso 22.
Infine, la carità fatta in tempi e luoghi inopportuni e a persone che non ne
sono degne, o compiuta in modo irrispettoso e sprezzante, appartiene
all’ignoranza.
Il cristianesimo
Charitas
Credo, che da un punto di vista teologico, questi comandamenti siano la base per ogni discussione ermeneutica della Carità cristiana, anche di quella odierna.
Nell’Antico Testamento la parola carità si trova tre volte,mentre nel Nuovo Testamento
non compare, cio non toglie che il concetto sia esplicato nelle numerose parabole pervenuteci attraverso gli evangelisti, come quella del buon samaritano,del ricco Epulone, per citarne alcune.
Ritengo che, almeno inizialmente, il concetto carità uguale amore sia da considerarsi nel triangolo coscienza del singolo uomo, prossimo e Dio e sia essenzialmente di natura spirituale,mentre l’assistenza materiale,al prossimo, sia solo un mezzo per dimostrare questo amore. L’organizzazione sistematica della Carità, intesa come assistenzialismo materiale, nasce dalla necessità logistiche delle prime comunità cristiane, il “cibo” buono per l’anima ,andava integrato con un cibo adatto alle necessità corporali. Il vero organizzatore della chiesa primordiale è stato S. Paolo, con le sue comunità cristiane, in pratica le polis nello stato. Questo tipo di organizzazione non poteva essere tollerato,logicamente, dall’autorità romana, in genere molto tollerante verso le religioni dei popoli incorporati nell’impero ed il trasferimento della chiesa a Roma accentuò ulteriormente lo scontro fra comunità cristiane e stato. Più le persecuzioni aumentavano, più cresceva l’organizzazione delle comunità come stato nello stato, quindi mutuo soccorso fra i cristiani, ossia un maggior assistenzialismo per i bisognosi , in pratica un embrione della charitas odierna.
Sono dunque negli atti degli apostoli e nelle lettere di s.Paolo le fonti dell’organizzazione della chiesa primitiva in comunità cristiane,una necessità di espansione e di sopravvivenza.
La Carità come Politica o
la Politica della Carità? Comunque la si voglia intendere è un allontanarsi dal concetto evangelico di amore spirituale, per diventare un’organizzazione parastatale o in diretta concorrenza con lo stato.
La Carità ,intesa come “la forma più alta di politica” diventa un involucro privo del suo contenuto più importante, per un credente: l’amore verso Dio che è prevalente ,rispetto all’amore verso il prossimo: 1° e 2° comandamento.(Marco 12,28-31)
So benissimo di attirarmi le critiche dei cattolici, più impegnati nella dottrina sociale della chiesa, ma, anche leggendo, le encicliche papali ,dobbiamo ammettere una organizzazione materiale nell’ espletazione della Carità, come intesa oggi:”Charitas”.
Il rapporto “divinità” “io” e “prossimo”, comune in modo sorprendente con egizi ,ebrei ed induisti, viene snaturato sostituendo all’”io”
la Chiesa.
commento lasciato da Anna il 27 Settembre 2006 alle 7:36
calma ragazzi
solo discussioni pacate
prego
Addio Oriana
16 Settembre 2006
Addio Oriana
Ti perdono le tue idee del passato, un passato ormai remoto.
Cercherò di non deluderTi: nel presente e nel futuro.
Addio Oriana, a Dio se Dio esiste.
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Io senza Dio (parte 2°)
Io senza Dio
In risposta ad Anna (http://annavercors.splinder.com/)
riporto un brano dell’intervista rilasciata da Rosa Alberoni
In merito al suo libro “La cacciata di Cristo “
Dal post su cui mi hai indirizzato
http://benedettoilpadre.splinder.com/post/8752389
“…..Sorbi (giornalista)– Perché forse lei professoressa individua l’Occidente come terra del declino. Perché forse c’è un omicida che lei probabilmente individua in Cartesio e Russeau. Perché questi due “omicidi”?
Alberoni – Questi sono gli antenati degli Anticristo, perché Cartesio ha rovesciato tutto: prima l’essere umano era al centro, cioè, “io esisto”… Ma è così, lo si capisce anche con il buon senso, chiunque di noi lo capisce. Noi prima esistiamo, siamo concepiti, veniamo al mondo, nasciamo, poi, quando arriviamo davvero a pensare, a saper ragionare?A vent’anni? Mentre Cartesio, cosa ha fatto? Ha rovesciato. Ha messo prima c’è il pensiero. Al centro c’è il pensiero, perché dici: “Io penso, dunque esisto”… no, in realtà io esisto prima e quindi vengo da… sono stato creato da Dio, e solo dopo penso. Capisce la conseguenza? È uno spostamento. È una sorta di rivoluzione copernicana veramente!Quindi, mettendo al centro il pensiero, Cartesio ha fatto questa equazione. “Forse non sono stato abbastanza esaustivo nel post precedente, a cui questo si collega, e me ne scuso.
Nella mia concezione di “io” non esiste un “prima” e un “dopo” (un discorso sul tempo ci porterebbe molto lontano, per cui in questo contesto mi attengo al concetto di tempo nella sua accezione classica) tra io empirico e io Pensante, ma sono contemporanei e complementari : il cogito ergo sum è la presa di coscienza di sé, come io soggetto. Il fatto di essere complementari non vuol dire che abbiano la stessa valenza: l’io pensante è preminente sull’ io empirico. Cosa rimane di Einstein nella storia? Il “prodotto” del suo io pensante, non certo il suo io empirico.
Il sum ergo cogito, è semplicemente un artificio dialettico in funzione anticartesiana, un voler dar contro dogmaticamente,un residuo di scolastica ,di ipse dixit, a Cartesio, che, oltre tutto, era anche credente. Dicendo, che è un “omicida” e accusarlo di essere il precursore dell’anticristo, quindi della scuola ateo materialistica, siamo fuori dal pensiero cartesiano, dalla filosofia e dalla storia. Se filosofi, successivi hanno usato il razionalismo, per giungere a conclusioni ateo materialistiche, non lo possiamo incolpare di questo.
Cartesio da ben tre dimostrazioni dell’esistenza di Dio, fra cui, nella quinta delle Meditazioni Metafisiche, la famosa prova ontologica già esposta da S. Anselmo d’Aosta e, in modo meno esplicito da S.Agostino.(non mi sembra una compagnia di anticristo!).
L’inquisizione, che aveva colpito duramente il suo contemporaneo Galilei, non condannò le teorie cartesiane e lo vogliamo fare oggi?
Il sum ergo cogito,cioè ammettere che la materia esista “prima” è in netta antitesi con l’asserzione cattolica che l’”embrione è vita”. L’embrione è embrione di “materia”, ma anche embrione di “pensiero”,o di “anima”.
Dire che si arrivi al “pensare” o alla ratio a vent’anni, spero che sia una sparata a livello giornalistico, altrimenti mi viene qualche dubbio sul “cogito” dell’autrice.
Inoltre, a titolo personale, dubito che ogni sum diventi un cogito, mentre ogni cogito è certamente un sum.
Vedo, a mio avviso, nell’intervista rilasciata , delle asserzioni infondate ed incoerenti con la stessa ermeneutica cattolica.
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La terza via tra credenti ed atei. L’Io Pensante.
22 Luglio 2006
Io senza Dio
«Questo io, l’io alienato, è un io senza Dio. L’io senza Dio è un io che non può evitare tedio e nausea. Per cui si lascia vivere: si può sentire particella del tutto (panteismo) o è preda della disperazione (il prevalere del male e del nulla: nichilismo)».(don Giussani) L’io alienato è un io senza Dio, perché è un io che non conosce il suo vero volto: solo in Dio ci potremo conoscere veramente; ma se Dio è estromesso dalla nostra vita attraverso la negazione di Cristo, della Chiesa e della loro presenza nel mondo, come potremo conoscere il suo vero volto e quindi il nostro vero volto?La vita diventa allora noia e nausea (quando le energie per il dimenticarsi di sé nel divertimento vengono meno) ci si lascia andare ad un inerte fatalismo (immersi in un vago panteismo senza misericordia) o si è preda della disperazione del nichilismo (del nulla che ci ingoia nel suo abisso).Commento di Anna .V.
La terza via tra credenti ed atei. L’Io Pensante.
L’ Io senza Dio è un Io alienato, oppure l’Io con Dio è un Io alienato?
Una dicotomia insanabile tra la posizione religiosa ed atea, che sono entrambe permeate di un dogmatismo ,spesso fuori luogo. Le posizioni preconcette di credere per fede e di non credere per fede,a mio giudizio, sono molto riduttive per l’Io Uomo, che è l’unica realtà oggettiva. Tutti eguali, nella religione, in adorazione di Dio , oppure tutti eguali in un materialismo nichilista, dove l’uomo è scritto con la “u” minuscola ed è materia amorfa, in un egualitarismo che ha massificato l’intelletto, sono posizioni non molto condivisibili.
L’Io empirico, deve la sua stessa identità, Io so di essere Io, all’esistenza dell’Io Pensante,la comunione Io empirico ed Io Pensante rappresenta l’Io Soggetto ,cioè l’ Ente-Uomo, l’essere esistente. L’Io empirico è il supporto vitale dell’Io Pensante, ma è quest’ultimo che ha il compito della scepsi,cioè l’ esame critico degli oggetti della conoscenza, i cui principi vengono messi sistematicamente in dubbio, escludendo la possibilità di pervenire a una conclusione definitiva .
L’Io Pensante è agnostico.
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Perchè, nella mente, si accende la lampadina come nei fumetti?
“un pensiero viene quando è “lui” a volerlo, e non quando “io”lo voglio”.
Friedrich Wilhelm Nietzsche
Di fronte a un problema, mi sono chiesto spesso quale sia l’interruttore, che fa accendere l’ ”idea” e perché, a volte, ciò accada in tempo reale ed altre volte in tempo differito, oppure mai.
Tra mediocrità e genialità.
Certamente la ragione esamina tutte l’informazioni associate, cioè indicizzate, che sono presenti nella memoria a lungo termine. estrapolando quelle che ritiene appartenere allo stesso insieme, in pratica una fase analitica, una preparazione di base.
Successivamente interviene l’intelletto che rielabora le informazioni scegliendo tra il procedimento euristico e il procedimento algoritmico, cioè tra intuizione ed elaborazione.
La risoluzione di un problema, con procedimento algoritmico, è un metodo meccanicistico, è seguire uno schema predefinito, pianificato, un calcolo che può essere laborioso e lungo. L’intervallo temporale tra approccio al problema e risoluzione, rappresenta la quantità di “mediocrità”: più è lungo il tempo maggiore è la quantità di mediocrità.
La risoluzione di un problema, con il procedimento intuitivo, è la capacità di elaborare tutte le informazioni contemporaneamente ed, usufruendo della conoscenza astrattiva, enucleare il valore associato, valido per la nostra soluzione. Velocità di ricognizione delle informazioni, capacità astrattiva e intuizione determinano il tempo di risoluzione, più questo intervallo tende a zero maggiore è la quantità di “genialità”.
Per questo il pensiero viene quando vuole “lui”, perché dipende dalla strada percorsa: mediocre o geniale.
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Utopia
19 Giugno 2006
Ci sono diversi modi di pensare il futuro:utopie,profezie, previsioni,fantascienza, progettualità.
L’”eu topos” o regione della perfezione e della felicità,valorizza l’immaginario, l’immaginazione derivandoli dalla frustrazione del contingente; ma è anche l’”ou topos” la regione inesistente.
L’utopia è il sogno ricorrente dell’uomo insoddisfatto della realtà in cui vive, pertanto ha radici lontane nel tempo.
La”Repubblica”, l’utopia politica platonica è l’oggetto del dialogo, a cui prendono parte Socrate, Polemarco ,Glaucone, Adimanto, Trasimaco e Cefalo nel quale viene ipotizzata la perfetta comunità politica e sociale. La tesi fondamentale è la necessità che a governare siano i filosofi, o che i governanti siano filosofi. Su queste basi, Platone descrive il suo modello ideale di stato. La comunità dovrà essere divisa in tre classi: governanti , guerrieri e cittadini-lavoratori. L’appartenenza ad una o ad un’altra classe è definita da fattori sia antropologici ,che psicologici, cioè la prevalenza nella psiche della parte razionale per i governanti, della parte concupiscibile per i lavoratori o della parte irascibile per i guerrieri, cioè dalle specifiche qualità dell’individuo.
Uno aspetto dello stato idealizzato da Platone è l’eliminazione della proprietà privata, limitatamente alla classe dei governanti, che avranno in comune anche le donne, completamente eguagliate agli uomini; i matrimoni saranno temporanei ed i figli,sottratti neonati ai loro genitori, saranno della “comunità”. L’essenzialità del “comunismo” platonico consiste, per la parte economica, nell’eliminazione della proprietà privata e per la sfera sessuale nell’eliminazione della famiglia e nell’eguaglianza dei sessi. La finalità, di questi assunti, è la totale dedizione al bene comune e della “repubblica”.
In una sintesi estrema, si può affermare che, in questo contesto del pensiero platonico ,ci siano tutti quei germi,che pur con poliedriche evoluzioni ,daranno vita alle utopie future.
Le critiche, salvo rare eccezioni,sono nel complesso negative sia ,ovviamente ,da parte di quella linea di pensiero che si ispira al liberalismo, che respinge in toto la sua visione politica ed economica, sia da quella che si ispira al socialismo, che pur apprezzandone alcuni assiomi ,non gli “perdona” la ferrea divisione in classi.
Nei secoli, le utopie sono ricorrenti, citerò solo alcune opere, come “La città del sole” di Tommaso Campanella ,il “De Pace Fidei “di Niccolò Cusano,un’utopia religiosa., “Sul migliore assetto dello Stato”, ovvero “L’isola di Utopia” di Tommaso Moro, le cui idee troveranno un terreno fecondo nel socialismo populistico del XVIII secolo e in quello del comunismo utopistico del XIX secolo.
L’utopia comunista e la fine dell’utopia.
Dalla ” Critica al programma di Gotha”( K. Marx):
«In una fase più avanzata della società comunista, dopo che la subordinazione servile degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche l’opposizione tra lavoro manuale e lavoro spirituale, si saranno dissolte, dopo che il lavoro sarà diventato non solo un mezzo per la vita, ma anche il primo bisogno della vita, dopo che, con lo sviluppo multilaterale degli individui, si saranno accresciute anche le loro forze produttive e tutte le fonti della ricchezza cooperativa zampilleranno più di prima, solo allora l’angusto orizzonte del diritto borghese potrà essere superato del tutto e la società potrà scrivere sulla sua bandiera: ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni!» Ma le fontane non hanno zampillato e non zampilleranno.
Per realizzare questo passaggio, occorre un “agente”, il proletariato, e di un periodo, la “dittatura del proletariato”, insostituibile momento di transizione che porta al superamento di qualsiasi forma di Stato.
Come questo avvenga e con quali metodi si raggiunga il superamento della società interclassista è chiarito da Marx ed Engels nel “Manifesto” del 1848.
“I comunisti sprezzano l’idea di nascondere le proprie opinioni e intenzioni. Essi dichiarano apertamente di poter raggiungere i loro obiettivi solo con il rovesciamento violento di ogni ordinamento sociale finora esistente. Che le classi dominanti tremino al pensiero di una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi altro che le proprie catene. Da guadagnare hanno un mondo.”
Un mondo che, a quel punto, sarà privo di contenuti e ricolmo di sangue.
La fine dell’utopia avviene nel momento stesso della sua realizzazione o meglio nel tentativo della sua realizzazione. La prova di rivoluzione del 1968, in cui si sosteneva la fine dell’utopia socialista in quanto realizzata o realizzanda a breve, è fallita in toto. Successivamente, la caduta del muro di Berlino, rappresenta il crollo, per implosione, del socialismo reale, cioè la prima fase della transizione, la dittatura del proletariato, non ha funzionato. Non solo non ha funzionato, ma lascia, dietro di sé, una lunga scia di sangue .
Un’ utopia, che pensata per il benessere dell’uomo, si rivolta contro l’Uomo in quanto essere,in quanto ratio, in quanto pensiero, in quanto libero.
L’uguaglianza non esiste, ogni uomo è un “individuo” unico ed irripetibile, con una propria anima, non amalgamabile in una massa amorfa, pertanto la ricerca della perfezione sociale, basata sul livellamento egualitario, è viziata, ab inizio, da un errore oggettivo: non si tiene conto della natura e della disegualità degli uomini.
Ogni tentativo di realizzare una società perfetta, in senso egualitario, è destinato a fallire: è un utopia. Le “utopie” sono belle esteticamente e fanno sognare un mondo migliore, ma sono esclusivamente sogni che, quando si cerca di realizzarli, possono avere conseguenze drammatiche.
La cosa migliore è che l’utopia rimanga solo e soltanto UTOPIA.
Commenti
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Accuse a Nietzsche: fondate o false interpretazioni di comodo?
Agli amici di blog Agiamo , Devarim e Radicons.
A Stealth che ringrazio per l’aiuto datomi. I lettori di Nietzsche, debbono evitare questi possibili fraintendimenti:
- sulla volontà di potenza, credere che la volontà di potenza significhi “desiderio di dominare”, o volere “la potenza”.
- sui forti e deboli credere che i più potenti, in un dato regime sociale, siano per ciò stesso dei forti.
- sulle opere dell’ultimo periodo, credere che queste opere siano eccessive o già squalificate dalla follia.
Una dell’accuse più frequenti di quelli, che fanno una lettura superficiale, o parziale, dell’opera di Nietzsche è quella di antisemitismo, ma è assolutamente pretestuosa e falsa. Infatti, quando si scaglia contro gli ebrei lo fa nella stessa misura di quando si scaglia contro i cristiani.
Quello che Nietzsche vuole distruggere è la torah, il pentateuco non certo gli ebrei in quanto uomini.
Quello che Nietzsche vuole distruggere è il nuovo testamento, non a caso ,si scaglia contro s. Paolo, che è stato il primo vero apologeta del cristianesimo, ma non di certo, vuol distruggere,i cristiani in quanto uomini.
Quello che Nietzsche vuole distruggere sono tutte le credenze, i falsi dogmi che oscurano la mente dell’uomo che, invece, deve tendere al “meriggio”.
Quello che Nietzsche vuole distruggere sono la scienza, la filosofia, le religioni, il conformismo, ossia fare tabula rasa di 5000 anni di falsi valori, dichiarare la fine del bene e del male,dichiarare la morte di Dio per sostituirlo con l’uomo.
Chi può sostituire degnamente un Dio? Non un uomo qualsiasi, ma l’uomo il cui spirito abbia trasvalutato ogni angoscia, ogni gioia, ogni bene, ogni male e ogni valore convenzionale: il superuomo, che una traduzione dal tedesco, letterariamente meno elegante e di minore impatto scenico, ma certamente più corretta, suona: oltreuomo, al di là dell’uomo.
Per trasvalutare, abbandonare, negare, distruggere tutto lo scibile umano, all’uomo occorre la volontà di potenza, solo con questa può redimersi dall’essere uomo e, dopo un intrinseco travaglio esistenziale, diventare superuomo. Un superuomo spirituale, dunque.
Non si può imputare a Nietzsche, perché vuol distruggere la torah, di essere l’ispiratore
delle teorie nazionalsocialiste o peggio ancora della shoah. Nello stesso modo, in cui non possiamo imputare a Gesù Cristo, le sentenze e le condanne dell’inquisizione.
Nietzsche non è antisemita: è antireligioso, è un laico , che vede nella tradizione religiosa giudaico-cristiana il nemico dell’uomo, come lo vede nella scienza e nella filosofia.
L’uomo si deve evolvere dalla palude verso il superuomo, con le sue forze, con la sua volontà di potenza. Tutti gli uomini hanno ugualmente la possibilità di diventare superuomini, come il funambolo, l’uomo più brutto ,i due re falliti, (“Così parlò Zarathustra”), quindi un’ elevazione verso l’alto della condizione umana.
Al contrario del marxismo, che precipita l’uomo nell’ateismo e nel materialismo sterile di una palude di falsa uguaglianza, l’ateismo di Nietzsche non è anche materialista, ma è l’esaltazione dello spirito dell’uomo e non certo il suo annichilimento nella materia.
Se poi d’Annunzio e il nazismo, a posteriori, hanno voluto usufruire della parola altisonante “superuomo”, per le loro teorie estetiche e biologiche, che colpa ha Nietzsche? Il pensiero di Nietzsche non è teutonicamente sistematico, come quello di Kant o di Hegel,al Nostro piace la provocazione,piace essere un iconoclasta a costo, anche, di sembrare contradditorio. Le sue affermazioni sono sempre e comunque all’opposizione dell’esegesi corrente: è il suo modo di disprezzare tutto ciò che è tradizionale e conformistico. Questo è il suo modo di essere sistematico.
Indubbiamente è un pensiero fuori dagli schemi, direi rivoluzionario, comunque innovativo.A mio parere, è proprio questo il fascino dei suoi scritti, al di là di condividere o meno le sue idee; prendere o lasciare, ma non travisiamo come è stato fatto.
In questa ottica va giudicata la sua opera, ogni tentativo di affibbiargli un’etichetta è destinato a fallire e a non rendergli giustizia.
Quei signori, che scrivendo articoli e libri tendenziosi, spesso contradditori ed inesatti,continuano a travisare l’opera di Nietzsche, lo fanno o per convinzioni politico-ideologiche, che condizionano in modo irreversibile i loro termini di giudizio, o per aver letto in maniera superficiale le sue opere, o per non averle lette affatto. Non si può conoscere veramente il pensiero di un filosofo, di uno scrittore, di un poeta, senza aver letto, in prima persona,i suoi scritti.
L’attenersi solo, a quando detto da altri, significa delegare loro il nostro discernimento, la nostra capacità di giudizio critico, il nostro metodo speculativo, cioè mortificare il proprio io.
Visto, cari amici,che il post di Agiamo verteva anche su Freud così concludo.
Quando nel 1912 Jung mandò a Freud la sua dichiarazione di indipendenza, disse:”lascerò che Zarathustra parli per me”: “si ripaga male un maestro se si rimane sempre scolari”.
| commento lasciato da Garbo il 15 Giugno 2006 alle 11:13 | |
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| commento lasciato da s il 15 Giugno 2006 alle 12:37 | |
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| commento lasciato da sarcastycon2 il 15 Giugno 2006 alle 13:14 | |
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| commento lasciato da sarcastycon2 il 15 Giugno 2006 alle 13:20 | |
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| commento lasciato da devarim il 15 Giugno 2006 alle 14:11 | |
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| commento lasciato da sarcastycon2 il 15 Giugno 2006 alle 16:24 | |
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| commento lasciato da devarim il 15 Giugno 2006 alle 16:45 | |
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| commento lasciato da sarcastycon2 il 15 Giugno 2006 alle 17:52 | |
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| commento lasciato da agiamo il 16 Giugno 2006 alle 0:55 | |
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| commento lasciato da sarcastycon2 il 16 Giugno 2006 alle 10:55 | |
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| commento lasciato da stealth il 16 Giugno 2006 alle 12:23 | |
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| commento lasciato da sarcastycon2 il 16 Giugno 2006 alle 16:28 | |
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| commento lasciato da ilpunto il 16 Giugno 2006 alle 23:6 | |
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| commento lasciato da sarcastycon2 il 16 Giugno 2006 alle 23:38 | |
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| commento lasciato da stealth il 17 Giugno 2006 alle 17:34 | |
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| commento lasciato da RadiconsED il 20 Giugno 2006 alle 9:35 | |
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| commento lasciato da sarcastycon2 il 20 Giugno 2006 alle 15:18 | |
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