
Quello è il Tutto. Questo è il Tutto. Da Tutto sorge il Tutto.
Se dal Tutto è preso il Tutto, solo il Tutto rimane.
(Ishavasyopanishad e Brihadaranyakopanishad)
Sono due versetti che esprimono una bellissima e centratissima immagine di Dio e dell’infinito, cioè di quello che non si può definire.
Indubbiamente nell’antica India c’erano dei “pensatori” incredibili l’identificare il concetto di Infinito con Dio e contemporaneamente dare un attuale interpretazione di infinito matematico, non è un impresa semplice. In occidente, sin dal tempo dei greci, passando per tutti i maggiori filosofi e matematici, le interpretazioni sono state e sono tuttora molteplici.
I greci, con Anassimandro, parlavano di “apeiron” che più propriamente vuol dire indefinito, illimitato e che viene identificato con l’ “archè”, il principio primo, il “luogo”da cui tutto proviene e dove tutto ritorna annullandosi.
Nel pensiero cristiano si ha l’identificazione tra Dio ed infinito, in Plotino, s. Anselmo, Cusano ed altri, c’ è la preoccupazione di conciliare il finito con l’infinito, dovuta al fatto che Dio deve essere Infinito, ma è presente nel finito.
Nel pensiero matematico il concetto di infinito assume i suoi contorni propriamente teorici con Cartesio, Newton e Leibniz e più recentemente con Weierstrass (teoria degli insiemi).
Ritengo che nessuna di queste definizioni sia completa come quella dei versetti iniziali.
Se qualcuno mi chiedesse cosa sia, per me, l’infinito, risponderei: un mare senza l’orizzonte
11/06/2009
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sarcastycon |
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