Zibaldino

Immensità o infinità?

“Così tra questa immensità s’annega il pensier mio”
Avevo scelto questo titolo per un mio post sulle recenti teorie cosmologiche, poi una sensazione, un vaghissimo ricordo liceale, che c’era qualcosa di particolare in questa poesia, oltre le solite e scontate critiche letterarie. Così ho ricercato i manoscritti originali del Leopardi che qui riporto.
La prima stesura presenta delle correzioni in diversi punti.
La seconda, che dovrebbe essere quella definitiva, presenta una correzione solo sulla parola “immensità” cancellata e sovrascritta con “infinità.


mano1

 

 

infinito 

 

La correzione autografa è ben visibile, sul penultimo endecasillabo in entrambi i manoscritti.Anche i poeti, possono ricredersi, è vero, ma lo strano è che la parola cancellata l’ “immensità” è quella che compare nella versione definitiva della poesia, come si può leggere nei libri. Escludendo un refuso del tipografo, almeno nelle edizioni successive alla prima che era il Nuovo Raccoglitore, deve esserci stato un intervento del poeta all’ultimo minuto. Perché? Non si tratta di metrica , poiché sia infinità sia immensità sono parole quadrisillabe ed ambedue tronche, non si può pensare ad una convenienza lirica: le parole sono entrambe importanti e “suonano”quasi alla stessa maniera. Nello “Zibaldone”, sia la parola “infinità” che quella “immensità” compaiono diverse volte e quasi in egual numero, quindi entrambe, sono nel lessico abituale del poeta.
L’infinità e l’immensità, per quanto esprimano un concetto di “molto grande”, non implicano il concetto di infinito, quindi la differenza deve essere sottilissima.La mia personale interpretazione, del tutto opinabile, è che, forse, alla parola “infinità” il poeta da un significato di “molto grande”, ma numerico lineare (ho un’infinità di cose da fare nel senso di numerose cose da fare), mentre con immensità intende un concetto spaziale che, Leopardi, ha ritenuto, alla fine, più consono al contesto. Il concetto di infinito, vero e proprio, viene invece, riservato all’Eterno, al tempo,(“le stagioni”), e al “pensier mio”.

Non ero molto entusiasta di questo post, quando ho dell’incertezze non mi sento soddisfatto, anche se scrivo per mio puro sollazzo. Si sono egoista e, non scrivendo per mestiere, posto quello che più mi aggrada e quando mi aggrada, ma non mi piace dire cose inesatte o sbagliate. Ciò premesso, se ho dei dubbi chiedo lumi a chi ritengo ne sappia più di me. Nel campo letterario ed artistico, ho avuto modo di apprezzare un amico di blog, persona veramente preparata e squisita, Josh, con cui ho una corrispondenza sia email sia di commenti sui post; a lui mi sono rivolto per sentire cosa ne pensasse in proposito. Per tutta risposta mi è arrivata una critica completa de ”L’infinito”, con paralleli con lo Zibaldone, nonché interpretazioni alla luce della filosofia leopardiana… potrei scrivere 10 post!!!

Su molte parole e versi abbiamo concordato rapidamente su altre, avendo preparazioni diverse, lui letteraria ed io scientifica, abbiamo discusso a lungo sul significato da attribuire loro, specie su “infinità” ed “immensità”, nel lessico leopardiano.
Sulla parola immensità siamo concordi che il L. intendesse un “infinito spazio -temporale”, che più si adatta ad inglobare tutti i concetti espressi nei versi precedenti, mentre per la parola “infinità”, anche alla luce di quanto scritto nello Zibaldone, io sostenevo che questa parola implicasse un infinito solo lineare:
“Circa le sensazioni che piacciono pel solo indefinito, puoi vedere il mio idillio sull’infinito, e richiamar l’idea di una campagna arditamente declive in guisa che la vista di una certa lontananza non arrivi alla valle; e quella d’un filare d’alberi, il cui fine si perda di vista, o per la lunghezza del filare o perch’esso pure sia posto in declivio,…..
Una fabbrica, una torre ecc. veduta in modo che ella paia innalzarsi sola sopra l’orizzonte, e questo non si veda, produce un contrasto efficacissimo e sublimissimo tra il finito e l’indefinito ecc ecc (Zibaldone, 1430-31, 1 agosto 1821)
Sempre dallo Zibaldone, altri elementi fisici-percettivi che gli scatenano per contrasto l’idea di infinito/indefinito (come lo chiama qui)(Josh) “una fuga di camere o case, cioè una via lunghissima o dirittissima
Ma forse, una spiegazione della scelta di “immensità”, può essere più semplice:

Josh,tra le altre cose, mi scrive:

“Alla fine, per l’edizione definitiva, Leopardi scelse per il penultimo verso “immensità” e non infinità, anche se momentaneamente aveva corretto così come ci mostri. Si tratta, direi anche io, di un intervento all’ultimo del poeta. Sono entrambe parole quadrisillabe e tronche quindi si esclude, come dici, il motivo metrico, il significato delle due parole sembra simile ma ha sfumature leggermente diverse nel lessico leopardiano. La scelta non è quantistica, né lirica, ma forse in minima parte dovuta ai termini filosofici, e di più direi io per evitare una ripetizione/assonanza. (con il titolo e con l’infinito silenzio di pochi versi sopra. ndr)(non suonano alla stessa maniera, in effetti)”
“Questo idillio sembra più alieno dalla filosofia, ma solo in apparenza. E’ più libero di altri componimenti dall’intellettualismo, ma non ha all’origine né l’abbandono mistico, né un atteggiamento solo contemplativo: anche qui è chiaro lo sforzo leopardiano di superare i limiti imposti dalla Natura all’uomo.”

Mi dispiace, dover tralasciare il resto dello scritto di Josh, sicuramente molto interessante (e che mi godrò in privato), ma questo post voleva solo mettere in evidenza quella particolarità del penultimo verso.
Aldilà di ogni considerazione critica, io giudico sempre le opere d’arte in base all’emozione che sanno suscitare in me, indipendentemente dall’autore. Non vi è alcun dubbio che questa poesia mi avvince più di tante altre liriche.

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16/03/2009 - Posted by | Varie

9 commenti »

  1. […] Read the original: Immensità o infinità? « Sarcastycon 3 […]

    Pingback di Immensità o infinità? « Sarcastycon 3 | 26/03/2009

  2. Secondo me, ovviamente, infinità. Con chiaro riferimento al tempo, oltre che allo spazio.
    Non so quando la scrisse, ma, probabilmente, sentiva già che le sue poesie lo avrebbero reso immortale (e non ci voleva molto per capirlo!): per un tempo infinito indefinibile. Avendo in mente tale presentimento, e non volendo apparire immodesto, in un primo momento si corresse in immensità al posto di infinità, ma avendo ben in mente che la parola più giusta sarebbe stata infinità. Infatti, ascoltandola bene, come “suona” assai meglio infinità, in quel contesto!
    Deve averlo roso parecchio il pensiero, anche perchè la poesia sembra scritta di getto.
    Secondo me, la parola più adatta, che lui aveva in mente fin da subito, è stata infinità; e, quando ha dato alla stampa la versione ultima definitiva, si è finalmente convinto che quella era la “parola giusta”; togliendosi così un bel “peso” dallo stomaco.

    Come per te, anche questi sono pensieri del tutto personali, e anche astrusi, su questo “giallo” poetico. Oltretutto, vengono da un quasi profano in materia.

    Ciao.

    Commento di Marshall | 02/04/2009

  3. Infinito è un termine più astratto, quasi matematico/cabalistico, e sebbene abbia connotazioni anche temporali, oltre che spaziali, trovo che immenso/immensità esprimano meglio lo stato d’animo “finale”.
    Una sorta di stupore, di meraviglia, quasi mistica di fronte al cosmo, al creato. Nel temine immenso si avverte la presenza divina, anche solo come fato, come caos primigenio.
    Immenso è qualcosa che riempie dall’interno, che obnubila, che esaurisce ogni altra possibilità e lascia stupefatti, senza parole.

    “…così tra questa immensità s’annega il pensier mio…”

    La ragione cede, di fronte al mistero dell’assoluto, e improvvisamente…

    “Mi illumino d’immenso”

    Commento di Mefisto | 15/04/2009

  4. Molto interessante questo post…Come vedi di tanto in tanto apprezzo quello che scrivi.A presto

    Commento di antonio | 30/04/2009

  5. Caro Antonio
    basta non parlare di politica o di sociale e un accordo si trova sempre…..
    grazie della visita
    ciao
    Sarc.

    Commento di sarcastycon | 04/05/2009

  6. Post interessantissimo.

    Commento di Davide | 05/09/2009

  7. Sono un semplice ammiratore di Giacomo Leopardi, sin dalle scuole medie inferiori. Negli anni della gioventù le sue poesie mi ha ancor più coinvolto, portando a pensare (mio personalissimo parere) che G.L. stesso non fosse così pessimista come sempre i prof l’hanno descritto.
    Riusciva a concentrare il suo pensiero scrivendo di getto, mettendo a nudo il suo animo in quelistante. Se quella notte era affranto e “doveva” scrivere, la sua poesia non poteva non avere una lettura pessimistica della vita. Quando, invece ragionata, G.L. portava le sue poesie all’infinito, catapultandolo in un domani sempre nuovo.
    Il primo riferimento è al canto XXIII Canto Notturno di un Pastore Errante dell’Asia. Il secondo è il tema di questo post: canto XII L’Infinito.
    Il canto XXII se non ricordo male è a metrica sciolta, buttato sul foglio quasi con rabbia. Il canto XII assomiglia ad un sonetto, quasi ragionato, con calma scritto.
    Sicuramente G.L. si sarà dibattuto se lasciare IMMENSITÀ o INFINTÀ.
    Io preferisco INFINITÀ, ma poco importa: importante è ciò che ogni poesia ti lascia. Un valore per me, diversamente ad un altro. Magari non ho inteso il vero messaggio di G.L., ma mi ha emozionato. Tantissimo.
    Scusate il mio excursus e vi ringrazio dell’ospitalità.

    Commento di Maurizio | 09/03/2010

  8. Benvenuto Maurizio

    non disturbi affatto, direi che il tuo commento sul pessimismo di L sia centrato,io andrei anche oltre, in certi scritti,credo che sia anche un po’ un atteggiamento.

    Ciò non toglie che abbia scritto delle poesie meravigliose.
    ciao
    Sarc.

    Commento di sarcastycon | 09/03/2010

  9. Ciao a tutti,
    vorrei lasciare la mia personale interpretazione anche se ritengo sia molto legata a quanto detto da Marshall nel post precedente e mi piacerebbe avere un vostro riscontro rispetto alla mia idea.
    Ritengo che i due termini immensità e infinità richiamino a due temi molto diversi e in aperto contrasto tra loro. Parlo della cultura e del movimento romantico in contrapposizione con l’illuminismo della ragione. Leopardi, da buon romantico è impotente e sopraffatto dalla forza della natura e sceglie il termine immensità proprio perché richiama la fantasia, l’immaginazione e anche l’individualità dell’animo umano in antitesi con l’infinità che si fa voce di una cultura illuministica, dove tutto è misurabile, dove la razionalità vince su tutto, dando misura allo spazio che ci circonda.
    In sintesi Leopardi si ritrova contrastato tra la componente razionale e irrazionale del suo animo e, vinto dall’immensità del creato (“immenso” non è misurabile, non esprime dimensioni spaziali e temporali certe mentre infinito indica una precisa misura: infinito!), si lascia naufragare dolcemente. A questo punto, perché chiamare la poesia “L’infinito” e non “L’immenso”? La risposta qui è semplice e va cercata nella struttura stessa della poesia in quanto il sonetto presenta 2 crescendo: il primo riguarda la visione di Leopardi che passa dal microscopico al macroscopico (dal dettaglio all’infinito) e dall’altro c’è un passaggio dal materiale allo spirituale, dal concreto all’astratto, dal razionale all’irrazionale che ci porta a scegliere un titolo che dia una spiegazione del componimento ma allo stesso tempo dia il via ad una maturazione, riga dopo riga, del poeta verso il romantico. “L’infinito” è quindi solo un titolo che fa da partenza per arrivare poi al climax dell’ultimo verso.
    Spero di aver dato un’interpretazione abbastanza inedita di questa meravigliosa poesia.
    Saluti
    Luca

    Commento di Luca | 30/06/2011


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