Zibaldino

Un Dio “Solo”?

Ringrazio Marius che mi ha permesso la pubblicazione di questo suo interessante post, che si ricollega ad altri miei e li completa con nuove argomentazioni. 
Marius pur avendo, come me, una cultura prevalentemente scientifica giunge a conclusioni diverse da quelle a cui sarei giunto io,ciò non toglie che condivida molte delle sue considerazioni.
D’altronde la ricerca della verità comporta percorrere più strade, quale poi sarà quella giusta lo vedremo a tempo e luogo.(Sarc.)

———————

Premessa.

Scopo, o meglio, “modesta” aspirazione di questo mio breve trattato “ontologico – escatologico” universale è quello di pervenire a una sorta di “teoria unificata” della conoscenza, che risulti più efficace di quella che, a mio parere, invano il mondo scientifico si affanna a perseguire in quanto, come nel paradosso di Achille e la tartaruga, sarà sempre possibile, seguendo quel percorso, aggiungere un frammento di incognito allo spazio che ci separa dalla presunta acquisizione di una verità.

Non voglio nascondere al lettore che chi scrive è un credente, sia pure con dubbi e incertezze che, ai “puristi” della fede, inevitabilmente, saranno evidenti.

Peraltro la teoria che mi accingo a esporre non rappresenta altro che la ricerca di ulteriori “rassicurazioni” sulla presenza di ciò che, trascendendo dalla realtà materiale, mi preservi da quell”horror vacui” che, a mio avviso, è stato, nel corso dei secoli, il motore che ha spinto l’essere umano a porsi i grandi perché dell’esistenza (Chi sono? D’onde vengo? Dove vado?).

Si tratta di una “dimostrazione per assurdo” dell’esistenza di Dio (o meglio dell’impossibilità della “non esistenza” di Dio), anche se il titolo, posto sotto forma di domanda (un Dio solo?), potrebbe trarre in inganno ( e, in realtà il gioco di parole è, allo scopo, voluto), portando a pensare a un confronto fra religioni ma che, in realtà, rappresenta solo un corollario di ciò che, a tutti gli effetti, può essere considerato un vero e proprio teorema.

Lo stesso titolo racchiude in sé la conclusione a cui il sottoscritto è pervenuto e, sostanzialmente, la dimostrazione del teorema per giungere alla quale è stato necessario ricorrere a una “miscellanea”, di argomentazioni, non soltanto di carattere scientifico.

Spero accogliate con benevolenza e simpatia queste mie elucubrazioni che, lungi dal voler rappresentare una compiaciuta esternazione di nozioni dotte e certezze acquisite, hanno solamente il fine di stimolare la curiosità di lettori e lettrici e, eventualmente, di aprire un confronto su questi (per me) affascinanti temi.

Mi scuso in anticipo con gli “addetti ai lavori” per la presunzione con la quale ho “bistrattato” le materie di loro competenza e fin d’ora dichiaro di accettare qualsiasi tipo di critica, costruttiva o distruttiva, riservandomi solo il “diritto di replica”.

 Cosmologia e Cosmogonia.

Come non partire dall’osservazione dell’universo nel porsi la domanda sul significato e sul senso dell’esistenza ?

Dal termine della 2° guerra mondiale fino al crollo del muro di Berlino , la spinta innovativa tecnologica, dovuta, prima alla ricerca per fini bellici e, successivamente, alla competizione tra i blocchi contrapposti nella “guerra fredda”, aveva illuso il mondo, con le sue indubbie, conquiste che, nell’arco di un ventennio, (l’anno 2000 ha spesso rappresentato, nell’immaginario collettivo il tempo della compiuta realizzazione dell’“homo technologicus”), l’umanità avrebbe finalmente capito e governato i meccanismi fondanti dell’ordinamento cosmico universale.

In realtà, lo sbarco dell’uomo sulla luna, nell’ormai remoto 1969, rappresenta il punto più alto e inarrivato di tutti questi sforzi (oggi, addirittura, c’è chi mette in dubbio perfino che sia realmente avvenuto), tanto è vero che gran parte della tecnologia, che oggi ci è così familiare, deriva proprio da quella stagione di competizione tecnologica.

 Se la tecnologia, in effetti, ha compiuto passi da gigante la scienza, quella con la “s” maiuscola, si è fermata alla formulazione di Albert Einstein : E = m x c2. Prima di lui altri grandi, tra cui, facendo torto a moltissimi altri, mi piace citare Galileo Galilei, sir Isaac Newton, Planck, Darwin, hanno elaborato teorie in grado di spiegare “come” gran parte dei fenomeni chimici, fisici e biologici conosciuti avviene, ma non “perché”.

Il motivo di questa stasi è da ascrivere al fatto che, in omaggio al famigerato “metodo scientifico”, l’uomo ha smesso, appunto, di interrogarsi sui perché, limitandosi a cercare solamente di descrivere ciò che sia “riproducibile” o “misurabile” ed eventualmente tradurlo in applicazioni “pratiche” piu’ o meno utili (quando non dannose).

Eppure proprio le costanti matematiche che racchiudono la stessa essenza dell’universo (basti pensare alla costante gravitazionale) sono “ontologicamente” sconosciute. Reggono, cioè, leggi che descrivono gli effetti di fenomeni dei quali non è dato sapere né dove né perché avvengono.

A dire il vero, per gli scienziati rigorosamente “non creazionisti”, le domande contenenti le parole “perché”, “dove” e, vedremo, anche “quando”, poste “ab origine” del nesso “causa – effetto”, rappresentano fastidiose “anomalie”. Eppure proprio alle anomalie (o, più elegantemente, “fluttuazioni”), ricorrono per cercare di aggirare i paradossi del puro “empirismo razionale”.

In buona sostanza essi affermano che l’universo, così come noi lo percepiamo, non è altro che una combinazione di eventi casuali che hanno determinato il realizzarsi di condizioni tali da permetterne l’esistenza.

Ciò non esclude che possano esistere altre realtà, governate da leggi diverse, non percepibili, non misurabili e, pertanto, a loro avviso, non “significative”.

Tale modo di ragionare è particolarmente evidente nella teoria del “Big Bang”, oggi ritenuta dalla comunità scientifica come la più accreditata fra le varie teorie sulla nascita e sull’evoluzione dell’universo.

In particolare è interessante come viene trattato il tema del tempo.

Nella fisica newtoniana il tempo altro non è che la misura della degradazione, o meglio, della trasformazione della materia (“nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”). L’uomo, in quanto soggetto “sensibile” di questa trasformazione (che porta, inevitabilmente, alla morte), ha introdotto tale grandezza che, di per sé, non è assoluta ma, come dimostra Einstein, relativa (il tempo è relativo alla velocità del sistema di riferimento dell’osservatore).

Secondo la scienza “mainstream” non ha, comunque, senso parlare di tempo prima dell’evento “Big Bang” o meglio, ha senso parlare di tempo solo fino a pochi miliardesimi di secondo dopo tale evento perché, essendo il tempo correlato allo spazio e alla velocità, in assenza di spazio e di velocità anche il tempo non esiste o meglio, non è significativo.

Tornerò in seguito sul concetto di tempo.

Continuando sulla strada della “casualità” si ipotizzano “fluttuazioni” che, determinando “dissimmetrie”, avrebbero portato una pressocchè infinita quantità di materia a concentrarsi in uno spazio infinitesimo, in uno stato di pressione e temperatura talmente elevate da determinare un’esplosione di energia (il Big Bang, appunto).

Le forze che, da quel punto in poi, si sono esplicate, sia nel “macrocosmo” (forza di gravità, reazioni termonucleari), che nel “microcosmo” ( interazioni nucleari forti e deboli, elettromagnetismo), altro non sono che l’effetto dell’equilibrio entropico universale.

L’intima natura di queste “relazioni”  è, tuttavia, ignota e se, come nel mio caso, non ci si vuol limitare ad affermare : “…vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare..”, occorre fare un passo in avanti o, forse, sarebbe meglio dire un passo indietro.

Poiché, infatti, è per me inconcepibile che due enti distinti possano relazionare attraverso il “nulla”, ricorro a un concetto tanto bistrattato quanto scomodo e, cioè, l”etere”.

L’etere fu, a mio modesto parere, frettolosamente “liquidato” dalla scienza ufficiale a seguito dell’esperimento di Michelson e Morley ma, bene o male, periodicamente ritorna, magari con altri nomi (vedi materia “oscura”).

L’assenza, infatti, di un “substrato” nel quale si esplichino le leggi che governano la materia (sotto forma di massa o di energia), porta a un paradosso ; infatti se il “quark” è la più piccola particella di materia conosciuta, lo spazio tra due quark è (almeno in teoria) è la “non materia”, ovvero il “nulla” e nel nulla, come ho detto, è difficile ipotizzare trasmissione di forze o energia e che, comunque, esso stesso, in quanto “nulla”, esista.

I modelli atomici “ondulatori”, le leggi dell’elettromagnetismo e della propagazione delle onde suggeriscono come “riempire” questi vuoti.

Tornando al concetto di tempo, infatti, osserviamo che, ammessa l’intima natura “ondulatoria” della materia, l’unico stato di “quiete primordiale” ipotizzabile è quello dove la materia stessa si trovi in uno stato di moto oscillatorio permanente, stazionario e uniforme dovuto alla “simmetria” delle interferenze tridimensionali di onde.

In questo stato, a un dato istante, la “visione” di un ipotetico “osservatore” è quella di un foglio “tridimensionale piano” (sembra un controsenso) e “nero”, in quanto non si propagherebbe neanche la luce.

Se consideriamo questo “modello”, appare più sensato chiedersi (riferendosi, ad es. al Big Bang) : “cosa è successo prima” ? Ovvero, il che è equivalente : quale causa ha “perturbato” lo stato di quiete provocando quelle “fluttuazioni” che, nel nostro caso, possono essere costituite da un’impercettibile ritardo o anticipo del periodo di una sola “onda anomala”, sufficiente a innescare un “effetto domino” che potrebbe aver portato, appunto, al “Big Bang” ?

Il problema è che un sistema perfettamente simmetrico, (in quattro o più dimensioni), non può variare dal suo interno, ma la perturbazione deve essere necessariamente esterna.

In alternativa le “fluttuazioni” sono intrinseche al sistema che, allora, è “dinamicamente eterno” e risponde alla pura legge empirica del caso.

Il paradosso, in quest’ultimo caso, consiste nel fatto che, su un numero infinito di estrazioni casuali, in un campione di dimensione infinita, sono infinite, sia le probabilità che una combinazione (nella fattispecie  quella in cui si è realizzato l’universo così come lo conosciamo) sia estratta, sia che non venga estratta.

La nostra stessa identità consapevole (anche l’uomo è materia) potrebbe, allora, essere eternamente immutabile, anche nell’arco temporale del suo divenire e, allo stesso tempo, cangiante e, quindi, non più tale, ovvero non esistente. Ma l’identità tra l’affermazione e la negazione dell’esistenza è impossibile.

E’, allora, provata l’unicità e irripetibilità della nostra identità (“cogito ergo sum”) e, quale parte e manifestazione “consapevole” dell’universo, ritengo anche di quest’ultimo.

 La vita.

La domanda sul “senso dell’esistenza” può costituire il punto di partenza di una serie di riflessioni a cui ciascuno può contribuire con il proprio percorso di fede o con un approccio agnostico, visto che, inevitabilmente, tutti noi, prima o poi sperimentiamo la necessità di dare una risposta a questo interrogativo.

Personalmente sono sempre stato affascinato dal concetto di coscienza in quanto ritengo che esso, più di ogni altro, racchiuda in sé il senso della vita intesa come “materia consapevole” e, quindi, capace di contemplare, contemplarsi e formulare ipotesi sulla propria provenienza, grazie all’innata capacità di astrazione.

Il darwinismo spinto assume che un cervello sufficientemente complesso sviluppi una tale quantità di connessioni neurali da arrivare alla capacità di apprendere, provare emozioni, sviluppare l’affettività e, più importante di tutto, appunto, la capacità di astrazione.

Tutto nell’ambito di un processo evoluzionistico basato sulla selezione naturale dove, al più, esistono diversi stadi di coscienza, a seconda della specie e, nell’ambito di una stessa specie, a seconda dell’età e dello stato di salute psico fisica.

Il metodo scientifico, d’altronde, ci dice che un fenomeno fisico esiste se è osservabile e si riproduce, naturalmente o artificialmente ; di conseguenza una teoria è valida se i suoi risultati sono comparabili, commensurabili o, almeno, compatibili con le evidenze strumentali.

Ne consegue che, almeno in teoria, la coscienza dovrebbe poter essere riprodotta con reti neurali artificiali talmente complesse da arrivare a sviluppare anche il “pathos”.

A un tale risultato non ci si è mai lontanamente avvicinati, nemmeno con i computers più potenti né, io credo, si arriverà mai. Ma, soprattutto e, almeno in teoria, dovrebbe essere possibile riprodurre la stessa autoreferenzialità percettiva di un soggetto esistente violando il principio di identità (A = A), oppure creando una “sovrapposizione di stati” equiparabile a una “possessione”.

A questo punto è lecito, a mio avviso, introdurre il concetto di “anima”, intesa come la percezione dell’unicità dell’esistenza individuale, distinta dall’”alter” e, allo stesso tempo, la manifestazione della trascendenza del corpo “materiale”, anche nelle condizioni in cui l’identità razionale non sia ancora presente o venga meno (come nel caso della mente di un neonato, del decadimento delle facoltà intellettive di un anziano o della pazzia pura).

Il cervello, allora, per quanto complesso e sconosciuto possa essere, non rappresenterebbe altro che il mezzo con cui l’anima, che è eterna, sperimenta l’esperienza terrena, ovvero il tempo.

 Il perché della creazione.

Come già detto in premessa, per poter andare avanti nella costruzione “logica” del mio pensiero devo, in maniera poco “ortodossa”, ricorrere all’interdisciplinarietà, attingendo anche alla psicologia, in quanto anch’essa scienza della materia (nell’accezione più generale possibile del termine).

Se ammettiamo, allora, che una causa esterna abbia impresso, nella natura stessa delle cose le leggi fondanti dell’universo, occorre “motivare” tale “volontà creazionistica”.

Ciò si può fare solamente ipotizzando quello che, non trovando altre definizioni, chiamo “immanentismo inverso”, inteso come pari “dignità di somiglianza” fra creatura e creatore.

Immagino, allora, il senso di solitudine, vuoto e incompiutezza che un’entità eterna, perfetta e “consapevole” possa provare in un ambiente eternamente statico, senza paura, tristezza, dolore, ma anche senza speranza, gioia e, soprattutto, senza amore.

Appare, allora, più chiaro il senso della creazione, della necessità di generare ciò che può contemplare, capire e amare.

Ecco il senso del tempo, necessario per indurre speranze e aspettative, anche a costo di patire paura e sofferenze che il creatore condivide e “sperimenta” con le sue creature “entrando” a sua volta, nel tempo e nella storia. Ciò è avvenuto, per il cristianesimo, con l’avvento di Gesù Cristo.

Ecco, di conseguenza, il senso della morte, necessaria a rendere “dinamica” un’eternità altrimenti posta in uno stato cosmico di “morte termodinamica” (lo “zero Kelvin” è un valore “asintotico”).

Ecco, infine, il senso e la necessità del male, inteso come libertà di decidere se cercare e amare, ognuno con i “talenti” a propria disposizione, il Creatore, oppure  lasciare che resti, appunto, un “Dio solo”.

 Conclusioni.

La conclusione cui sono pervenuto è che l’universo, di per sé, è un paradosso esistenziale, nel senso che, razionalmente, non dovrebbe esistere.

Il miracolo è, appunto, la sua esistenza e quella di ogni essere vivente.

Dimostro con queste argomentazioni, l’esistenza di Dio.

La certezza la ricavo dalla fede.

Mi piacerebbe che un eventuale interlocutore esprimesse un giudizio in merito, contribuendo, con il proprio pensiero, ad arricchire e articolare i contenuti di queste mie “speculazioni”, magari divertendosi a confutarle punto per punto.

In fondo le più grandi scoperte dell’umanità sono scaturite da considerazioni anche banali.

Marius.

link del blog  http://marius-gravity.blogspot.com/

08/07/2010 Posted by | Varie | 21 commenti