Zibaldino

Marcello non è più tra noi

ma sarà per sempre in noi

che gli vogliamo un bene dell’Anima.

27/02/2011 Posted by | Varie | 2 commenti

Hypostasis ed hyparchonta

   Hypostasis ed hyparchonta

Sostanza  spirituale e materiale.

  Al mercatino dell’antiquariato e dei libri, casualmente, ho avuto occasione di acquistare il Srimad Bhagavatam, una bella edizione in tre volumi, scritta in sanscrito ed in italiano, con spiegazioni di “Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada”.(32° successore di Krsna)

Con un po’ di curiosità e, con una buona dose di agnostico scetticismo, ma con lo spirito di chi vuol sempre sapere e capire, neuroni permettendo, ho iniziato la lettura del primo canto “La creazione”.

“Lo Srimad Bhagavatam è la scienza spirituale che ci permette di conoscere non solo la Sorgente ultima di ogni cosa, l’Essere Supremo, ma anche la relazione che ci unisce a Lui.”

Dopo una settantina di pagine ho trovato questo versetto:

 

“I saggi spiritualisti che conoscono la Verità Assoluta chiamano questa Sostanza unica, aldilà di ogni dualità, col nome di Brahman, Paramatma o Bhagavan” (1.2.11)

Vi riporto la spiegazione di Sua Grazia.

“La Verità Assoluta è contemporaneamente soggetto ed oggetto perché non vi si distingue alcuna differenza di ordine qualitativo.

Perciò, Brahman, Paramatma o Bhagavan sono, sul piano qualitativo un’unica verità. Questa Sostanza unica è la Verità Assoluta.

Bhagavan la persona suprema, il signore sovrano, rappresenta l’aspetto ultimo di questa verità assoluta.

Il Paramatma costituisce una manifestazione parziale del signore supremo, mentre il Brahman impersonale è lo sfolgorio irradiante del suo corpo come i raggi che emanano dal corpo del deva del sole. I maestri della verità assoluta sanno che i suoi tre aspetti sono diverse angolazioni dell’unica sostanza.

La Verità Suprema ed Assoluta è sufficiente a se stessa, possiede  la conoscenza perfetta ed è libera da ogni illusione generata dal concetto della relatività.

 Nel mondo del relativo ciò che conosce è distinto da ciò che è conosciuto, mentre sul piano della verità assoluta non c’è alcuna distinzione. Nel mondo del relativo, chi conosce è l’anima spirituale vivente, che appartiene all’energia superiore e ciò che è conosciuto è la materia inerte,costituita di energia inferiore: dualità, dunque, tra energia inferiore e superiore.

Nell’ Assoluto nessun senso di diversità esiste tra conoscente e conosciuto, perciò tutto là e assoluto.”

        A mio giudizio, oltre ad una chiara similitudine con la Trinità cristiana, sono  interessanti i concetti di energia superiore ed inferiore, molto simili a quanto enunciato dal prof. Ratzinger nell’Enciclica Spe Salvi, che, a mio avviso, è una lezione di filosofia ad altissimo livello.

Per Benedetto XVI il concetto di “sostanza” è duale:   Hypostasis e hyparchonta, una spirituale ed una materiale. (successivamente parlerà di “nuova sostanza” che identificherà col Cristo). L’uso del greco non è casuale ma serve per distinguere le due tipologie con due nomi diversi. La parola latina “substantia”e la sua traduzione italiana “sostanza”, generano un concetto univoco e pertanto occorre ogni volta specificare di cosa si stia parlando.

L’energia superiore, che è la Verità Assoluta per l’ induismo, può corrispondere alla sostanza spirituale Hypostasis, mentre l’energia inferiore, nel mondo relativo, a quella materiale hyparchonta.

 

In tutto questo ci sono due fatti da mettere in relazione e che mi lasciano perplesso:

Il testo originale sanscrito risale a molti secoli prima di Cristo e, quindi prima dei Vangeli ed  i libri che ho acquistato sono una edizione del 1977, ben prima dell’enciclica.

05/10/2010 Posted by | Varie | , , | 4 commenti

La Chiesa dei Cavalieri di S.Stefano

 

   di Marcello di Mammi

 

                                    

La battaglia di Lepanto e la Chiesa dei Cavalieri di S.Stefano

             Ogni tanto, specie per le feste comandate, come si suol dire, mia moglie ha piacere che l’accompagni alla Messa. La domenica che cade vicino al 1° ottobre, anniversario del nostro matrimonio, è una di queste. Il clima autunnale, generalmente mite in questo periodo, invoglia ancor più a fare una passeggiata per raggiungere la chiesa e se Enrico IV disse:”Paris vaut bien une messe”, parafrasando, posso dire:” un grand amour vaut bien une messe.”
               Pongo una sola condizione: scegliere la chiesa. Immancabilmente la mia preferenza cade sulla chiesa pisana di S.Stefano, forse l’unica chiesa sicuramente “no islam” d’Italia.

        La chiesa progettata dal Vasari in epoca cinquecentesca, è semplicemente splendida nell’immagine si può notare il raffinato soffitto e sulle pareti i trofei, le bandiere e l’insegne appartenuti alla flotta turca e  conquistati  nella battaglia di Lepanto del 07 ottobre 1571

        S. Pio V non risparmiò alcuna energia per dar vita ad una Lega, detta Lega Santa, che comprendeva Venezia, che sostenne anche lo sforzo maggiore, la Spagna di Filippo II, la Repubblica di Genova, il ducato di Savoia, gli Ospitalieri di San Giovanni e il Granducato di Toscana, con in particolare i Cavalieri del  Sacro Militare Ordine Marittimo dei Cavalieri di S. Stefano  .In totale la flotta cristiana si componeva di 6 galeazze, 206 galee, 30 navi da carico, circa 13000 marinai, circa 44000 rematori, circa 28000 soldati con 1815 cannoni, la battaglia si concluse si concluse con una schiacciante vittoria delle forze alleate, guidate da  Don Giovanni d’Austria, su quelle ottomane di Mehmet Alì Pascià, che perse la vita nello scontro.

        E’ singolare che questo compito toccasse ad un Papa che meno di altri aveva interesse a assumere impegni militari, a dimostrazione del fatto che quando la necessità lo impone, alla preghiera e al digiuno possono essere uniti i cannoni.         

           Siamo sicuramente nella chiesa del cattolicesimo più classico, nessun “sinistro” strimpellìo di chitarre, come in certe chiese del cattolicesimo fai da te, ma il suono grave e solenne dell’organo, le cui canne, anch’esse incastonate, come i quadri del soffitto, fanno bella mostra di sé ai lati dell’altare, sul quale troneggia la statua di S.PioV.

           Non seguivo molto le parole del priore, anche perché la liturgia domenicale mi è ben nota, ma l’atmosfera di questa chiesa e le note di una musica d’autore sospingevano i  miei pensieri ad un salto indietro nel tempo: a quella battaglia. Il nostro pensiero deferente vada a tutti i soldati cristiani che con il loro sacrificio, permisero la sopravvivenza della civiltà.

Una grande battaglia per la Civiltà, per la nostra Civiltà cristiana.

30/09/2010 Posted by | Varie | 3 commenti

Le radice cristiane viste da me.

Un agnostico anti UAAR: le radice cristiane viste da me.

In Radici cristiane dell’europa, UAAR e Ateismo militante on 25 settembre 2010 at 12:46


di Marcello di Mammi.

Penso che sia giusto fare una precisazione: molto di quello che scrivo e che scriverò anche in seguito, sono mie opinioni personali o desunte da argomentazioni di professionisti seri, che possono non essere, e spesso non lo sono, in sintonia con l’attuale dottrina della Chiesa, ma credo che lo scopo principale di questa associazione, che è anche il mio, sia quello di rintuzzare gli assalti preconcetti e soprattutto politicizzati di ambienti atei, laicisti e negazionisti e quindi confido che queste mie dissonanze mi si perdoneranno, anche se preferirei che mi venissero controbattute.

Oriana Fallaci si dichiarava un’ “atea cristiana”, sembra una contraddizione ma non lo è. In questi giorni cade il capodanno ebraico, 5771 anni dalla data della creazione che, secondo le tradizioni ebraiche, risale al 3761 a.C.; col nostro calendario siamo nel 2010 d.C.,anche questa data è convenzionale, perché probabilmente errata di qualche anno; siamo nell’anno 2763 dalla fondazione di Roma, mi domando come si possano negare le radici giudaico cristiane e romane della nostra civiltà.

Solo delle persone culturalmente impreparate o, più probabilmente in malafede, come gli euroburocrati di Bruxelles, possono negare questa realtà storica. Che si sia credenti o meno non si può prescindere dalla nostra Storia, dalla nostra Cultura, dalla nostra Civiltà, che poi ci siano stati alti e bassi o conflitti questo, nei millenni, è inevitabile. La storia la fanno gli uomini e, spesso, non sono all’altezza di farla.

Giusto, giustissimo il discorso della Fallaci: atea perché non crede ma cristiana per cultura e tradizione.
Ed è questo il punto cruciale: perché la Chiesa ha abbandonato la sua tradizione? Una Santa Cattolica Apostolica Romana. Dopo il Concilio Vaticano II, la Chiesa ha perso queste sue prerogative specialmente l’unità.
L’abbandono del latino (anche se,dopo tanti anni è stato parzialmente riabilitato da Benedetto XVI con un suo Motu Proprio), e il frantumarsi delle liturgie nei linguaggi locali, ha dato adito a movimenti disgreganti, favorendo un culto “fai da te” che, di fatto, indebolisce la Chiesa.

Gli attacchi alla Chiesa vengono da lontano e ci sono sempre stati, ma oggi hanno assunto una virulenza senza precedenti e perché? La chiesa, che non è il credere o la religione, ma l’istituzione che deve diffondere e difendere il credo, non può, come istituzione, essere buonista o tollerante con i propri nemici, ma è proprio quello che accade oggi. ”Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre” (Is 5, 20).

«Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: “Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato» (Gv, 2,13-16)
Anche se in forma allegorica i messaggi di Isaia e del Cristo sono forti e chiari. Direi che oggi ci siano troppe ambiguità, troppi scambi tra luci e tenebre, troppi mercanti che mettono in pericolo l’esistenza stessa della Chiesa, non è tollerabile che ci siano ecclesiastici che tifano islam, quando l’islam è notoriamente il principale nemico della nostra Civiltà, delle nostre tradizioni culturali oltre ad essere una religione prevaricatrice dei diritti umani e delle libertà.

Se fino ad oggi siamo stati cristiani o culturalmente cristiani, lo dobbiamo principalmente a S. Pio V, alla Lega Santa, alle vittorie di Lepanto e nella battaglia di Vienna e al sacrificio di migliaia di cristiani uccisi in queste battaglie: quando è necessario occorre mettere dei paletti ben solidi. Oggi questi paletti sono stati divelti. Questi attacchi laicisti principalmente alla Chiesa Cattolica, dimostrano che il “nemico” ritiene che Essa sia debole, non si capisce, infatti, il quasi totale silenzio degli atei sull’islam, se uno è ateo lo è per qualunque dio e per qualunque religione. Ho detto non si capisce, ma si spiega benissimo: si tratta di pura e semplice vigliaccheria.

L’originale al link

Un agnostico antiuaar: le radice cristiane

25/09/2010 Posted by | Varie | 5 commenti

GENOCIDIO IN DALMAZIA

Postato da Marco De Turris su L’ITALIA E’ LA MIA PATRIA il 9/13/2010 02:23:00 PM
http://litaliaelamiapatria-ambra.blogspot.com/2010/09/genocidio-in-dalmazia.html

GENOCIDIO IN DALMAZIA.

FRANCESCO GIUSEPPE E I NAZIONALISTI SLAVI CANCELLARONO L’ITALIANITA’ DELLA REGIONE
È noto come il cosiddetto impero austro-ungarico abbia progettato la totale distruzione dell’italianità del Trentino, della Dalmazia e della Venezia Giulia. La verbalizzazione della decisione imperiale espressa nel Consiglio dei ministri il 12 novembre 1866, tenutosi sotto le presidenza dell’Imperatore Francesco Giuseppe. Il verbale della riunione recita testualmente:
“Sua maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno”
Questo progetto, elaborato consapevolmente dalle più alte autorità dell’impero asburgico e per manifesta volontà di Francesco Giuseppe stesso, fu sviluppato contro gli Italiani con una pluralità di modi:
-espulsioni di massa
-deportazione in campi di concentramento
-immigrazione di Slavi e Tedeschi nei territori italiani
-germanizzazione e slavizzazione scolastica e culturale
-repressione poliziesca
-privazione o limitazione dei diritti politici
Luciano Monzali ha documentato nel suo recente studio “Italiani di Dalmazia : dal Risorgimento alla grande guerra” Firenze : Le lettere, 2004) come tale politica abbia compiuto un vero genocidio in Dalmazia.
Gli Italiani avevano rappresentato per secoli in terra dàlmata la maggioranza assoluta nelle isole, sulle coste e nelle città, nonché la maggioranza relativa fra le moltissime etnie che popolavano la regione. Ancora, erano rimaste compattamente italiane sino al trattato di Campoformio le autorità politiche, l’economia e la cultura.
Già nel secolo XVIII era iniziato un declino della presenza italiana in Dalmazia, dovuto alla differente crescita demografica: tuttavia, ancora ad inizio dell’Ottocento gli italiani dàlmati erano circa il 30% del totale degli abitanti.
Il dominio austriaco determinò a partire dalla sua imposizione nel 1815 un rapido ed irreversibile tracollo della presenza italiana. Fu un genocidio silenzioso, documentato dagli stessi censimenti austriaci
1845 – 19.7%
1865 – 12,5%
1869 – 10,8%
1880 – 5,8%
1890 – 3,1%
1900 – 2,6%
1910 – 2,7%
Dopo il 1866, i numerosi casi di violenze compiuti da Slavi contro Italiani nella Dalmazia, per nulla repressi, se non favoriti, dal governo austriaco, provocarono un primo massiccio afflusso di profughi dalla regione. La Dalmazia, regione in cui la presenza latina aveva oltre due millenni di storia, luogo di rifugio per i latini dell’Illiria che nel VII secolo d. C. presero a fuggire dinanzi all’invasione slava, plurisecolare possedimento veneziano, vedeva ancora nel 1866 una folta presenza di Italiani: l’azione congiunta della persecuzione austriaca condotta per così dire “dall’alto” e di quella degli Slavi compiuta “dal basso” e favorita dalla connivenza delle autorità asburgiche non lasciò scampò agli Italiani, che dovettero per lo più fuggire in Italia. I pochi rimasti dovettero abbandonare le campagne e l’entroterra e rifugiarsi nelle città della costa (Zara, Spalato, Ragusa, Cattaro, le principali, oltre a numerose altre minori) e nelle isole antistanti, in cui conservavano ancora una buona consistenza numerica. Rimase celebre la figura di Antonio Bajamonti, sindaco di Spalato che invano cercò d’opporsi alla metodica distruzione della italianità dalmata stretta fra l’incudine del governo asburgico ed il martello degli Slavi. Una sua frase, pronunciata nel 1888, rimase famosa:: A noi Italiani di Dalmazia non resta che soffrire.
Infatti, fra i molti strumenti di cui servì il regime asburgico per cacciare o slavizzare a forza gli Italiani, vi fu anche il ricorso sistematico alla violenza da parte di squadracce di nazionalisti slavi, il cui operato era incoraggiato e protetto dalle autorità asburgiche.

UN SEMPLICE ESEMPIO. LE VIOLENZE SLAVE ANTI-ITALIANE NEL 1909
Si può portare l’esempio di ciò che avvenne in un solo anno, il 1909, nella sola Dalmazia, ricordando che episodi simili si susseguivano ininterrottamente da oltre un cinquantennio e che avevano anzi toccato il loro apice nel periodo 1866-1886.

“Il 17 ottobre 1909 un soldato di Sebenico, croato, certo Baranovic, dopo una ‘discussione’ politica, uccìde con una baio­nettata nella schiena il popolano non an­cora ventenne Riccardo Zanella. Il fatto destò enorme impressione in città; la vitti­ma fu generalmente compianta e gli animi fremevano.
Nei giorni 6 aprile, 15 aprile, 30 otto­bre 1909 le scuole della «Lega Nazionale» a Spalato sono fatte bersaglio a frombolieri croati che ne infrangono i vetri. Ver­so la fine di aprile gli studenti croati delle scuole medie di Spalato fanno una cla­morosa dimostrazione contro gli italiani, alla presenza dei professori. Merighi, cittadino italiano, un uomo già vecchio se ne sta tranquillo il 9 di giugno 1909 mentre arriva a Spalato il borgomastro di Vienna , dott. Lueger, e viene arrestato dalle guardie della polizia municipale; e poiché non può camminare presto essendo ammalato alle gambe, vien mandato avanti a spinte e insultato. In carcere lo maltrattano e infine lo bandiscono dall’Austria. Il «Veloce Club zaratino» progetta, di fare una gita a Spalato; si dirama a Spalato un feroce proclama contro gli italiani stam­pato alla macchia, e la gita viene vietata dall’autorità nel giorno 27 giugno. I membri del «Sokol» (ginnasti croati) devasta­no un giorno un piroscafo della «Dalmatia» ; il 15 di agosto tentano un assalto al gabinetto di lettura (italiano) e feriscono parecchi cittadini italiani di Spalato. Alla presenza delle guardie comunali alcuni croati il 5 di settembre percuotono un italiano e ne feriscono un altro di coltello. Il 10 set­tembre insultano il giovane Grossmann, il 20 di ottobre Giulio Conu ed Ester Montegigli, artiste drammatiche della compa­gnia di Gemma Caimmi. Sulla tomba di Antonio Bajamonti viene deposta una corona di metallo con la scritta «al martire santo; la gioventù italiana» e il giorno dopo, il 2 novembre, la si trova deturpata; la teppa croata di Spalato danneggia un caffè e percuote sotto gli occhi delle guardie alcuni ita­liani il 14 novembre.
Il23 novembre 1909 è toccata a un regnicolo un’avventura che merita di esser narrata con qualche det­taglio. Un monello qualunque rubava delle mele dalla barca «Sofia» di proprietà del sig. Angelo Ricapito da Giovinazzo. Da un’altra barca il monello fu visto rubare e venne dato l’allarme. Domenico Rica­pito, figlio del padrone, saltò fuori, ritolse al monello le mele rubate e gli diede uno schiaffo. Questi si allontanò e raccontò alla guardia comunale N. 27 di essere sta­to schiaffeggiato da un pugliese. Il N. 27 corse alla barca e intimò al Ricapito di scendere a terra. Questi non obbedì. La guardia tentò di entrare nella barca, ma il Ricapito non glielo permise. Passava per di là per caso il vice console d’Italia, avv. Ugo Tedeschi, e vedendo della gente agglomerata presso le barche italiane, s’avvicinò per sapere che cosa fosse suc­cesso. Il Ricapito incominciò a raccontar­gli da bordo l’accaduto; ma il viceconsole, per udire meglio, gli disse di scendere a terra. Appena il Ricapito aveva posto il piede alla riva, la guardia gli fu addosso con tanta violenza che egli sarebbe ca­duto in mare, se non si fosse aggrappato alla divisa della guardia. Allora il signor Tedeschi si legittimò quale viceconsole, garantendo per il Ricapito. Ma che garanzie, ma che vice console! La guardia diede due spinte al console, sguainò la sciabola e arrestò il Ricapito. In aiuto della prima accorse un’altra guardia e il Ricapito ven­ne condotto alle carceri comunali. Lo per­quisirono e poi lo introdussero in una stanzaccia, e quivi nove guardie lo tempe­starono di pugni, calci e colpi di «boxe», e mentre il disgraziato invocava pietà per i suoi figli, le guardie inferocivano di più gridandogli: crepa!
Due medici, croati, chiamati più tardi come periti, constatarono sul Ricapito 48 lesioni di varia natura e gravità. Il po­destà per intervento del console, ordinava il rilascio del Ricapito mentre appunto le guardie lo maltrattavano, altrimenti l’a­vrebbero accoppato….. In un giornale dell’e­poca si trova la seguente dichiarazione:
« Io sottosegnato confermo pienamente la verità d’esser stato percosso la sera di martedì 23 corr. nelle carceri comunali di Spalato, da ben nove guardie di polizia co­munali. Confermo che sono stato visitato dai signori medici Karaman e Orambasìn, medici periti dell’i.r. Tribu­nale. Detti periti trovarono moltissime contusioni inferte con pugni, «box» e cal­ci sul mio corpo. In fede di che, Domenico Ricapito di Angelo, m. p. da Giovinazzo prov, di Bari (Italia). Spalato, 25 novem­bre 1909 ».
Passiamo a Cittavecchia, patria del de­putato Bianchini e d’un podestà Rossini, ambidue croati (la nazionalità non è que­stione di lingua, ma di volontà). A Cittavecchia i croati erano particolarmente pu­gnaci. Il 6 gennaio del 1909 questi sedi­centi croati, che l’apostasia ha imbarbariti, assaliscono la sede della società ita­liana «Unione» scagliando pietre, pezzi di ferro, bottiglie, mentre le guardie comu­nali arrestano quegli italiani che osano protestare. Era la seconda edizione del­l’assalto, perché la prima era uscita alla luce del giorno di San Silvestro del 1908.
Per questi fatti, 32 «sokolisti» vengono condannati dalla autorità politica: si trat­tava di un «pogrom» non riuscito a per­fezione! Le violenze continuano anche do­po, ma meno gravi; finché agli 11 giugno Bortolo Boglich viene aggredito e ferito all’orecchio. Non guarito ancora bene di quella ferita, il 27 di luglio, venne percos­so un’altra volta da un influente membro del «Sokol». Le guardie comunali sono presenti e guardano, ma non vedono, così che in quella stessa sera due signorine vengono sconciamente insultate e il giovane Serafino Pavich viene percosso e fe­rito. Il giorno dopo, 28 luglio il giovane italiano Tanascovich riceve alcune sassate; il 6 di settembre altre pietre vengono scagliate da ignoti contro il giovane G. G. Botteri.
Gli insulti e le provocazioni si ripetono regolarmente ogni sera e si fanno più clamorosi il 25 novem­bre, mentre la musica croata percor­re le vie della citta detta, per festeggia­re S. Cecilia, seguita da un codazzo di croati che insultano gli italiani e fischiano passando sotto le loro abitazioni.
A Metcovich, il 29- settembre 1909, alcuni marinai italiani di ritorno dal caffè ven­gono aggrediti da dieci croati e colpiti con pugni e bastonate: 5 feriti, fra i quali Ernesto Cunegotto, gravemente, con frat­tura del crano. A Salona, il 18 luglio 1909, alcuni operai croati minacciano sei ope­rai del Regno che si danno alla fuga. Ri­tiratisi gli operai nella fabbrica, i croati l’assaltano lanciando sassi. Interviene la gendarmeria che opera 44 arresti, subito rilasciati. A Curzola, il 6 settembre 1909, venti studenti croati percuotono due artigiani italiani. A Signa, il 24 luglio 1909 le tabelle dei negozi italiani sono insudiciate dagli stu­denti croati venuti da Spalato in vacanza. A Bibigne, il 30 giugno 1909, i villici, radu­nati ed eccitati da un sacerdote croato, scagliano pietre contro 28 cittadini di Zara, andati là con un piccolo piroscafo in gita di piacere. A Sebenico, il 28 agosto 1909, Pietro Addobbati e Giovanni Graovaz-Brunelli vengono aggrediti e percossi da suonatori in divisa della banda muni­cipale. A Traù il podestà Madirazza (bel nome croato!) tiene un discorso eccitan­do la gente alla caccia contro l’italiano do­po di che si fa una dimostrazione antitaliana col grido (notatelo!) di «abbasso la cavra di Dante!» e gettano sassi contro il gabinetto di lettura (31 dicembre 1908). Il 10 gennaio I909 due operai aggrediscono e feriscono alla testa un marinaio di una barca anconitana; l’ 8 febbraio le ta­belle italiane dei negozi e del gabinetto di lettura vengono insudiciate con materie fecali e alla Società italiana si rompono con sassate i vetri delle finestre. I soci della società croata «Berislavic» fanno il 22 febbraio una dimostrazione antitaliana, e il giudice poi li assolve perché — dice nella sentenza — « tali scenate sono d’uso paesano ». Ma se per giudizio di un giudi­ce nell’esercìzio delle sue funzioni, in no­me dell’imperatore d’Austria, tali scenate vengono dichiarate impunibili perché d’uso paesano, non c’è sugo a continuare….. Ed è stato così — anzi assai peggio di così — per cinquant’anni in Dalmazia!.
Teppa? Si, ma non sempre. E quando c’è la teppa, agisce sempre secondo le in­tenzioni, il metodo, la tradizione del par­tito croato; e funziona esclusivamente contro gli italiani. Del resto, non è difficile provare la connivenza del partito croato anche nelle violenze più gravi, negli assas­sini politici; e chi è connivente è respon­sabile. Ecco la prova della connivenza del partito croato in un assassinio che meriterebbe proprio d’essere chiamato all’in­glese «atrocità».
Il fatto avvenne il 5 gennaio 1912 a Milnà, isola della Brazza. A Milnà gli italiani si riorganizzavano intorno ad un uomo illibato, di provata fede italiana. Il podestà croato della borgata volle opporsi a questa resurrezione di italianità e scelse — naturalmente — la violenza.
La mattina del 5 gennaio 1912 il pode­stà, accompagnato dal segretario e dal servo del Municipio, attese il riorganiz­zatore per aggredirlo e colpirlo
Dato alla mattina dal podestà l’esem­pio della violenza, alla sera si ebbe un as­sassinio. S’usa a Milnà, alla vigilia della Epifania, di visitare le famiglie amiche. Alle 21,10 un gruppo di «sokolisti» si raccolse nella sede di un sodalizio croato a bere del vino. Ne uscirono verso le 22 e si recarono a casa di certo Zurich dove ripresero a bere: ragazzi, in gran parte dai 14 ai 16 anni. Poi verso le 22,30 usciti da quella casa marciarono compatti dalla parte della piazza verso l’unico caffè del paese, capitanati dalla guardia di po­lizia, cantando canzoni offensive per gli italiani.
Giunti nelle vicinanze del caffè, incon­trarono una comitiva d’italiani che tor­navano da una visita a una famiglia ita­liana. I «sokolisti» li provocarono con parole e spinte; gli italiani reagirono e si accese una zuffa, nella quale i «sokoli­sti» ebbero la peggio.
Le busse erano sode; ma tutto doveva finire con un paio di lividure. La trage­dia accadde invece proprio allora, inattesa e ingiustificata. Girolamo Trebotich, la vittima, un robusto giovane ventenne, si era allontanato dalla comitiva durante la rissa; quando, a circa venti metri dal caf­fè venne assalito da più persone e sgozza­to in un attimo. Quanti fossero i croati assalitori, la gente intorno non seppe di­re con precisione. Ma sul cadavere i me­dici constatarono le seguenti lesioni: una ferita alla testa causata probabilmente da un bastone, una ferita di coltello sopra l’o­recchio ed un’altra ferita di coltello che, avendo recisa la carotide, aveva prodotto la morte quasi istantanea della vittima.
Il giudice istruttore ordinò l’arresto di quattro individui, uno dei quali, confessan­do di aver dato all’ucciso una coltellata, esclamò: «Ho salvato la patria!».
La stampa croata non rilevò il fatto atroce. Ma la convivenza croata risultò pa­lese quando i giurati di Spalato assolsero l’omicida (certo Babarovic) e il pubblico ac­colse il verdetto con grida di «zivio» (ev­viva).” [Raimondo Delianez, Dalmazia]

13/09/2010 Posted by | Varie | 4 commenti

Anti U.A.A.R.

UCCR: Unione Cristiani Cattolici Razionali

Un agnostico anti UAAR.

In UAAR e Ateismo militante on 8 settembre 2010 at 08:17

Con questo articolo avviamo la collaborazione con un amico esistenzialmente “agnostico”, che non sentendosi assolutamente rappresentato dall’associazione UAAR (Unione Atei Agnostici Rimbambit..opss.., razionalisti), ha voluto rendere pubbliche le sue condivisibilissime riflessioni. Il desiderio nostro è che inizi veramente con tutti un sano dialogo di approfondimento sulle rispettive posizioni, incentrato sul rispetto e la cooperazione per il bene comune, emarginando le sette fanatiche e tutti coloro che, indipendentemente dalla scelta di vita, hanno un’impostazione ideologica, rabbiosa ed intollerante.

di Marcello di Mammi.

“Stanco dei discorsi insulsi di certi laicisti, mi sono chiesto se fosse possibile una convivenza “pacifica” in una stessa associazione cattolica tra agnostici, atei e credenti con lo scopo di fare una disamina delle rispettive posizioni. Ho scoperto il vostro sito e mi sono iscritto. Indubbiamente la riuscita di questo dialogo, in buona misura, dipende dall’educazione, sia culturale che in senso stretto, delle persone.

In un vostro recente articolo il filosofo inglese Nathan Coombs scrive: «gli atei non possono eludere le grandi domande della vita». Io sarei ancora più generalista: “nessuno Uomo può eludere le grandi domande della vita”.
Le tesi certamente sono disparate e contraddittorie, ma discussioni pacate, non preconcette, portano sicuramente ad un arricchimento culturale. Nel passato sono stati eretti steccati da ambo le parti che tutt’oggi sopravvivono e, questa volta, più da parte dei non credenti che della Chiesa.

Un’associazione laicista ed ottusa come l’UAAR, invece di propugnare le proprie tesi, in modo onesto ed intelligente, si scaglia contro la religione e contro Dio con un linguaggio degno dei dannati del terzo girone dell’inferno dantesco (bestemmiatori e sodomiti), rivendicando, poi, diritti che sono topici delle confessioni religiose, come i contributi pubblici. Una religione atea che, a mio avviso, è il massimo dell’incoerenza intellettuale e filosofica. Ai non credenti, quelli in buona fede, non serve alcuna mediazione di strutture o di associazioni perché il loro problema esistenziale è una dialettica che si esaurisce tra il proprio Io e la propria coscienza, con una propria morale, laica quanto volete, ma, nei principi fondamentali, non troppo dissimile da quella religiosa.

Gli atei e gli agnostici, normalmente vengono genericamente accomunati come non credenti, ma la differenza è sostanziale: i primi hanno scelto di non credere i secondi, ritenendo di non avere acquisito sufficienti conoscenze, rimandano la scelta definitiva. Per i credenti e mi riferisco in particolare ai cattolici, penso che valga, al di sopra di ogni considerazione teologica e filosofica, quanto mi rispose una amica di web alla mia domanda: “Come puoi essere certa dell’esistenza di Dio?”

Mi aspettavo che mi parlasse del VT e del NT di S. Paolo, di S. Agostino, di Sant’Anselmo o di altri importanti personaggi della Chiesa che avrei potuto controbattere con altrettante tesi filosofiche o teologiche ed invece mi dette una risposta semplicissima alla quale io, vecchio agnostico di lungo corso, non ho saputo cosa replicare.
“Ho la percezione in me, Lo sento sempre nella mia anima”. La percezione in sé come faccio a negargliela? Ritenendola persona degna di fiducia ed in buonissima fede, l’unica cosa che potei dire: “beata tu che hai delle certezze”.

La mia risposta al quesito iniziale è dunque, per quel che mi riguarda, positiva e mi confortano anche le parole del Prof. Ratzinger, come preferisco chiamarlo per mettere in risalto che è, quando parla di filosofia e teologia sono “lectio magistralis”, indubbiamente un grande filosofo nella tradizione della scuola tedesca. Leggendo il discorso di Verona del 19 ottobre 2006 devo riconoscere che mi sono sentito “bacchettato” anch’io, che cattolico non sono, ed esaminando in profondità le Sue idee ed i concetti espressi, si nota un’interessante apertura verso i laici di buoni intenti. Penso di essere nel giusto, interpretando le Sue parole come un:“accogliamo tutti gli uomini di buona volontà, perché i tempi che ci aspettano, sono gravidi di pericoli.” Al di là della parte essenzialmente teologica ed ecclesiastica, la mia attenzione si è soffermata su un passaggio che riguarda le scienze e, date le mie convinzioni e formazione, non poteva essere diversamente.

Personalmente giudico interessantissimo coniugare scienze, filosofia e teologia, cioè, entrando nei dettagli, la fisica teorica, la metafisica e il teismo, nella più ampia accezione di questi termini. Ho sempre ritenuto che queste discipline che sembrano essere su rette parallele poi, come nella geometria proiettiva, s’incontrino in un punto all’infinito.

Ed ecco quanto disse il Prof. Ratzinger  in quel discorso. «La matematica come tale è una creazione della nostra intelligenza: la corrispondenza tra le sue strutture e le strutture reali dell’universo – che è il presupposto di tutti i moderni sviluppi scientifici e tecnologici, già espressamente formulato da Galileo Galilei con la celebre affermazione che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico – suscita la nostra ammirazione e pone una grande domanda. Implica infatti che l’universo stesso sia strutturato in maniera intelligente, in modo che esista una corrispondenza profonda tra la nostra ragione soggettiva e la ragione oggettivata nella natura. Diventa allora inevitabile chiedersi se non debba esservi un’unica intelligenza originaria, che sia la comune fonte dell’una e dell’altra. Così proprio la riflessione sullo sviluppo delle scienze ci riporta verso il Logos creatore. Viene capovolta la tendenza a dare il primato all’irrazionale, al caso e alla necessità, a ricondurre ad esso anche la nostra intelligenza e la nostra libertà. Su queste basi diventa anche di nuovo possibile allargare gli spazi della nostra razionalità, riaprirla alle grandi questioni del vero e del bene, coniugare tra loro la teologia, la filosofia e le scienze, nel pieno rispetto dei loro metodi propri e della loro reciproca autonomia, ma anche nella consapevolezza dell’intrinseca unità che le tiene insieme. È questo un compito che sta davanti a noi, un’avventura affascinante nella quale merita spendersi, per dare nuovo slancio alla cultura del nostro tempo e per restituire in essa alla fede cristiana piena cittadinanza. Il “progetto culturale” della Chiesa in Italia è senza dubbio, a tal fine, un’intuizione felice e un contributo assai importante».

Questa “intrinseca unità” è la “Conoscenza” a cui  spero, in un giorno più o meno lontano, di poter approdare”.

08/09/2010 Posted by | Varie | 5 commenti

Vacanze


I commenti sono in moderazione risponderò al mio rientro

saluti

30/07/2010 Posted by | Varie | Lascia un commento

Un Dio “Solo”?

Ringrazio Marius che mi ha permesso la pubblicazione di questo suo interessante post, che si ricollega ad altri miei e li completa con nuove argomentazioni. 
Marius pur avendo, come me, una cultura prevalentemente scientifica giunge a conclusioni diverse da quelle a cui sarei giunto io,ciò non toglie che condivida molte delle sue considerazioni.
D’altronde la ricerca della verità comporta percorrere più strade, quale poi sarà quella giusta lo vedremo a tempo e luogo.(Sarc.)

———————

Premessa.

Scopo, o meglio, “modesta” aspirazione di questo mio breve trattato “ontologico – escatologico” universale è quello di pervenire a una sorta di “teoria unificata” della conoscenza, che risulti più efficace di quella che, a mio parere, invano il mondo scientifico si affanna a perseguire in quanto, come nel paradosso di Achille e la tartaruga, sarà sempre possibile, seguendo quel percorso, aggiungere un frammento di incognito allo spazio che ci separa dalla presunta acquisizione di una verità.

Non voglio nascondere al lettore che chi scrive è un credente, sia pure con dubbi e incertezze che, ai “puristi” della fede, inevitabilmente, saranno evidenti.

Peraltro la teoria che mi accingo a esporre non rappresenta altro che la ricerca di ulteriori “rassicurazioni” sulla presenza di ciò che, trascendendo dalla realtà materiale, mi preservi da quell”horror vacui” che, a mio avviso, è stato, nel corso dei secoli, il motore che ha spinto l’essere umano a porsi i grandi perché dell’esistenza (Chi sono? D’onde vengo? Dove vado?).

Si tratta di una “dimostrazione per assurdo” dell’esistenza di Dio (o meglio dell’impossibilità della “non esistenza” di Dio), anche se il titolo, posto sotto forma di domanda (un Dio solo?), potrebbe trarre in inganno ( e, in realtà il gioco di parole è, allo scopo, voluto), portando a pensare a un confronto fra religioni ma che, in realtà, rappresenta solo un corollario di ciò che, a tutti gli effetti, può essere considerato un vero e proprio teorema.

Lo stesso titolo racchiude in sé la conclusione a cui il sottoscritto è pervenuto e, sostanzialmente, la dimostrazione del teorema per giungere alla quale è stato necessario ricorrere a una “miscellanea”, di argomentazioni, non soltanto di carattere scientifico.

Spero accogliate con benevolenza e simpatia queste mie elucubrazioni che, lungi dal voler rappresentare una compiaciuta esternazione di nozioni dotte e certezze acquisite, hanno solamente il fine di stimolare la curiosità di lettori e lettrici e, eventualmente, di aprire un confronto su questi (per me) affascinanti temi.

Mi scuso in anticipo con gli “addetti ai lavori” per la presunzione con la quale ho “bistrattato” le materie di loro competenza e fin d’ora dichiaro di accettare qualsiasi tipo di critica, costruttiva o distruttiva, riservandomi solo il “diritto di replica”.

 Cosmologia e Cosmogonia.

Come non partire dall’osservazione dell’universo nel porsi la domanda sul significato e sul senso dell’esistenza ?

Dal termine della 2° guerra mondiale fino al crollo del muro di Berlino , la spinta innovativa tecnologica, dovuta, prima alla ricerca per fini bellici e, successivamente, alla competizione tra i blocchi contrapposti nella “guerra fredda”, aveva illuso il mondo, con le sue indubbie, conquiste che, nell’arco di un ventennio, (l’anno 2000 ha spesso rappresentato, nell’immaginario collettivo il tempo della compiuta realizzazione dell’“homo technologicus”), l’umanità avrebbe finalmente capito e governato i meccanismi fondanti dell’ordinamento cosmico universale.

In realtà, lo sbarco dell’uomo sulla luna, nell’ormai remoto 1969, rappresenta il punto più alto e inarrivato di tutti questi sforzi (oggi, addirittura, c’è chi mette in dubbio perfino che sia realmente avvenuto), tanto è vero che gran parte della tecnologia, che oggi ci è così familiare, deriva proprio da quella stagione di competizione tecnologica.

 Se la tecnologia, in effetti, ha compiuto passi da gigante la scienza, quella con la “s” maiuscola, si è fermata alla formulazione di Albert Einstein : E = m x c2. Prima di lui altri grandi, tra cui, facendo torto a moltissimi altri, mi piace citare Galileo Galilei, sir Isaac Newton, Planck, Darwin, hanno elaborato teorie in grado di spiegare “come” gran parte dei fenomeni chimici, fisici e biologici conosciuti avviene, ma non “perché”.

Il motivo di questa stasi è da ascrivere al fatto che, in omaggio al famigerato “metodo scientifico”, l’uomo ha smesso, appunto, di interrogarsi sui perché, limitandosi a cercare solamente di descrivere ciò che sia “riproducibile” o “misurabile” ed eventualmente tradurlo in applicazioni “pratiche” piu’ o meno utili (quando non dannose).

Eppure proprio le costanti matematiche che racchiudono la stessa essenza dell’universo (basti pensare alla costante gravitazionale) sono “ontologicamente” sconosciute. Reggono, cioè, leggi che descrivono gli effetti di fenomeni dei quali non è dato sapere né dove né perché avvengono.

A dire il vero, per gli scienziati rigorosamente “non creazionisti”, le domande contenenti le parole “perché”, “dove” e, vedremo, anche “quando”, poste “ab origine” del nesso “causa – effetto”, rappresentano fastidiose “anomalie”. Eppure proprio alle anomalie (o, più elegantemente, “fluttuazioni”), ricorrono per cercare di aggirare i paradossi del puro “empirismo razionale”.

In buona sostanza essi affermano che l’universo, così come noi lo percepiamo, non è altro che una combinazione di eventi casuali che hanno determinato il realizzarsi di condizioni tali da permetterne l’esistenza.

Ciò non esclude che possano esistere altre realtà, governate da leggi diverse, non percepibili, non misurabili e, pertanto, a loro avviso, non “significative”.

Tale modo di ragionare è particolarmente evidente nella teoria del “Big Bang”, oggi ritenuta dalla comunità scientifica come la più accreditata fra le varie teorie sulla nascita e sull’evoluzione dell’universo.

In particolare è interessante come viene trattato il tema del tempo.

Nella fisica newtoniana il tempo altro non è che la misura della degradazione, o meglio, della trasformazione della materia (“nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”). L’uomo, in quanto soggetto “sensibile” di questa trasformazione (che porta, inevitabilmente, alla morte), ha introdotto tale grandezza che, di per sé, non è assoluta ma, come dimostra Einstein, relativa (il tempo è relativo alla velocità del sistema di riferimento dell’osservatore).

Secondo la scienza “mainstream” non ha, comunque, senso parlare di tempo prima dell’evento “Big Bang” o meglio, ha senso parlare di tempo solo fino a pochi miliardesimi di secondo dopo tale evento perché, essendo il tempo correlato allo spazio e alla velocità, in assenza di spazio e di velocità anche il tempo non esiste o meglio, non è significativo.

Tornerò in seguito sul concetto di tempo.

Continuando sulla strada della “casualità” si ipotizzano “fluttuazioni” che, determinando “dissimmetrie”, avrebbero portato una pressocchè infinita quantità di materia a concentrarsi in uno spazio infinitesimo, in uno stato di pressione e temperatura talmente elevate da determinare un’esplosione di energia (il Big Bang, appunto).

Le forze che, da quel punto in poi, si sono esplicate, sia nel “macrocosmo” (forza di gravità, reazioni termonucleari), che nel “microcosmo” ( interazioni nucleari forti e deboli, elettromagnetismo), altro non sono che l’effetto dell’equilibrio entropico universale.

L’intima natura di queste “relazioni”  è, tuttavia, ignota e se, come nel mio caso, non ci si vuol limitare ad affermare : “…vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare..”, occorre fare un passo in avanti o, forse, sarebbe meglio dire un passo indietro.

Poiché, infatti, è per me inconcepibile che due enti distinti possano relazionare attraverso il “nulla”, ricorro a un concetto tanto bistrattato quanto scomodo e, cioè, l”etere”.

L’etere fu, a mio modesto parere, frettolosamente “liquidato” dalla scienza ufficiale a seguito dell’esperimento di Michelson e Morley ma, bene o male, periodicamente ritorna, magari con altri nomi (vedi materia “oscura”).

L’assenza, infatti, di un “substrato” nel quale si esplichino le leggi che governano la materia (sotto forma di massa o di energia), porta a un paradosso ; infatti se il “quark” è la più piccola particella di materia conosciuta, lo spazio tra due quark è (almeno in teoria) è la “non materia”, ovvero il “nulla” e nel nulla, come ho detto, è difficile ipotizzare trasmissione di forze o energia e che, comunque, esso stesso, in quanto “nulla”, esista.

I modelli atomici “ondulatori”, le leggi dell’elettromagnetismo e della propagazione delle onde suggeriscono come “riempire” questi vuoti.

Tornando al concetto di tempo, infatti, osserviamo che, ammessa l’intima natura “ondulatoria” della materia, l’unico stato di “quiete primordiale” ipotizzabile è quello dove la materia stessa si trovi in uno stato di moto oscillatorio permanente, stazionario e uniforme dovuto alla “simmetria” delle interferenze tridimensionali di onde.

In questo stato, a un dato istante, la “visione” di un ipotetico “osservatore” è quella di un foglio “tridimensionale piano” (sembra un controsenso) e “nero”, in quanto non si propagherebbe neanche la luce.

Se consideriamo questo “modello”, appare più sensato chiedersi (riferendosi, ad es. al Big Bang) : “cosa è successo prima” ? Ovvero, il che è equivalente : quale causa ha “perturbato” lo stato di quiete provocando quelle “fluttuazioni” che, nel nostro caso, possono essere costituite da un’impercettibile ritardo o anticipo del periodo di una sola “onda anomala”, sufficiente a innescare un “effetto domino” che potrebbe aver portato, appunto, al “Big Bang” ?

Il problema è che un sistema perfettamente simmetrico, (in quattro o più dimensioni), non può variare dal suo interno, ma la perturbazione deve essere necessariamente esterna.

In alternativa le “fluttuazioni” sono intrinseche al sistema che, allora, è “dinamicamente eterno” e risponde alla pura legge empirica del caso.

Il paradosso, in quest’ultimo caso, consiste nel fatto che, su un numero infinito di estrazioni casuali, in un campione di dimensione infinita, sono infinite, sia le probabilità che una combinazione (nella fattispecie  quella in cui si è realizzato l’universo così come lo conosciamo) sia estratta, sia che non venga estratta.

La nostra stessa identità consapevole (anche l’uomo è materia) potrebbe, allora, essere eternamente immutabile, anche nell’arco temporale del suo divenire e, allo stesso tempo, cangiante e, quindi, non più tale, ovvero non esistente. Ma l’identità tra l’affermazione e la negazione dell’esistenza è impossibile.

E’, allora, provata l’unicità e irripetibilità della nostra identità (“cogito ergo sum”) e, quale parte e manifestazione “consapevole” dell’universo, ritengo anche di quest’ultimo.

 La vita.

La domanda sul “senso dell’esistenza” può costituire il punto di partenza di una serie di riflessioni a cui ciascuno può contribuire con il proprio percorso di fede o con un approccio agnostico, visto che, inevitabilmente, tutti noi, prima o poi sperimentiamo la necessità di dare una risposta a questo interrogativo.

Personalmente sono sempre stato affascinato dal concetto di coscienza in quanto ritengo che esso, più di ogni altro, racchiuda in sé il senso della vita intesa come “materia consapevole” e, quindi, capace di contemplare, contemplarsi e formulare ipotesi sulla propria provenienza, grazie all’innata capacità di astrazione.

Il darwinismo spinto assume che un cervello sufficientemente complesso sviluppi una tale quantità di connessioni neurali da arrivare alla capacità di apprendere, provare emozioni, sviluppare l’affettività e, più importante di tutto, appunto, la capacità di astrazione.

Tutto nell’ambito di un processo evoluzionistico basato sulla selezione naturale dove, al più, esistono diversi stadi di coscienza, a seconda della specie e, nell’ambito di una stessa specie, a seconda dell’età e dello stato di salute psico fisica.

Il metodo scientifico, d’altronde, ci dice che un fenomeno fisico esiste se è osservabile e si riproduce, naturalmente o artificialmente ; di conseguenza una teoria è valida se i suoi risultati sono comparabili, commensurabili o, almeno, compatibili con le evidenze strumentali.

Ne consegue che, almeno in teoria, la coscienza dovrebbe poter essere riprodotta con reti neurali artificiali talmente complesse da arrivare a sviluppare anche il “pathos”.

A un tale risultato non ci si è mai lontanamente avvicinati, nemmeno con i computers più potenti né, io credo, si arriverà mai. Ma, soprattutto e, almeno in teoria, dovrebbe essere possibile riprodurre la stessa autoreferenzialità percettiva di un soggetto esistente violando il principio di identità (A = A), oppure creando una “sovrapposizione di stati” equiparabile a una “possessione”.

A questo punto è lecito, a mio avviso, introdurre il concetto di “anima”, intesa come la percezione dell’unicità dell’esistenza individuale, distinta dall’”alter” e, allo stesso tempo, la manifestazione della trascendenza del corpo “materiale”, anche nelle condizioni in cui l’identità razionale non sia ancora presente o venga meno (come nel caso della mente di un neonato, del decadimento delle facoltà intellettive di un anziano o della pazzia pura).

Il cervello, allora, per quanto complesso e sconosciuto possa essere, non rappresenterebbe altro che il mezzo con cui l’anima, che è eterna, sperimenta l’esperienza terrena, ovvero il tempo.

 Il perché della creazione.

Come già detto in premessa, per poter andare avanti nella costruzione “logica” del mio pensiero devo, in maniera poco “ortodossa”, ricorrere all’interdisciplinarietà, attingendo anche alla psicologia, in quanto anch’essa scienza della materia (nell’accezione più generale possibile del termine).

Se ammettiamo, allora, che una causa esterna abbia impresso, nella natura stessa delle cose le leggi fondanti dell’universo, occorre “motivare” tale “volontà creazionistica”.

Ciò si può fare solamente ipotizzando quello che, non trovando altre definizioni, chiamo “immanentismo inverso”, inteso come pari “dignità di somiglianza” fra creatura e creatore.

Immagino, allora, il senso di solitudine, vuoto e incompiutezza che un’entità eterna, perfetta e “consapevole” possa provare in un ambiente eternamente statico, senza paura, tristezza, dolore, ma anche senza speranza, gioia e, soprattutto, senza amore.

Appare, allora, più chiaro il senso della creazione, della necessità di generare ciò che può contemplare, capire e amare.

Ecco il senso del tempo, necessario per indurre speranze e aspettative, anche a costo di patire paura e sofferenze che il creatore condivide e “sperimenta” con le sue creature “entrando” a sua volta, nel tempo e nella storia. Ciò è avvenuto, per il cristianesimo, con l’avvento di Gesù Cristo.

Ecco, di conseguenza, il senso della morte, necessaria a rendere “dinamica” un’eternità altrimenti posta in uno stato cosmico di “morte termodinamica” (lo “zero Kelvin” è un valore “asintotico”).

Ecco, infine, il senso e la necessità del male, inteso come libertà di decidere se cercare e amare, ognuno con i “talenti” a propria disposizione, il Creatore, oppure  lasciare che resti, appunto, un “Dio solo”.

 Conclusioni.

La conclusione cui sono pervenuto è che l’universo, di per sé, è un paradosso esistenziale, nel senso che, razionalmente, non dovrebbe esistere.

Il miracolo è, appunto, la sua esistenza e quella di ogni essere vivente.

Dimostro con queste argomentazioni, l’esistenza di Dio.

La certezza la ricavo dalla fede.

Mi piacerebbe che un eventuale interlocutore esprimesse un giudizio in merito, contribuendo, con il proprio pensiero, ad arricchire e articolare i contenuti di queste mie “speculazioni”, magari divertendosi a confutarle punto per punto.

In fondo le più grandi scoperte dell’umanità sono scaturite da considerazioni anche banali.

Marius.

link del blog  http://marius-gravity.blogspot.com/

08/07/2010 Posted by | Varie | 21 commenti

Paul Gauguin: l’angoscia esistenziale.

Come rispondere ai grandi temi della vita e dell’uomo?

 

D’où venons nous / Que sommes nous / Où allons nous”“. Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo? è un dipinto del 1897 di Paul Gauguin ad olio su tela (141 x 376 cm). Oggi l’opera è conservata al Museum of Fine Arts di Boston.

           Quando Gauguin dipinse questo quadro era in un periodo molto tribolato della sua esistenza, gravemente ammalato, artisticamente isolato e sconvolto per la morte della figlia Aline, tanto da tentare il suicidio.

           In situazioni emozionali estreme il genio umano partorisce dei capolavori. Un’ opera di grandi dimensioni per le proporzioni e, soprattutto, per il significato simbolico.

          Un’opera in cui l’autore incorpora la sintesi di tutte le sue angosce che si manifestano come un sentimento di malessere profondo, di inquietudine, di smarrimento e che tormenta il suo spirito: la disperazione.

 “La disperazione è una malattia nello spirito, nell’io, e così può essere triplice:

 disperatamente non essere consapevole di avere un io;

disperatamente non voler essere se stesso;

disperatamente voler essere se stesso.”

 (da “La malattia mortale” di Kierkegaard)

    Gauguin con il tentativo di suicidio è nella fase:“disperatamente non voler essere se stesso”

    Con la realizzazione del quadro in quella:”disperatamente voler essere se stesso”.

    Il quadro è conosciutissimo pertanto due sole puntualizzazioni.

    La lettura del quadro che è da destra verso sinistra e il tema del quadro che è il ciclo vitale.

A destra: “D’où venons nous” la nascita del bambino tra l’indifferenza della donna che gli volge le spalle.

Al centro: Que sommes nous”: rappresentato dalla figura del giovane con le mani alzate mentre coglie un frutto da un albero. Un atteggiamento emblematico: Adamo e il paradiso terrestre?

A sinistra: “Où allons nous” la morte con la figura di donna in colore scuro, in una posa, la testa tra le mani, simile a quella che dipingerà, nell’Urlo, Munch, che è il pittore dell’angoscia.

    Il tutto su uno sfondo inquietante: un atmosfera da angoscia esistenziale, come nel film di Ingmar Bergman “Il settimo sigillo”.

    Come rispondere ai quesiti che Gauguin si pone in modo così perentorio da scriverli sul quadro stesso?

 Tre le possibili risposte: ateismo, creazionismo e agnosticismo.

 da dove veniamo? Da un’evoluzione casuale

Che cosa siamo? Unità biologiche pensanti

Dove andiamo? Verso la morte ed il nulla.

 

 Da dove veniamo? da un Creatore

Che cosa siamo? creature di spirito e materia

 Dove andiamo? verso il Creatore

 

Da dove veniamo? Non lo sappiamo

Che cosa siamo? Non lo sappiamo

Dove andiamo? Non lo sappiamo.

     L’ateismo sostiene di basarsi su un percorso scientifico di evoluzione, sul razionale, ma cade nel dogmatismo escludendo a priori il creazionismo e la spiegazione che da dell’inizio dell’evoluzione è assolutamente  carente: una fluttuazione casuale del nulla ha dato origine alla materia, ossia una pessima interpretazione della meccanica quantistica. Quindi il “tutto” sarebbe nato, spontaneamente e per caso, dal niente.

     Il creazionismo, dando per scontato l’esistenza di un Creatore, semplifica molto la spiegazione dell’ esistenza del “tutto”, ma è un dogma, non ci sono prove dell’esistenza di Dio, se non la percezione in sé. La percezione in sé è ad personam e quindi non è una dimostrazione assoluta.

     L’agnosticismo è una non presa di posizione: si ritengono carenti le argomentazioni degli atei e dei credenti, ma non è in grado di dare risposte certe.
    L’esimersi da prendere posizione può sembrare una fuga, un’indifferenza esistenziale, ma non è così: è l’approccio più corretto al problema, un approccio consapevole delle difficoltà, un’attenta analisi di ogni possibile argomentazione che porti ad una vera conoscenza. Certamente è il percorso più difficile per nostro Io.
    L’Io che abbia trasvalutato tutti i valori artificiali costruiti nei millenni dall’uomo e, quindi, scevro da condizionamenti dogmatici, è solo al cospetto del tutto. Una solitudine che, se da un lato esalta l’uomo come individuo avulso dal magma sociale, ha come contropartita il rischio dell’eterno dubbio. Solo l’Io più forte, più consapevole di quanto sia impervio questo percorso esistenziale, non cade nell’angoscia che porta alla malattia mortale: la disperazione.
    La disperazione  di dover attendere il momento del redde rationem per saperne, forse, di più.

 
 
 
 

 

28/06/2010 Posted by | Varie | , , , , | Lascia un commento

Entanglement

Entanglement: tra fisica, metafisica e deismo.

           Sono da sempre  indirizzato sulla convinzione che la fisica, per la realtà materiale, la filosofia, con la metafisica, e il deismo, per l’esistenza di Dio e per la coscienza, avessero un substrato condiviso e che, inevitabilmente, alla fine dovessero ritrovare il punto comune da cui erano originate: una soluzione unica per tutti i nostri problemi esistenziali da quelli della realtà materiale a quelli della coscienza. Una singolarità iniziale che, a seguito del big bang, si era dissociata.

        L’aspetto più facilmente esaminabile, più facilmente solo per il fatto che ci sono riscontri sperimentali, era ed è quello prettamente della fisica, che passo dopo passo, da quella classica di Galilei e Newton, a quella relativistica di Einstein e a quella quantistica di  Planck, ha percorso a ritroso la strada verso l’origine. Per la filosofia e la teologia solo discorsi, solo ipotesi non verificabili, brillanti intuizioni, ma foriere di inconcludenti discussioni, nel migliore dei casi, e, nel  peggiore, di dogmi. Sappiamo molto, anche se non tutto, sull’espansione dell’ universo, ma  non conosciamo pressoché niente di come si siano potute propagare la presenza di Dio e della coscienza nell’universo. Quando dico “Dio” intendo un “Quid” non necessariamente identificabile con il concetto classico di divinità religiosa.

        La scoperta di una proprietà di alcune particelle, che pur essendo separate fisicamente nello spazio, si autoinfluenzano, cioè modificando lo status di una anche l’altra istantaneamente si modifica, apre nuove prospettive e nuovi orizzonti.

       La scoperta era sensazionale, come facevano due particelle, in alcuni esperimenti distanziate anche più di 10 km, ma concettualmente situate in qualsiasi parte dell’universo, a rimanere collegate al punto di reagire istantaneamente alle modificazioni apportate su una sola? Perché questo avvenga l’unica condizione è che siano state generate insieme e poi separate.

       Da questo fenomeno è nato il principio di non-località, ossia due particelle, generate contemporaneamente nel solito evento e, in seguito, separate spazialmente, non lo sono per tutte le loro proprietà, ma sono “entangled” tra loro. Entanglement, che potremmo tradurre come intrecciato, è il nome che i fisici danno a questo tipo di fenomeno.

      La conseguenza dell’entanglement è che la realtà non è affatto come pensavamo che fosse, noi conoscevamo solo l’ordine espletato e non quello impletato, per usare il linguaggio del fisico Bhom. Le isole di un arcipelago ci appaiono separate in superficie (ordine espletato), ma nella profondità marina appartengono tutte alla stessa piattaforma sommersa (ordine impletato). Noi vediamo la realtà al di sopra della superficie, ma non cosa ci sia sotto.

      La spiegazione di questo fenomeno  si può capire considerando che le due particelle, ma vale per qualsiasi numero, siano immerse in un campo potenziale la cui caratteristica è l’informazione, ossia ogni elemento appartenente al campo “conosce” la posizione degli altri elementi ed è con essi correlato indipendentemente dalla sua localizzazione. Se consideriamo che, perché ci sia entanglement, occorre che gli elementi siano stati generati insieme e se riteniamo vero che l’universo sia nato con il Big Bang, ne segue che tutto l’universo è entangled.

      Un enorme campo potenziale in cui tutto è correlato e non localizzato, noi compresi, e quella, che  consideriamo la realtà, non è altro che una proiezione visibile di un mondo sommerso. Lo strato più profondo che governerebbe l’universo sarebbe il vuoto quantistico, ossia al di sotto della lunghezza di Planck, in una totale non-località, dove sussiste la base di tutto l’esistente, quello che da Bohm è stato chiamato “prespazio”. Una matrice, atemporale ed aspaziale dove energia e materia si compenetrano in un processo ciclico di collasso ed espanzione.

     Questa in sintesi e semplificata al massimo. la teoria di Bohm, fisico e filosofo statunitense padre della teoria dell’ipotesi olografica, le cui argomentazioni permettono di ricondurre il tutto ad un Uno ed intrecciano in modo affascinante fisica, metafisica e deismo.

Il fascino di un’ipotesi.

     Avendo come  input questa teoria, basata su riscontri fisici sperimentali, non si può non pensare all’inconscio collettivo di Carl Gustav Jung.

« [..Gli archetipi..] al mondo effimero della nostra coscienza essi comunicano una vita psichica sconosciuta, appartenente ad un lontano passato; comunicano lo spirito dei nostri ignoti antenati, il loro modo di pensare e di sentire, il loro modo di sperimentare la vita e il mondo, gli uomini e gli dei »

    L’inconscio collettivo è un contenitore  universale, cioè la parte dell’inconscio umano che è comune a quello di tutti gli altri esseri umani. In Esso, sono contenuti gli archetipi, cioè le forme o i simboli, che si riscontano in tutte le culture dell’umanità, e quindi potrebbe essere non la mente razionale individuale, ma la Mente Cosmica.

Ed Einstein:

“….E’ certo che alla base di ogni lavoro scientifico un po’ delicato si trova la convinzione, analoga al sentimento religioso, che il mondo è fondato sulla ragione e può essere compreso.Questa convinzione legata al sentimento profondo della esistenza di una Mente Superiore che si manifesta nel mondo della esperienza, costituisce per me l’idea di Dio; in linguaggio corrente si può chiamarla <<panteismo>>”. (Come io vedo il mondo)

     Interessante questo passo di John Henry Newman (Londra, 1801 – Edgbaston 1890,  teologo, filosofo e cardinale inglese.Dal blog di Anna  http://annavercors.splinder.com/)

“Non c’è vero allargamento dello spirito se non quando vi è la possibilità di considerare una molteplicità di oggetti da un solo punto di vista e come un tutto; di accordare a ciascuno il suo vero posto in un sistema universale, di comprendere il valore rispettivo di ciascuno e di stabilire i suoi rapporti di differenza nei confronti degli altri(…)

L’intelletto che possiede questa illuminazione autentica non considera mai una porzione dell’immenso oggetto del sapere, senza tener presente che essa ne è solo una piccola parte e senza fare i raccordi e stabilire le relazioni che sono necessarie. Esso fa in modo che ogni dato certo conduca a tutti gli altri. Cerca di comunicare ad ogni parte un riflesso del tutto, a tal punto che questo tutto diviene nel pensiero come una forma che si insinua e si inserisce all’interno delle parti che lo costituiscono e dona a ciascuna il suo significato ben definito.”

     Alla luce di quanto su esposto si potrebbe concludere, che nel substrato dell’universo, il campo potenziale, albergano e coincidono tra loro l’energia, la coscienza universale e la Mente Creatrice, ossia il Tutto.

     Capisco che, sia per i cattolici, a causa del latente panteismo, che per  i laicisti  atei , a causa dell’ammissione di una possibile Mente Creatrice, sia una conclusione difficile da metabolizzare, ma a mio parere è  un’ipotesi affascinante.

23/06/2010 Posted by | Filosofia e Religioni, Scienze | 18 commenti

De Marchi Pianelli e le loro città

Il nostro amico Marshall

ha fatto un ottimo post che riporto integralmente vedi originale al  link

De Marchi, Pianelli e la loro città

Quando parlo di Milano, in maniera entusiastica, come di una delle più belle città del mondo, c’è sempre qualcuno che alfine mi contraddice, dicendomi: “Ma da quanto tempo manchi da Milano? Io non la vedo poi così bella”.
In effetti, quando penso a com’era corso Buenos Aires, negli anni ’70, rispetto ad oggi, un pò di ragioni forse le hanno. Il Corso era chiamato la vetrina dei milanesi, quando ancora non era scoppiato il boom dei supermercati. A quell’epoca dominava ancora incontrastata La Rinascente, quotata da decenni, e per tanti anni successivi ancora, alla borsa valori di Milano: era uno dei titoli più solidi e più sicuri. 
In quegli anni ’70 percorrevo il corso in lungo e in largo, passando incantato da una vetrina all’altra in cerca di novità, che in periferia, e nei paesi limitrofi non erano ancora arrivate. Era anche il tempo in cui facevo parte della claque, e, spesse volte, solo o in gruppo percorrevamo a piedi tutto il corso, passando dai portici di Porta Venezia, poi in corso Venezia, e quindi al Duomo, passando per San Babila: com’era bella Milano! Risale a quegli anni il mio grande innamoramento per la città. Poi, come mi dissero, la calata degli incivili aveva rovinato Corso Buenos Aires. Era diventato bivacco di ambulanti provenienti da ogni dove; l’avevano trasformata in emporio a cielo aperto, senza che le autorità fossero in grado o avessero il potere o la voglia di por fine allo stato di degrado. Di tale sorta di sfacelo me ne accorsi una domenica di fine anni ’90, quando tentai, con la famiglia, di rifare quel fantastico percorso. Tentativo vano e andato a vuoto: marciapiedi occupati da lenzuolate distese, con esposte le loro mercanzie, per lo più i soliti occhiali, binocoli, cappellini, magliette. E i passanti, e i passeggiatori del Corso costretti a fare lo slalom tra quelle lenzuolate; e guai a chi le sfiorava, anche soltanto per una semplice distrazione con un piede; sarebbe equivalso ad un affronto da lavare col sangue delle parolacce, o anche peggio. Ma chi erano gl’invadenti? Noi che volevamo passeggiare come sempre fatto, o loro che avevano invaso i marciapiedi impedendoci di camminare? Da quel giorno non siamo più andati a passeggio per il Corso. Son passati almeno dodici anni da quell’episodio, e chissà se ora la situazione è migliorata?
Comunque sia, credo che Milano sia bella a prescindere da tutto questo, oltre che ad avere la pecca delle polveri sottili, che in taluni giorni ammorbano la città; e tutto questo, oggi più di ieri. Ma se poi la paragono a Londra, città che credevo più avanti di Milano in vari campi, o almeno per quanto riguarda la vivibilità, grazie al meticoloso e particolareggiato post di Nessie,Lost in London , scopro che invece è seconda a Milano in vari punti. Le esperienze di viaggio di Nessie, racchiuse in quel post, mi hanno fatto molto ricredere su quelli che credevo punti di forza di Londra rispetto a Milano; tanto da farmi ritenere che la città meneghina non abbia nulla da invidiare alle altre grandi metropoli del mondo.

Tutto il mondo è paese, e nessuna città può fare tanto meglio più di altre in tema di vivibilità, viabilità, mezzi collettivi di trasporto: è sempre quel resoconto di Nessie, che mi porta a tale considerazione. Anche in tema di ruota panoramica , la grande attrazione londinese, il divario sembra sia stato colmato, o lì per esserlo. E’ anche a seguito di tali considerazioni che mi azzardo, con maggior vigore, col dire che Milano è una delle città più belle del mondo, a prescindere. Al prescindere da che cosa, potrebbe essere il tema di qualche altro post.
Emilio De Marchi, lo scrittore che ho riscoperto di recente, mi ha fatto crescere l’innamoramento per Milano. Nel suo romanzo più famoso, Demetrio Pianelli, fa una descrizione particolareggiata della sua Milano, citando col loro vero nome locali, luoghi, vie, piazze, chiese. Parla delle vie del centro e di periferia (quella che però oggi fa parte del centro città); indugia su chiese, campanili e i suoni delle loro campane, sui tetti di Milano; descrive i navigli, all’epoca ancora a cielo aperto; declama i gatti di Milano e il cane di Cesarino, passato poi al fratello Demetrio. Una delle zone nevralgiche di Milano, richiamata in più riprese nel romanzo, è il Carrobio (scritto così, come ha fatto De Marchi nel romanzo).

Sono molti gli spunti di riflessione che si possono trarre dal romanzo. Si pensi soltanto al vecchio dazio, che De Marchi cita spesso nel romanzo e che sarà oggetto di un mio prossimo post. Meditavo su questi vari spunti, quando m’imbattei in un punto del romanzo che mi fece trasalire, facendomi abbandonare di botto ogni altra idea. Penso che Emilio De Marchi fosse andato anch’egli alla ricerca di una prova scientifica dell’esistenza di Dio. Trascrivo il brano, dal Demetrio Pianelli (parte quarta, Capitolo 2), che lo farebbe supporre. In tale brano par di intravvedere un suo nascosto desiderio di ricercare tale prova. L’approccio lo fa per mezzo di Marco, il celebre professor Fagiano di Sinigallia, il mago, come osava autodefinirsi lui, e assistente della medium Anita d’Arazzo, impareggiabile sonnambula. Rivolto a Paolino delle Cascine, andato là per un consulto, nel momento del commiato, nell’atto di presentare al cliente tutte le “attrezzature scientifiche” di cui il gabinetto della medium dispone, gli dice:
“La tavola psicografica segna col semplice contatto della mano in cinque minuti tutte le risposte che si desiderano. E’ uno dei più forti argomenti per dimostrare l’esistenza di Dio e l’immortalità dell’anima. Profondi filosofi, speculatori metafisici e benefattori dell’umanità hanno scoperto che la terra e il cielo sono popolati di spiriti buoni e di spiriti mali…, di spiriti superiori e di spiriti inferiori e quando un soggetto, previa una calda aspirazione al Creatore di tutte le cose visibili e invisibili, invita nel raccoglimento del suo pensiero con sommissione uno di questi spiriti o l’anima eterna di un caro estinto, sia ombra di grande illustre o vuoi poeta o condottiero di eserciti o anima di parente sepolto…”…”lo spirito tratto dalla simpatia e dalla coercizione non può a meno…”
e qui s’interrompe il dialogo, Marco saluta Paolino delle Cascine, dopo averlo accompagnato alla porta.
Di quanto poi avviene, mi attengo al silenzio, per non togliere il piacere delle tante sorprese a quanti vorranno leggere il romanzo.Dal brano si potrebbe ipotizzare che forse De Marchi, nel corso della sua vita, sia andato anche lui in cerca di una prova scientifica dell’esistenza di Dio. Un piccolo/piccolo tentativo è stato fatto da commentatori di questo e altri blog (vedere questo esempio).De Marchi era nato a Milano, ma aveva fatto di Paderno Dugnano la sua città d’elezione. Vi si trasferiva sempre, negli ultimi due mesi delle vacanze estive, per il suo clima più mite rispetto a Milano. A Paderno Dugnano, nella parte est del suo bel quadrilatero, racchiuso tra via IV Novembre, via Roma, via Gramsci e proseguimento di via Grandi c’è la villa De Marchi – Tavecchio (vedi foto). Tutta la zona racchiusa nel quadrilatero ha avuto sviluppi e cambiamenti notevoli negli ultimi trent’anni. Via Gramsci, dove è situata la villa dello scrittore, è stata fino ad una trentina d’anni fa una strada intercomunale stretta e pericolosa; era parte di una carrozzabile, alternativa della più famosa Strada Comasina, che ha antiche origini Romane e preromane. La strada partiva idealmente dalla casa di Alessandro Manzoni a Brusuglio, per poi passare da Cusano (Milanino) e da lì, a Paderno, passava davanti la casa del De Marchi. Attraversate le quattro frazioni in linea di Paderno, Dugnano, Incirano, Palazzolo, si arrivava a Bovisio Masciago, dopo essere transitati da Varedo, nella cui frazione Valera, in località ancor oggi relativamente amena, Gaetana Agnesi da Milano vi si era trasferita oltre 100 anni prima, per attendere ai suoi studi di matematica e analisi in piena tranquillità.Il visibile sforzo compiuto dalla comunità padernese nel corso degli ultimi trent’anni, per migliorare l’aspetto cittadino, ha ricreato di sana pianta il centro città, salvando però da demolizione il bello dell’antico, tra cui la casa del De Marchi, come risulta dalle foto pubblicate. Quel centro storico ricreato, dalla maggior parte dei padernesi è indicato come il quadrilatero di Paderno Dugnano. Al lato opposto del quadrilatero, rispetto alla casa dello scrittore, vi è la stazione ferroviaria, e vi scorre una ferrovia, la quale sta assumendo via via sempre maggior importanza. La linea che vi transita è presa d’assalto nelle ore di punta o in occasione di grandi eventi milanesi. Essa va a confluire nel Passante Ferroviario, che in quaranta minuti porta i passeggeri a Rogoredo, al capo opposto di Milano. Là, in località Melegnano e Chiaravalle, Emilio De Marchi vi aveva creato ambientazioni per il suo Demetrio Pianelli.

All’interno del quadrilatero di Paderno Dugnano scorre, a cielo aperto, il Seveso, fiume che ha avuto molta importanza nella storia di Milano; una storia che s’intreccia con quella dei navigli. Il corso cittadino del fiume è parecchio migliorato, rispetto a quegli anni ’70-’80, anche se Legambiente ne denuncia il costante stato di degrado.
Nell’ultima foto vi è la tomba di Emilio De Marchi, che si trova nel cimitero di Paderno Dugnano, e non in quello di Maggianico di Lecco, come scritto nell’enciclopedia on-line Wikipedia. A Maggianico di Lecco vi andava solamente talvolta in vacanza. A Paderno aveva casa, e, nei mesi di agosto e settembre di ogni anno, ultimi due mesi di vacanze estive, vi andava ad abitare.

Post correlati:
Entanglement
Possibile prova scientifica dell’esistenza di Dio
Cenni sulla contrazione delle lunghezze a velocità relativistiche
Cosa c’è, se c’è, oltre l’Universo?

Foto: in alto, scorcio del Carrobio di Milano. Dal sito Milano blogosfere
Le altre foto sono dell’autore.

Aggiornamento

09/06/2010 Posted by | Varie | Commenti disabilitati su De Marchi Pianelli e le loro città

Livorno Bella

Dal blog dell’amico Marshall http://ecopolfinanza.blogspot.com/2010/04/livorno-bella.html

Non potendo fare il copia-incolla, trascrivo integralmente lo stralcio di una pagina di Mario Tobino, scritta per l’introduzione del Grande Libro della Toscana – Mondadori – prima edizione novembre 1986.

 

“Una volta mi innamorai di Livorno.
Prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale ogni tanto mi richiamavano alle armi, non so perchè, “per aggiornamenti”, dovevo presentarmi all’ospedale militare di Livorno, per un mese.
Il risultato fu che mi nacque l’amore per questa città. Livorno già la conoscevo ma di fuga. Durante questi richiami me la godetti. A mezzogiorno ero già libero; all’ospedale poco da fare, di novità neppure l’ombra.
Livorno era bella innanzitutto per lo spirito dei cittadini, la disposizione alla modestia, alla fratellanza perfino il “becerismo” non era tale, serviva per nascondere il pudore.
Livorno era differente dalla mia spiaggia, da Viareggio. Aveva un porto, irto di ferro, fortificazione dei Medici, le dighe della Meloria, del Marzocco, della Vigliaia; aveva un’architettura marinara. Non mi stancavo di ammirarla in ogni pietra.
Avevo affittato una stanzetta vicino all’ospedale militare, nel viale che porta alla stazione. Di lì, subito dopo mezzogiorno, mi partivo e, beatamente, arrivavo alla statua dei Quattro Mori. Ce n’era per la strada da vedere! Sorridevo davanti al Cisternone, il serbatoio dell’acquedotto, un bambinone che gonfia la gota, e di colpo c’era la grande piazza colma di cielo, piazza del Voltone, con torno-torno ciarliere case popolane. E’ una piazza rettangolare, vastissima, fresca per la brezza marina, in certe ore piena di gridii dei ragazzi. Due bianche statue si ergono ai poli opposti, bonari regnanti, Ferdinando III e Leopoldo II.
Subito dopo, procedendo, incontravo la statuetta del Fattori, sul marciapiede, un cittadino qualsiasi, il berrettino accartocciato sulla testa, uscito un momento dallo Studio per una boccata d’aria.
Iniziavo la “Via Grande“. O maledetta guerra, quanti ritratti hai polverizzato. Era una strada tra le più livornesi, le case tutte con la stessa parlata, la medesima altezza, tinte di un grigio smunto, le persiane di verde screpolato. Ci aleggiavano tante minute storie e insieme una struggente nostalgia per la vita che fluisce via, si perde lontano, nel nulla. Il commovente dei livornesi è che provano una viva gioia a confidarsi, ad aiutarsi, non credono affatto che la miseria sia una vergogna e innanzitutto parlano senza ipocrisie; non sono chiacchieroni, confessano tutto ciò che passa loro per l’animo.
Eccomi già – mi pareva fossero trascorsi solo pochi secondi – eccomi già alla Tacca, ai Quattro Mori, al porto, tra le fortezze dei Medici che tra poco le bombe avrebbero squarciato.
Davanti c’era una trattoria: “La botte ritta”. Mi sedevo all’esterno; i miei richiami militari erano sempre nelle buone stagioni. Con le dita quasi potevo stringere il naso a uno dei quattro mori incatenati o avviare un discorso col Granduca, con Ferdinando I che un poco si pavoneggia sopra gli schiavi.
Lasciavo che la fantasia andasse per conto suo, i ferruginosi vapori accostati alle banchine mi incitavano, le imponenti sagome delle fortezze medicee adornate di un gentile nastro di marmo mi stimolavano a resuscitare vecchi provvedimenti fiorentini: il porto franco, la “Costituzione Livornina”, che permise a tanti ebrei di accorrere, trovare una patria.
Passavo dolci minuti, e infine mi dirigevo verso i quartieri popolari, al rione mediceo della “Venezia Nuova” dove mi aspettavano delle case nude, lineari, ma gli intonachi per le brezze marine mantenevano umide le tinte e il salmastro vi aveva disegnato sopra fantastiche figure, maschere ridanciane o luttuose che si muovevano, mi ammiccavano, erano sul punto di parlarmi.
Poi ci fu l’ultimo dei richiami, quello per la guerra, e addio bella Livorno!…”
 
Sopra: Mario Tobino, da Wikipedia; monumento dei Quattro Mori, in piazza Micheli, Livorno (foto riprodotta dal sito Grifotour , al quale è richiesta concessione d’uso).

10/04/2010 Posted by | Varie | 1 commento

Vacanza

Buona Pasqua

ci rivediamo tra 10 giorni

28/03/2010 Posted by | Varie | 1 commento

Cenni sulla contrazione delle lunghezze a velocità relativistiche

Questo post è dedicato ad alcuni amici scettici…

Caro Marshall

Visto un certo scetticismo da parte di alcuni lettori de “Il Giardino delle Esperidi” circa la mia immagine  di come si presenterebbe un aereo che viaggi a velocità relativistiche, ossia maggiori di 30.000 km/sec., rispetto all’osservatore, ho pensato di fare alcune precisazioni.

Supponiamo di avere l’osservatore nell’origine di un sistema di assi cartesiani e l’aereo in un altro sistema che inizialmente ha  l’origine coincidente con il primo .  Facciamo adesso muovere l’ aereo  lungo l’asse X , (che è coincidente con quello del sistema dell’osservatore)  l’osservatore vedrà   la contrazione della lunghezza dell’aereo. Questo fenomeno, previsto dalla relatività ristretta di Einstein, è stato messo in formula matematica, da Lorenzt .Cercherò di essere più semplice possibile, chiamiamo   la lunghezza dell’aereo misurata nel suo sistema di riferimento ed  la lunghezza dell’aereo misurata dall’osservatore. Queste due misure differiscono di un fattore ϒ , detto fattore di Lorentz.  Dando per scontata la costanza della velocità della luce nel vuoto (pari a 299 792, 458 km/s,generalmente si approssima  a 300 000 km/s). essa dovrà essere eguale in entrambi i sistemi di riferimento. Tenendo conto di questo fatto le formule per passare da un sistema di riferimento all’altro  assumono la seguente  forma , detta trasformata di Lorentz.

 

Con semplici calcoli dando  alla velocità  u   dell’aereo il valore numerico di 30.000 km/s

Si ha che il il fattore di Lorentz è  = a radice quadrata di 9/10  = 0,948

Se  la lunghezza    dell’aereo è  di 10 metri  si ha che la lunghezza  misurata dall’osservatore

è  10*0,948 =  9,48 metri  si ha quindi una contrazione della lunghezza di 52 cm.

Analogamente, ma con risultato opposto, si ha per il tempo: le misure di intervalli temporali compiute da un osservatore appaiono dilatate rispetto a quelle compiute da un oroglogio posto sull’aereo.

Consideriamo un intervallo di 10 sec. Misurato sull’aereo  ad una velocità di 30.000 km/s si ha, con calcolo analogo  al precedente, che il tempo misurato dall’osservatore è  10,54 s, con una dilatazione di 54 centesimi di secondo.

Osserviamo il caso limite quando la velocità dell’aereo è = 0  , il fattore di Lorentz assume il valore 1 e quindi  la lunghezza e l’intervallo temporale sono  eguali , in entrambi i sistemi , rispettivamente 10 m  e 10 s nel nostro caso.

Se supponiamo l’altro caso limite  che l’aereo viaggi alla velocità della luce e, quindi,  nelle formule considerare  il valore di u = c,  il fattore di Lorentz assume il valore 0 e  si ha che la lunghezza assume il valore 0 e il tempo diventa infinito.

Se nel fattore di Lorentz  ipotizziamo una velocità dell’aereo superiore a quella della luce si otterrà per  risultato  la radice quadrata di un numero negativo,che ha soluzione nei numeri complessi con l’unità immaginaria  “i”, per questo motivo si dice che non si possa andare oltre la velocità della luce.

Una mia considerazione personale è che la matematica è una cosa e la fisica un’altra  nel senso che, quando nelle formule il calcolo matematico porta a risultati con valore infinito, bisogna fare molta attenzione a trarre delle conclusioni sia in chiave fisica che in chiave filosofica, potrebbe ,e dico potrebbe, essere che  la matematica non sia sufficiente  a descrivere il fenomeno,oppure nella formula non si è tenuto conto di un fattore che normalmente è nullo o pressoché nullo, come nel caso di Lorentz.

A sostegno di quanto detto, se lo ritieni opportuno, scriverei,un’ altra volta, qualche osservazione sul Big Bang, dove si ipotizza che  all’ “inizio” tutto l’universo fosse concentrato in un punto, detto singolarità,  di volume 0 e massa infinita. Ma che senso ha ?

11/03/2010 Posted by | Varie | 9 commenti

Le pitture dei Filostrati

Le pitture dei Filostrati

Mi è capitato tra le mani un libro edito nel 1828 con questo titolo “Le pitture dei Filostrati”

Una rapida ricerca nel mio database neuronico da un risultato insoddisfacente, i Filostrati erano sofisti e l’unica cosa che riuscivo ad associare, sul momento, era  la biografia di Apollonio e una datazione indicativa II° III° secolo d.c., ma che avessero dipinto quadri non mi risultava.

Decido di leggere il libro e qui la prima sorpresa: il libro, pur mostrando i segni del tempo, è intonso, non essendo stato rifilato in tipografia, per poterlo leggere le pagine vanno tagliate. Un libro che ha quasi 200 anni e che non è mai stato letto!

Con un po’ di timore di fare danni prendo un tagliacarte e  comincio ad aprire le pagine, dopo aver letto una lunga prefazione del curatore della traduzione dal greco, Filippo Mercuri, mi sono reso conto che il titolo del libro, non corrispondeva all’originale greco che è Eikones ossia Immagini.

Tralascio  la discussione su quanti fossero i Filostrati, se 3 o 4, e se le Eikones siano state scritte da uno solo di loro o da due, poche righe anche sull’argomento su dove queste tavole fossero situate e se fossero esistite realmente.

Eikones è un’opera famosa  nella quale si  descrivono alcune pitture, su tavola, descrizioni talmente accurate da poterle chiamare “pitture scritte”.

Nel proemio dell’opera, si può leggere che Filostrato si trovava a Napoli, ospite in una villa nel cui porticato  erano state incastonate delle pitture su tavola.

 Il padrone di casa” … abitava fuori le mura in un sobborgo, che guarda il mare, nel quale era un tal portico rivolto al vento zeffiro costruito, se ben mi ricordo,sopra quattro o cinque solai che accennava al mare tirreno:il quale era vagamente adorno di quelle pietre,che più il lusso commenda, e più di pitture, sendo in quelle incastrate alcune tavole, le quali ha mio credere non senza sollecitudine erano state raccolte; perocchè in esse si ravvisava l’arte cospicua di moltissimi dipintori : ed avendo io di per me stesso già fermo nell’animo di commendare queste pitture con la favella, a ciò viemmaggiormente ancora fui stimolato dal piccolo figlio del mio ospite; che toccava allora il decimo anno bramoso di ascoltare …” 

La querelle tra gli studiosi, parte da queste righe: dobbiamo credere alle parole di Filostrato oppure è tutta una finzione letteraria? Questa casa a Napoli con le sue pitture incastonate nel portico è esistita realmente oppure è opera della fantasia dello scrittore? La descrizione delle pitture è fatta su quadri autentici o sono il prodotto dell’immaginazione di Filostrato? I pareri sono molto discordi.

Il Prof. Stefano De Caro, soprintendente archeologico delle Province di Napoli e Caserta in una conferenza del 1999 sulle nature morte parla di Filostrato è da per scontato che il sofista abbia visto veramente la galleria di quadri che descrive nelle Eikones:”…La conferma che gli antichi usassero effettivamente questo nome [xenia]  per la pittura di natura morta ci viene da un passo del retore greco di Lemno, Flavio Filostrato il Vecchio, della fine del II secolo d.C., il quale, descrivendo una galleria di quadri che lui ha ammirato a Napoli e che commenta per un gruppo di suoi giovani condiscepoli, definisce chiaramente come “xenia” due composizioni perdute, la cui descrizione corrisponde esattamente al genere che le pitture pompeiane raffigurano. Una di esse raffigurava, infatti, fichi, noci, pere, ciliegie, uva con miele, formaggi, e del latte con i vasi. L’altro genere rappresentava una lepre viva e una lepre morta, un’anatra spiumata, diversi tipi di pane, frutta fresca, castagne e fichi. La testimonianza di Filostrato è preziosa anche perché ci presenta il punto di vista critico di un intellettuale evidentemente informato di cose d’arte, e pure se cade circa un secolo dopo le pitture di Pompei, il suo giudizio potrebbe tranquillamente applicarsi ad esse, perché, come vedremo, questo genere aveva avuto poche trasformazioni dall’età ellenistica in poi. Quando Filostrato insiste, infatti, sulle qualità realistiche dei dipinti e sulla capacità della pittura di fermare sulla tela la bellezza fuggente del reale confondendo l’arte, la realtà e la sua rappresentazione, la sua valutazione non è, difatti, distinguibile da quelle delle fonti ellenistiche. Il suo passo è: “Perché non prendi questi frutti che sembrano fuoriuscire dai due cesti? Non sai che se aspetti anche soltanto un poco non li troverai più come sono ora, con la loro trina di rugiada?”.

La dott.ressa  Letizia Abbondanza della sovrintendenza di Roma nel suo libro”Immagini” (2009) è di parere contrario, infatti scrive “galleria immaginaria”. 

“Dei tre o forse quattro Filostrati che vengono ricordati dalla tradizione antica, si attribuisce al Secondo e Maggiore – vissuto nel finale del II e durante la prima metà del III secolo d.C. –, un testo giustamente famoso, capitale nella storia della letteratura artistica: le Eikones, Icone cioè Immagini, che descrivono una visita guidata, in forma di dialogo tra un sofista e i suoi giovani allievi, a una galleria immaginaria di oltre sessanta quadri, collocata a Napoli. È l’occasione di una strepitosa performance retorica, in cui la parola si propone a confronto vittorioso con l’immagine. L’opera ha sollecitato interesse di filologi ed emulazione di artisti e alimentato, in Goethe come in numerosi storici e amatori delle arti figurative, l’illusione di poterne in qualche misura risarcire la grande e purtroppo perduta pittura degli antichi. “

Facendo una considerazione generale si può dire che ogni opera, per quanto fantastica sia, ha sempre un incipit reale. A mio giudizio, Filostrato ha realmente osservato questi quadri e forse anche a Napoli, ma quasi certamente non erano tutti nei soliti locali e se diamo per vero che una parte delle Eikones sia stata scritta da un altro Filostrato questa tesi prende consistenza. D’altronde siamo nel neosofismo e quindi l’artificio è sempre latente, l’illusione dalla realtà e la realtà dalle illusioni.

Questi sono, certamente, interessanti risvolti, ma, a mio giudizio, è più importante vedere come  le Eikones mettano in scena l’eterno confronto tra parola ed immagine, tanto che anche Goethe ne fu affascinato ed anche numerosi pittori tra cui  Moritz von Schwind, le hanno reinterpretate.

Il filosofo Pierre Hadot nota l’importanza delle parole sophisma e apatê,usando la sua terminologia, che possono essere sintetizzate nel termine “artificio”. Prendendo come paradigma  il Narciso (Eikon XXIII) si ha il “sophisma” della fonte e del quadro, ossia l’incapacità di distinguere tra realtà ed illusione.

 Una descrizione della pittura di una pittura è l’incipit dell’”Immagine”: ” La fonte dipinge Narciso la pittura dipinge ad un tempo la fonte e Narciso”. Queste le parole del sofista e dalle quali  possiamo dedurre che Filostrato “dipinge” l’immagine che la pittura dipinge dell’immagine di Narciso.

”L’apatê”, ossia l’inganno, perché Filostrato stesso davanti alle figure dei cacciatori crede di vedere non dei personaggi nella loro staticità del dipinto, ma esseri reali in movimento e, a questo proposito scrive Hadot:” Il discorso di Filostrato aggiunge all’illusione di vedere un quadro, l’illusione dell’eliminazione dell’illusione, l’impressione di partecipare ad un evento che si svolge effettivamente.”

Sophisma  più  apatê uguale artificio, un artificio eccezionale direi: l’impressione di partecipare ad un evento attraverso l’immagine scritta di un’immagine illusoria dipinta in quadro che forse non è mai esistito.

10/02/2010 Posted by | Varie | 2 commenti

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.