Zibaldino

Un Dio “Solo”?

Ringrazio Marius che mi ha permesso la pubblicazione di questo suo interessante post, che si ricollega ad altri miei e li completa con nuove argomentazioni. 
Marius pur avendo, come me, una cultura prevalentemente scientifica giunge a conclusioni diverse da quelle a cui sarei giunto io,ciò non toglie che condivida molte delle sue considerazioni.
D’altronde la ricerca della verità comporta percorrere più strade, quale poi sarà quella giusta lo vedremo a tempo e luogo.(Sarc.)

———————

Premessa.

Scopo, o meglio, “modesta” aspirazione di questo mio breve trattato “ontologico – escatologico” universale è quello di pervenire a una sorta di “teoria unificata” della conoscenza, che risulti più efficace di quella che, a mio parere, invano il mondo scientifico si affanna a perseguire in quanto, come nel paradosso di Achille e la tartaruga, sarà sempre possibile, seguendo quel percorso, aggiungere un frammento di incognito allo spazio che ci separa dalla presunta acquisizione di una verità.

Non voglio nascondere al lettore che chi scrive è un credente, sia pure con dubbi e incertezze che, ai “puristi” della fede, inevitabilmente, saranno evidenti.

Peraltro la teoria che mi accingo a esporre non rappresenta altro che la ricerca di ulteriori “rassicurazioni” sulla presenza di ciò che, trascendendo dalla realtà materiale, mi preservi da quell”horror vacui” che, a mio avviso, è stato, nel corso dei secoli, il motore che ha spinto l’essere umano a porsi i grandi perché dell’esistenza (Chi sono? D’onde vengo? Dove vado?).

Si tratta di una “dimostrazione per assurdo” dell’esistenza di Dio (o meglio dell’impossibilità della “non esistenza” di Dio), anche se il titolo, posto sotto forma di domanda (un Dio solo?), potrebbe trarre in inganno ( e, in realtà il gioco di parole è, allo scopo, voluto), portando a pensare a un confronto fra religioni ma che, in realtà, rappresenta solo un corollario di ciò che, a tutti gli effetti, può essere considerato un vero e proprio teorema.

Lo stesso titolo racchiude in sé la conclusione a cui il sottoscritto è pervenuto e, sostanzialmente, la dimostrazione del teorema per giungere alla quale è stato necessario ricorrere a una “miscellanea”, di argomentazioni, non soltanto di carattere scientifico.

Spero accogliate con benevolenza e simpatia queste mie elucubrazioni che, lungi dal voler rappresentare una compiaciuta esternazione di nozioni dotte e certezze acquisite, hanno solamente il fine di stimolare la curiosità di lettori e lettrici e, eventualmente, di aprire un confronto su questi (per me) affascinanti temi.

Mi scuso in anticipo con gli “addetti ai lavori” per la presunzione con la quale ho “bistrattato” le materie di loro competenza e fin d’ora dichiaro di accettare qualsiasi tipo di critica, costruttiva o distruttiva, riservandomi solo il “diritto di replica”.

 Cosmologia e Cosmogonia.

Come non partire dall’osservazione dell’universo nel porsi la domanda sul significato e sul senso dell’esistenza ?

Dal termine della 2° guerra mondiale fino al crollo del muro di Berlino , la spinta innovativa tecnologica, dovuta, prima alla ricerca per fini bellici e, successivamente, alla competizione tra i blocchi contrapposti nella “guerra fredda”, aveva illuso il mondo, con le sue indubbie, conquiste che, nell’arco di un ventennio, (l’anno 2000 ha spesso rappresentato, nell’immaginario collettivo il tempo della compiuta realizzazione dell’“homo technologicus”), l’umanità avrebbe finalmente capito e governato i meccanismi fondanti dell’ordinamento cosmico universale.

In realtà, lo sbarco dell’uomo sulla luna, nell’ormai remoto 1969, rappresenta il punto più alto e inarrivato di tutti questi sforzi (oggi, addirittura, c’è chi mette in dubbio perfino che sia realmente avvenuto), tanto è vero che gran parte della tecnologia, che oggi ci è così familiare, deriva proprio da quella stagione di competizione tecnologica.

 Se la tecnologia, in effetti, ha compiuto passi da gigante la scienza, quella con la “s” maiuscola, si è fermata alla formulazione di Albert Einstein : E = m x c2. Prima di lui altri grandi, tra cui, facendo torto a moltissimi altri, mi piace citare Galileo Galilei, sir Isaac Newton, Planck, Darwin, hanno elaborato teorie in grado di spiegare “come” gran parte dei fenomeni chimici, fisici e biologici conosciuti avviene, ma non “perché”.

Il motivo di questa stasi è da ascrivere al fatto che, in omaggio al famigerato “metodo scientifico”, l’uomo ha smesso, appunto, di interrogarsi sui perché, limitandosi a cercare solamente di descrivere ciò che sia “riproducibile” o “misurabile” ed eventualmente tradurlo in applicazioni “pratiche” piu’ o meno utili (quando non dannose).

Eppure proprio le costanti matematiche che racchiudono la stessa essenza dell’universo (basti pensare alla costante gravitazionale) sono “ontologicamente” sconosciute. Reggono, cioè, leggi che descrivono gli effetti di fenomeni dei quali non è dato sapere né dove né perché avvengono.

A dire il vero, per gli scienziati rigorosamente “non creazionisti”, le domande contenenti le parole “perché”, “dove” e, vedremo, anche “quando”, poste “ab origine” del nesso “causa – effetto”, rappresentano fastidiose “anomalie”. Eppure proprio alle anomalie (o, più elegantemente, “fluttuazioni”), ricorrono per cercare di aggirare i paradossi del puro “empirismo razionale”.

In buona sostanza essi affermano che l’universo, così come noi lo percepiamo, non è altro che una combinazione di eventi casuali che hanno determinato il realizzarsi di condizioni tali da permetterne l’esistenza.

Ciò non esclude che possano esistere altre realtà, governate da leggi diverse, non percepibili, non misurabili e, pertanto, a loro avviso, non “significative”.

Tale modo di ragionare è particolarmente evidente nella teoria del “Big Bang”, oggi ritenuta dalla comunità scientifica come la più accreditata fra le varie teorie sulla nascita e sull’evoluzione dell’universo.

In particolare è interessante come viene trattato il tema del tempo.

Nella fisica newtoniana il tempo altro non è che la misura della degradazione, o meglio, della trasformazione della materia (“nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”). L’uomo, in quanto soggetto “sensibile” di questa trasformazione (che porta, inevitabilmente, alla morte), ha introdotto tale grandezza che, di per sé, non è assoluta ma, come dimostra Einstein, relativa (il tempo è relativo alla velocità del sistema di riferimento dell’osservatore).

Secondo la scienza “mainstream” non ha, comunque, senso parlare di tempo prima dell’evento “Big Bang” o meglio, ha senso parlare di tempo solo fino a pochi miliardesimi di secondo dopo tale evento perché, essendo il tempo correlato allo spazio e alla velocità, in assenza di spazio e di velocità anche il tempo non esiste o meglio, non è significativo.

Tornerò in seguito sul concetto di tempo.

Continuando sulla strada della “casualità” si ipotizzano “fluttuazioni” che, determinando “dissimmetrie”, avrebbero portato una pressocchè infinita quantità di materia a concentrarsi in uno spazio infinitesimo, in uno stato di pressione e temperatura talmente elevate da determinare un’esplosione di energia (il Big Bang, appunto).

Le forze che, da quel punto in poi, si sono esplicate, sia nel “macrocosmo” (forza di gravità, reazioni termonucleari), che nel “microcosmo” ( interazioni nucleari forti e deboli, elettromagnetismo), altro non sono che l’effetto dell’equilibrio entropico universale.

L’intima natura di queste “relazioni”  è, tuttavia, ignota e se, come nel mio caso, non ci si vuol limitare ad affermare : “…vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare..”, occorre fare un passo in avanti o, forse, sarebbe meglio dire un passo indietro.

Poiché, infatti, è per me inconcepibile che due enti distinti possano relazionare attraverso il “nulla”, ricorro a un concetto tanto bistrattato quanto scomodo e, cioè, l”etere”.

L’etere fu, a mio modesto parere, frettolosamente “liquidato” dalla scienza ufficiale a seguito dell’esperimento di Michelson e Morley ma, bene o male, periodicamente ritorna, magari con altri nomi (vedi materia “oscura”).

L’assenza, infatti, di un “substrato” nel quale si esplichino le leggi che governano la materia (sotto forma di massa o di energia), porta a un paradosso ; infatti se il “quark” è la più piccola particella di materia conosciuta, lo spazio tra due quark è (almeno in teoria) è la “non materia”, ovvero il “nulla” e nel nulla, come ho detto, è difficile ipotizzare trasmissione di forze o energia e che, comunque, esso stesso, in quanto “nulla”, esista.

I modelli atomici “ondulatori”, le leggi dell’elettromagnetismo e della propagazione delle onde suggeriscono come “riempire” questi vuoti.

Tornando al concetto di tempo, infatti, osserviamo che, ammessa l’intima natura “ondulatoria” della materia, l’unico stato di “quiete primordiale” ipotizzabile è quello dove la materia stessa si trovi in uno stato di moto oscillatorio permanente, stazionario e uniforme dovuto alla “simmetria” delle interferenze tridimensionali di onde.

In questo stato, a un dato istante, la “visione” di un ipotetico “osservatore” è quella di un foglio “tridimensionale piano” (sembra un controsenso) e “nero”, in quanto non si propagherebbe neanche la luce.

Se consideriamo questo “modello”, appare più sensato chiedersi (riferendosi, ad es. al Big Bang) : “cosa è successo prima” ? Ovvero, il che è equivalente : quale causa ha “perturbato” lo stato di quiete provocando quelle “fluttuazioni” che, nel nostro caso, possono essere costituite da un’impercettibile ritardo o anticipo del periodo di una sola “onda anomala”, sufficiente a innescare un “effetto domino” che potrebbe aver portato, appunto, al “Big Bang” ?

Il problema è che un sistema perfettamente simmetrico, (in quattro o più dimensioni), non può variare dal suo interno, ma la perturbazione deve essere necessariamente esterna.

In alternativa le “fluttuazioni” sono intrinseche al sistema che, allora, è “dinamicamente eterno” e risponde alla pura legge empirica del caso.

Il paradosso, in quest’ultimo caso, consiste nel fatto che, su un numero infinito di estrazioni casuali, in un campione di dimensione infinita, sono infinite, sia le probabilità che una combinazione (nella fattispecie  quella in cui si è realizzato l’universo così come lo conosciamo) sia estratta, sia che non venga estratta.

La nostra stessa identità consapevole (anche l’uomo è materia) potrebbe, allora, essere eternamente immutabile, anche nell’arco temporale del suo divenire e, allo stesso tempo, cangiante e, quindi, non più tale, ovvero non esistente. Ma l’identità tra l’affermazione e la negazione dell’esistenza è impossibile.

E’, allora, provata l’unicità e irripetibilità della nostra identità (“cogito ergo sum”) e, quale parte e manifestazione “consapevole” dell’universo, ritengo anche di quest’ultimo.

 La vita.

La domanda sul “senso dell’esistenza” può costituire il punto di partenza di una serie di riflessioni a cui ciascuno può contribuire con il proprio percorso di fede o con un approccio agnostico, visto che, inevitabilmente, tutti noi, prima o poi sperimentiamo la necessità di dare una risposta a questo interrogativo.

Personalmente sono sempre stato affascinato dal concetto di coscienza in quanto ritengo che esso, più di ogni altro, racchiuda in sé il senso della vita intesa come “materia consapevole” e, quindi, capace di contemplare, contemplarsi e formulare ipotesi sulla propria provenienza, grazie all’innata capacità di astrazione.

Il darwinismo spinto assume che un cervello sufficientemente complesso sviluppi una tale quantità di connessioni neurali da arrivare alla capacità di apprendere, provare emozioni, sviluppare l’affettività e, più importante di tutto, appunto, la capacità di astrazione.

Tutto nell’ambito di un processo evoluzionistico basato sulla selezione naturale dove, al più, esistono diversi stadi di coscienza, a seconda della specie e, nell’ambito di una stessa specie, a seconda dell’età e dello stato di salute psico fisica.

Il metodo scientifico, d’altronde, ci dice che un fenomeno fisico esiste se è osservabile e si riproduce, naturalmente o artificialmente ; di conseguenza una teoria è valida se i suoi risultati sono comparabili, commensurabili o, almeno, compatibili con le evidenze strumentali.

Ne consegue che, almeno in teoria, la coscienza dovrebbe poter essere riprodotta con reti neurali artificiali talmente complesse da arrivare a sviluppare anche il “pathos”.

A un tale risultato non ci si è mai lontanamente avvicinati, nemmeno con i computers più potenti né, io credo, si arriverà mai. Ma, soprattutto e, almeno in teoria, dovrebbe essere possibile riprodurre la stessa autoreferenzialità percettiva di un soggetto esistente violando il principio di identità (A = A), oppure creando una “sovrapposizione di stati” equiparabile a una “possessione”.

A questo punto è lecito, a mio avviso, introdurre il concetto di “anima”, intesa come la percezione dell’unicità dell’esistenza individuale, distinta dall’”alter” e, allo stesso tempo, la manifestazione della trascendenza del corpo “materiale”, anche nelle condizioni in cui l’identità razionale non sia ancora presente o venga meno (come nel caso della mente di un neonato, del decadimento delle facoltà intellettive di un anziano o della pazzia pura).

Il cervello, allora, per quanto complesso e sconosciuto possa essere, non rappresenterebbe altro che il mezzo con cui l’anima, che è eterna, sperimenta l’esperienza terrena, ovvero il tempo.

 Il perché della creazione.

Come già detto in premessa, per poter andare avanti nella costruzione “logica” del mio pensiero devo, in maniera poco “ortodossa”, ricorrere all’interdisciplinarietà, attingendo anche alla psicologia, in quanto anch’essa scienza della materia (nell’accezione più generale possibile del termine).

Se ammettiamo, allora, che una causa esterna abbia impresso, nella natura stessa delle cose le leggi fondanti dell’universo, occorre “motivare” tale “volontà creazionistica”.

Ciò si può fare solamente ipotizzando quello che, non trovando altre definizioni, chiamo “immanentismo inverso”, inteso come pari “dignità di somiglianza” fra creatura e creatore.

Immagino, allora, il senso di solitudine, vuoto e incompiutezza che un’entità eterna, perfetta e “consapevole” possa provare in un ambiente eternamente statico, senza paura, tristezza, dolore, ma anche senza speranza, gioia e, soprattutto, senza amore.

Appare, allora, più chiaro il senso della creazione, della necessità di generare ciò che può contemplare, capire e amare.

Ecco il senso del tempo, necessario per indurre speranze e aspettative, anche a costo di patire paura e sofferenze che il creatore condivide e “sperimenta” con le sue creature “entrando” a sua volta, nel tempo e nella storia. Ciò è avvenuto, per il cristianesimo, con l’avvento di Gesù Cristo.

Ecco, di conseguenza, il senso della morte, necessaria a rendere “dinamica” un’eternità altrimenti posta in uno stato cosmico di “morte termodinamica” (lo “zero Kelvin” è un valore “asintotico”).

Ecco, infine, il senso e la necessità del male, inteso come libertà di decidere se cercare e amare, ognuno con i “talenti” a propria disposizione, il Creatore, oppure  lasciare che resti, appunto, un “Dio solo”.

 Conclusioni.

La conclusione cui sono pervenuto è che l’universo, di per sé, è un paradosso esistenziale, nel senso che, razionalmente, non dovrebbe esistere.

Il miracolo è, appunto, la sua esistenza e quella di ogni essere vivente.

Dimostro con queste argomentazioni, l’esistenza di Dio.

La certezza la ricavo dalla fede.

Mi piacerebbe che un eventuale interlocutore esprimesse un giudizio in merito, contribuendo, con il proprio pensiero, ad arricchire e articolare i contenuti di queste mie “speculazioni”, magari divertendosi a confutarle punto per punto.

In fondo le più grandi scoperte dell’umanità sono scaturite da considerazioni anche banali.

Marius.

link del blog  http://marius-gravity.blogspot.com/

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08/07/2010 - Posted by | Varie

21 commenti »

  1. Ehm…
    Permettimi di rimandare la lettura approfondita di questa riflessione così lunga a un momento più propizio e meno caldo.

    Comunque credo che tu abbia capito che per me è difficile discutere su Dio, dal momento che preferisco essere in diretto rapporto con Lui come una Presenza viva e totalizzante.

    Come potrei infatti accettare delle teorie pur interessanti su una cosa reale che conosco come vera e affascinante per quello che è?

    Non so spiegare meglio, ma penso che si possono fare mille teorie, tutte interessanti, ma la cosa più bella è conoscere personalmente l’oggetto della nostra ricerca e inoltrarci sempre più in esso perché non si finisce mai di conoscere l’Infinito (per quello che è , non per quello che ci immaginiamo noi!)

    Ora vado a vedere uno dei tuoi racconti!

    Ciao!

    Commento di Anna | 09/07/2010

  2. Anna
    beata te che hai la “percezione in sè”, chi ha solo la ragione deve pur cercare di capire. D’altronde anche il Prof. Ratzinger ammette che la ragione è compatibile con la religione…e se lo dice Lui.
    ciao
    Sarc
    ps
    ti ho inviato una email

    Commento di sarcastycon | 10/07/2010

  3. Nessuno ha solo la ragione.

    L’uomo è insienme ragione e affezione.

    Se si vive di sola ragione si è disumani (non siamo computer)

    Se si vive di sola affezione (cioè sentimento o istinto) si è ugualmente disumani, cioè bestiali.

    Occorre vincere il dualismo tra ragione e affezione che devono essere contemperati in modo armonico per renderci veramente “umani”!

    Quanto al prof Ratzinger sono pienamente d’accordo con lui! solo che lui chiede di “allargare la ragione” ed io in questo mi impegno.

    Se permetti, vorrei dirti che restare sempre sulla soglia della verità, restare sempre con le domande che sono giuste ci blocca. Occorre cercare anche le risposte che ci soddisfino. Perché le domande sono sempre le stesse, ma le risposte… variano e, tra le tante, solo la propria personale esperienza ci rende persuasi di una risposta invece che di un’altra.

    Io credo che occorre cercare veramente per trovare non cercare per cercare… meglio: occorre domandare per trovare la risposta finalmente! altrimenti restiamo sulla soglia e ci perdiamo il bello della verifica personale e il bello della vita!

    Per me verificare nella mia esperienza personale di tutti i giorni un’ipotesi come quella cristiana è fonte di continua novità e non mi sembra affatto irrazionale.

    Dopo tutto lo scienziato non verifica un’ipotesi per vedere se è vera oppure no?

    Commento di Anna | 10/07/2010

  4. Ciao a tutti 🙂
    Devo dare ragione a Marcello che invidia Anna.
    La fede, quando è autoevidente, non ha bisogno di altro.
    Invece chi, come il sottoscritto, pur essendo credente ha dubbi e incertezze, generalmente ha anche una “fifa nera” del “momento” e il risultato sono appunto le elucubrazioni qui in oggetto…Mi consola il fatto che con S. Tommaso sono in buona compagnia…:-)

    Commento di Marius | 10/07/2010

  5. Ciao Marius!

    Se uno cerca, finisce per trovare ciò che cerca.

    Anch’io avevo una fifa matta; però poi ho incontrato inaspettatamente la risposta, non come una teoria, ma come una Presenza toccabile, udibile, verificabile e… davanti all’evidenza uno non può non arrendersi!

    Prima o poi questo incontro imprevisto e fantastico capita a tutti e, col tempo, uno capisce che non ha alcun motivo di temere!

    Siamo tutti dei San Tommaso che davanti al costato di Cristo si è arreso!

    Perciò credo che anche tu troverai quel che non hai motivo di temere! E anche Sarc.!!!! E la resa sarà semplice!

    Commento di Anna | 10/07/2010

  6. Grazie di cuore per l’augurio Anna 🙂
    Tuttavia conoscendoci (mi permetto di parlare anche a nome di Sarc) temo che continueremo a “complicarci la vita” ancora per un po’…:-)

    Commento di Marius | 11/07/2010

  7. :)))

    Conosco Sarc (conoscenza internettiana) da qualche anno e so che è un osso duro.

    Sono sopravvissuta alle sue obiezioni e credo sopravvivrò anche alle tue!

    :)))

    Buon caldo!!!!!

    Commento di Anna | 11/07/2010

  8. Anna
    ti chiedo due cose, siccome sono personali puoi non rispondermi.
    Una è come si manifesta la tua percezione di Dio.
    L’altra è come fai ad essere sicura che quel Dio, che percepisci, sia proprio quello cristiano.

    Ti ripeto se non rispondi amici come prima e scusa l’ingerenza.
    Ciao
    Sarc.
    ps
    In quanto ad ossi duri penso che si sia in 3…..

    Commento di sarcastycon | 11/07/2010

  9. Ho recuperato in questi giorni un romanzo che avevo dimenticato di leggere e giaceva da anni nella mia biblioteca: “A viso scoperto” di C.S. Lewis, uno dei miei autori preferiti (l’autore de”Le lettere di Berlicche” e di “Narnia” oltre che di tanti altri amatissimi romanzi) e direi che c’è l’aiuto ad una risposta (se è possibile darla in modo convincente) a questa domande.

    La prima domanda (come si manifesta la tua percezione di Dio) può trovare un inizio di risposta in questo link: http://annavercors.splinder.com/post/22996870/da-qualche-parte-doveva-esserci-qualcosa-di-ancora-piu-bello

    E ci sono nel romanzo altre pagine bellissime che parlano del duplice modo con cui la nostra libertà si gioca davanti al reale. Perché è solo la nostra libertà che decide se accogliere come persuasivi certi suggerimenti del reale ammettendo la categoria della possibilità, o rifiutando ciò che il nostro razionalismo (che si limita a prendere in considerazione solo ciò che sa misurare e non l’incommensurabile) non riesce a capire nei suoi meccanismi.

    La seconda domanda richiede una risposta più semplice perché ragionevole.
    Una volta verificato in modo inoppugnabile che il Cristianesimo corrisponde pienamente come un’abito su misura fatto da un artista (come mio padre che era sarto), una volta constatato che l’ipotesi cristiana è l’unica capace di reggere davanti a tutte le contraddizioni della vita e della realtà, non mi restava che cercare la storicità delle fonti di tale ipotesi interpretativa del reale.

    Ho letto degli studi sugli aspetti storici più significativi del cristianesimo e la mia formazione filologica mi ha permeso di comprendere come si tratti realmente di un fatto e del suo sviluppo nei secoli.

    E quando uno ha TUTTI gli elementi per fondare la sua certezza, avvalorati dall’esperienza concreta e quotidiana della validità dell’ipotesi sulla realtà fatta da Cristo, perché dovrebbe cercare altro?

    Meglio: se ci fosse qualcos’altro di più bello, di più affascinante, di più adeguato alle mie esigenze, lascerei tutto e lo seguirei. Ma non l’ho ancora trovato e sono contenta di addentrarmi sempre più nel mistero della persona di Cristo che ogni giorno si fa più chiaro, ma anche più lontano e promettente sorprese inaspettate!

    Ciao!

    Commento di Anna | 12/07/2010

  10. Anna
    hai una grande fede! E, dato che sono più che certo della tua onestà,ti devo anche credere.
    Ma perchè io, se mi parli di una montagna, penso alla sua altezza, all’era geologica in cui si è formata,a quale catena montuosa appartiene, alla composizione delle sue roccie etc.? Anche se so benissimo che è un simbolismo,come lo è nel tuo post?
    A volte mi chiedo se fosse stato meglio essere nato e vissuto da ignorante.

    “Beati i poveri in Spirito perchè di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3)

    ciao
    Sarc.

    Commento di sarcastycon | 12/07/2010

  11. Non capisco.

    Perché parli di simbolismo nel mio post?

    Ho solo risposto in base ad un’esperienza concreta, reale, anche dolorosa, ma reale più di questa tastiera su cui scrivo.

    Per me nulla è simbolico…forse potrei dire che tutta la realtà per me è segno, è la traccia lasciata da Qualcuno che ha anche deciso di farsi conoscere nel modo più semplice, cioè mostrandosi e condividendo la nostra vita.

    E’ quel qualcuno ha ispirato un Giotto o un Michelangelo a dipingere la storia più vera per chi non sapeva nè leggere né scrivere, ma aveva gli occhi per guardare e riconoscere…

    I poveri di spirito non sono gli ignoranti… sta tranquillo! perché si può anche essere esperti di fisica, filosofia, filologia o matematica e avere un cuore povero, cioè un cuore che ha come unica ricchezza la domanda che sa di essere esaudita. Per questo il povero di spirito è lieto: perché non ci può esere nulla che turbi a lungo chi ha la certezza che ogni domanda trova e troverà una risposta sempre più attraente.

    SE ti capita, leggi il libro di cui sopra (A viso scoperto) perché è la rivisitazione del mito di “Amore e Psiche” ed è di un’incredibile bellezza e realismo.

    Tra i personaggi vari… ci sei tu, ci sono io e ci sono altri tipi umani… Per questo è così avvincente (l’ho letto in un giorno! e son 300 pagine!)

    ps
    in quale punto secondo te uso il simbolismo? sono davvero curiosa di saperlo!

    Commento di Anna | 12/07/2010

  12. Anna
    simbolismo,forse non ho usato la parola più adatta,cmq intendevo quello che rappresenta nel tuo post la montagna.

    Avrei giurato che sui poveri di spirito mi avresti risposto così!
    Ti ricordo che la chiesa ci ha messo diversi secoli per dare un’interpretazione ufficiale a questo versetto…
    Per quanto ne so io la traduzione in “poveri”della parola greca da adito a molti dubbi sulla sua esattezza.
    “Poveri di Spirito”, devi convenire con me che in italiano ha tutt’altro significato da quello che dice la chiesa.
    A mio avviso poveri di spirito significa privi di spirito che si può intendere privi di conoscenza oppure, se per spirito si intende Spirito divino, privi di Dio.In entrambi i casi siamo u po’lontani dal”cioè un cuore che ha come unica ricchezza la domanda che sa di essere esaudita”
    ciao
    Sarc

    Commento di sarcastycon | 12/07/2010

  13. L’evoluzione della lingua italiana è autonoma rispetto a quello che intende la Chiesa.

    E al di là del significato o dell’accezione del termine a me interessa la sostanza cioè il significato vero che intendeva dargli Gesù Cristo.

    Certo non conosco a fondo il greco e non conosco per niente l’aramaico, nè ho sentito direttamente Gesù Cristo dirlo, però il significato così come te l’ho detto è un’ipotesi di affronto della realtà che nel mio caso ha funzionato.
    E per me verificare un’ipotesi e più ragionevole che stare a spaccare il capello in quattro!

    Vedi tu ti fermi all’esteriorità e non ti può bastare. A me interessa il significato della realtà.

    Commento di Anna | 12/07/2010

  14. Anna
    la mia era solo una disquisizione filologica,se Gesù Cristo ha voluto dire quello che scrivi tu, allora Matteo ha scritto male oppure chi ha tradotto ha tradotto male.
    D’altronde sulle traduzioni dell’AT e del NT ci sono molte divergenze, pensa alla traduzione di “fratelli” di Gesù oppure “cugini” di Gesù.
    da wiky
    “Data la sporadicità degli accenni e la polisemia del termine “fratello” nelle lingue semitiche sono state proposte diverse interpretazioni:

    che fossero fratelli di sangue, figli di Maria e di Giuseppe (o comunque del padre di Gesù);
    che fossero fratellastri, figli di un matrimonio precedente di Giuseppe;
    che fossero cugini di Gesù.
    Dal punto di vista teologico, sono considerati fratelli dalle Chiese protestanti (che negano il dogma della verginità perpetua di Maria), fratellastri dagli ortodossi e cugini dai cattolici e dai primi riformatori protestanti (soprattutto Lutero, Calvino e Zwingli).”

    Quindi, come vedi cerco di approfondire sempre,per quel che mi riesce,per capire la realtà ed occorre prima capire di cosa si stia parlando.Perchè se tu con una parola indichi una certa cosa ed io un’altra, la discussione non porta a niente.Non ti pare?
    ciao
    Sarc

    Commento di sarcastycon | 12/07/2010

  15. Sì. sì. Lo so che tu cerchi di approfondire sempre di più la questione.

    Ma se tu di un quadro ti fermi a cinque centimetri di distanza a osservare ogni singola macchia, ogni singolo colore e poi indaghi come è stato ottenuto quel colore e se il pennello era piccolo o grosso, ecc. ti perdi il gusto dell’insieme. Ti perdi il bellissimo paesaggio che esso rappresenta. Però sai tutto sul colore usato sulla tecnica, sui pennelli usati.
    Come quando un insegnante analizza un testo dal punto di vista strutturale, linguistico, storico, filosofico e vattelapesca e poi non fa gustare la bellezza del messaggio comunicato dall’autore… (i miei alunni gustavano innanzitutto la bellezza dei testi e poi si poteva fare anche l’analisi del testo…. ma prima occorre gustare ciò che è bello e vero, perché nasca il desiderio di capire i meccanismi della realtà)

    Per dire che se ci si ferma al particolare, se ci si ferma all’osservazione e non si cerca di capire il perché delle cose diventa una ricerca infinita come il gatto che si morde la coda.

    Delle cose forse riusciamo a capire il come, ma alla fine è più interessante il perché.

    Commento di Anna | 12/07/2010

  16. Anna
    hai presente l’ultima pagina del mio racconto il sogno mortale?
    Ebbene guardiamo il cosmo, ammiriamo le stelle, la luna, una visione stupenda ma, poi, le domande,a cui non si può sfuggire,vengono alla mente. Partire dal particolare per andare al tutto o viceversa, non cambia poi molto.Le domande restano!
    e per senza risposta certa.
    ciao
    Sarc.

    Commento di sarcastycon | 12/07/2010

  17. Sì ricordo quelle domande.
    E’ per questo che ti ho scritto che nel racconto ci sei tutto tu!

    Ma ti ho detto sopra che si domanda per avere una risposta (non si domanda per domandare, come non si cerca per cercare). Finora hai verificato che le risposte ricevute o le ipotesi verificate non erano valide (ma hai verificato fino in fondo?).

    In fondo fare esperienza è accorgersi che dopo un fatto sei cresciuto nella consapevolezza di te e della realtà. Se invece continui a “fare esperienze” senza mai accorgerti di questa crescita del tuo io, quella non è vera esperienza, ma un provare e basta… un provare per provare…

    Come un domandare per domandare…

    Ma chieditelo: vuoi davvero trovare qualcosa?

    Per carità! uno può anche decidere che gli piace “provare” opppure farsi domande senza prendere in considerazione eventuali interessanti risposte, ma è bene che si sappia che c’è anche un’altra via: quella dell’impegno serio e faticoso ma esaltante per la verifica delle ipotesi di affronto della realtà più affascinanti e realistiche.

    Quando ho incontrato il Cristianesimo sai qual era l’ipotesi affascinante da cui sono partita?

    “La moltitudine dei credenti era un cuor solo e un’anima sola”

    A partire da quell’ipotesi instancabilmente verificata ora la persuasione e la certezza per me è sempre più grande!

    Ma perché c’è stata e continua ad esserci la verifica!

    Commento di Anna | 12/07/2010

  18. Anna
    lo so che:
    “Fulget Ecclesia non suo, sed Christi lumine” e che “Corpus Christi Ecclesia est”(Sant’Anbrogio).
    Quindi i fedeli possono benissimo dire tutti: “Nos unum corpus Christi sumus”.
    Questo cozza con il mio individualismo, non mi piace la gente,non vado mai al cinema o allo stadio,tanto meno prendo autobus o treni.
    E se a volte devo andare in chiesa, per accompagnare mia moglie, scelgo sempre chiese particolari,che non siano parrocchie e dove non ci sia troppa gente.
    Quindi la dottrina sociale del cattolicesimo e l’ecumenismo,non li approvo:lascio tutto a mia sorella…
    Ciò non toglie che il cristianesimo nel rapporto uomo-Dio sia interessante, ma a livello individuale ed intellettuale.
    E’ chiaro che, se uno crede, ha risolto i problemi esistenziali scaricandoli,in buona parte, sulla divinità,anche se è un “appagamento spirituale” che va messo continuamente alla prova.
    Hai ragione quando dici “non si cerca per cercare, ma per avere risposte”.
    E se le risposte sono insoddisfacenti?
    Il problema è duplice, finchè non si è capito come sia fatto l’universo e quali siano i meccanismi che lo regolano, non si può parlare,almeno razionalmente, dell’esistenza o meno di Dio.
    ciao
    Sarc

    Commento di sarcastycon | 12/07/2010

  19. Caro, caro Sarc!

    Mi arrendo!

    Anche se so che in qualche modo il Cristianesimo è in grado di far felice uno che non ama stare tra la gente, e tutte quelle cose che dici!

    Un abbraccio

    Commento di Anna | 12/07/2010

  20. Anna
    non volevo essere scortese, ho solo espresso un mio atteggiamento ed una mia posizione,che forse sono nel mio DNA.
    Cmq ho sempre avuto rispetto per le posizioni dei credenti e molto meno per quelle degli atei laicisti e questo lo sai bene.
    Ciao
    Sarc.

    Commento di sarcastycon | 12/07/2010

  21. Ma non mi è mai passato nemmeno per l’anticamera del cervello che tu volessi essere scortese!!!!!

    Tu sei tu ed io rispetto il tuo essere diverso da me, rispetto la tua libertà e ti ringrazio per l’opportunità che mi dai di dialogare con un non credente onesto!!!!!!

    Con amicizia

    Anna

    Commento di Anna | 13/07/2010


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