Zibaldino

GENOCIDIO IN DALMAZIA

Postato da Marco De Turris su L’ITALIA E’ LA MIA PATRIA il 9/13/2010 02:23:00 PM
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GENOCIDIO IN DALMAZIA.

FRANCESCO GIUSEPPE E I NAZIONALISTI SLAVI CANCELLARONO L’ITALIANITA’ DELLA REGIONE
È noto come il cosiddetto impero austro-ungarico abbia progettato la totale distruzione dell’italianità del Trentino, della Dalmazia e della Venezia Giulia. La verbalizzazione della decisione imperiale espressa nel Consiglio dei ministri il 12 novembre 1866, tenutosi sotto le presidenza dell’Imperatore Francesco Giuseppe. Il verbale della riunione recita testualmente:
“Sua maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l’influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici, giudiziari, dei maestri come pure con l’influenza della stampa, si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno”
Questo progetto, elaborato consapevolmente dalle più alte autorità dell’impero asburgico e per manifesta volontà di Francesco Giuseppe stesso, fu sviluppato contro gli Italiani con una pluralità di modi:
-espulsioni di massa
-deportazione in campi di concentramento
-immigrazione di Slavi e Tedeschi nei territori italiani
-germanizzazione e slavizzazione scolastica e culturale
-repressione poliziesca
-privazione o limitazione dei diritti politici
Luciano Monzali ha documentato nel suo recente studio “Italiani di Dalmazia : dal Risorgimento alla grande guerra” Firenze : Le lettere, 2004) come tale politica abbia compiuto un vero genocidio in Dalmazia.
Gli Italiani avevano rappresentato per secoli in terra dàlmata la maggioranza assoluta nelle isole, sulle coste e nelle città, nonché la maggioranza relativa fra le moltissime etnie che popolavano la regione. Ancora, erano rimaste compattamente italiane sino al trattato di Campoformio le autorità politiche, l’economia e la cultura.
Già nel secolo XVIII era iniziato un declino della presenza italiana in Dalmazia, dovuto alla differente crescita demografica: tuttavia, ancora ad inizio dell’Ottocento gli italiani dàlmati erano circa il 30% del totale degli abitanti.
Il dominio austriaco determinò a partire dalla sua imposizione nel 1815 un rapido ed irreversibile tracollo della presenza italiana. Fu un genocidio silenzioso, documentato dagli stessi censimenti austriaci
1845 – 19.7%
1865 – 12,5%
1869 – 10,8%
1880 – 5,8%
1890 – 3,1%
1900 – 2,6%
1910 – 2,7%
Dopo il 1866, i numerosi casi di violenze compiuti da Slavi contro Italiani nella Dalmazia, per nulla repressi, se non favoriti, dal governo austriaco, provocarono un primo massiccio afflusso di profughi dalla regione. La Dalmazia, regione in cui la presenza latina aveva oltre due millenni di storia, luogo di rifugio per i latini dell’Illiria che nel VII secolo d. C. presero a fuggire dinanzi all’invasione slava, plurisecolare possedimento veneziano, vedeva ancora nel 1866 una folta presenza di Italiani: l’azione congiunta della persecuzione austriaca condotta per così dire “dall’alto” e di quella degli Slavi compiuta “dal basso” e favorita dalla connivenza delle autorità asburgiche non lasciò scampò agli Italiani, che dovettero per lo più fuggire in Italia. I pochi rimasti dovettero abbandonare le campagne e l’entroterra e rifugiarsi nelle città della costa (Zara, Spalato, Ragusa, Cattaro, le principali, oltre a numerose altre minori) e nelle isole antistanti, in cui conservavano ancora una buona consistenza numerica. Rimase celebre la figura di Antonio Bajamonti, sindaco di Spalato che invano cercò d’opporsi alla metodica distruzione della italianità dalmata stretta fra l’incudine del governo asburgico ed il martello degli Slavi. Una sua frase, pronunciata nel 1888, rimase famosa:: A noi Italiani di Dalmazia non resta che soffrire.
Infatti, fra i molti strumenti di cui servì il regime asburgico per cacciare o slavizzare a forza gli Italiani, vi fu anche il ricorso sistematico alla violenza da parte di squadracce di nazionalisti slavi, il cui operato era incoraggiato e protetto dalle autorità asburgiche.

UN SEMPLICE ESEMPIO. LE VIOLENZE SLAVE ANTI-ITALIANE NEL 1909
Si può portare l’esempio di ciò che avvenne in un solo anno, il 1909, nella sola Dalmazia, ricordando che episodi simili si susseguivano ininterrottamente da oltre un cinquantennio e che avevano anzi toccato il loro apice nel periodo 1866-1886.

“Il 17 ottobre 1909 un soldato di Sebenico, croato, certo Baranovic, dopo una ‘discussione’ politica, uccìde con una baio­nettata nella schiena il popolano non an­cora ventenne Riccardo Zanella. Il fatto destò enorme impressione in città; la vitti­ma fu generalmente compianta e gli animi fremevano.
Nei giorni 6 aprile, 15 aprile, 30 otto­bre 1909 le scuole della «Lega Nazionale» a Spalato sono fatte bersaglio a frombolieri croati che ne infrangono i vetri. Ver­so la fine di aprile gli studenti croati delle scuole medie di Spalato fanno una cla­morosa dimostrazione contro gli italiani, alla presenza dei professori. Merighi, cittadino italiano, un uomo già vecchio se ne sta tranquillo il 9 di giugno 1909 mentre arriva a Spalato il borgomastro di Vienna , dott. Lueger, e viene arrestato dalle guardie della polizia municipale; e poiché non può camminare presto essendo ammalato alle gambe, vien mandato avanti a spinte e insultato. In carcere lo maltrattano e infine lo bandiscono dall’Austria. Il «Veloce Club zaratino» progetta, di fare una gita a Spalato; si dirama a Spalato un feroce proclama contro gli italiani stam­pato alla macchia, e la gita viene vietata dall’autorità nel giorno 27 giugno. I membri del «Sokol» (ginnasti croati) devasta­no un giorno un piroscafo della «Dalmatia» ; il 15 di agosto tentano un assalto al gabinetto di lettura (italiano) e feriscono parecchi cittadini italiani di Spalato. Alla presenza delle guardie comunali alcuni croati il 5 di settembre percuotono un italiano e ne feriscono un altro di coltello. Il 10 set­tembre insultano il giovane Grossmann, il 20 di ottobre Giulio Conu ed Ester Montegigli, artiste drammatiche della compa­gnia di Gemma Caimmi. Sulla tomba di Antonio Bajamonti viene deposta una corona di metallo con la scritta «al martire santo; la gioventù italiana» e il giorno dopo, il 2 novembre, la si trova deturpata; la teppa croata di Spalato danneggia un caffè e percuote sotto gli occhi delle guardie alcuni ita­liani il 14 novembre.
Il23 novembre 1909 è toccata a un regnicolo un’avventura che merita di esser narrata con qualche det­taglio. Un monello qualunque rubava delle mele dalla barca «Sofia» di proprietà del sig. Angelo Ricapito da Giovinazzo. Da un’altra barca il monello fu visto rubare e venne dato l’allarme. Domenico Rica­pito, figlio del padrone, saltò fuori, ritolse al monello le mele rubate e gli diede uno schiaffo. Questi si allontanò e raccontò alla guardia comunale N. 27 di essere sta­to schiaffeggiato da un pugliese. Il N. 27 corse alla barca e intimò al Ricapito di scendere a terra. Questi non obbedì. La guardia tentò di entrare nella barca, ma il Ricapito non glielo permise. Passava per di là per caso il vice console d’Italia, avv. Ugo Tedeschi, e vedendo della gente agglomerata presso le barche italiane, s’avvicinò per sapere che cosa fosse suc­cesso. Il Ricapito incominciò a raccontar­gli da bordo l’accaduto; ma il viceconsole, per udire meglio, gli disse di scendere a terra. Appena il Ricapito aveva posto il piede alla riva, la guardia gli fu addosso con tanta violenza che egli sarebbe ca­duto in mare, se non si fosse aggrappato alla divisa della guardia. Allora il signor Tedeschi si legittimò quale viceconsole, garantendo per il Ricapito. Ma che garanzie, ma che vice console! La guardia diede due spinte al console, sguainò la sciabola e arrestò il Ricapito. In aiuto della prima accorse un’altra guardia e il Ricapito ven­ne condotto alle carceri comunali. Lo per­quisirono e poi lo introdussero in una stanzaccia, e quivi nove guardie lo tempe­starono di pugni, calci e colpi di «boxe», e mentre il disgraziato invocava pietà per i suoi figli, le guardie inferocivano di più gridandogli: crepa!
Due medici, croati, chiamati più tardi come periti, constatarono sul Ricapito 48 lesioni di varia natura e gravità. Il po­destà per intervento del console, ordinava il rilascio del Ricapito mentre appunto le guardie lo maltrattavano, altrimenti l’a­vrebbero accoppato….. In un giornale dell’e­poca si trova la seguente dichiarazione:
« Io sottosegnato confermo pienamente la verità d’esser stato percosso la sera di martedì 23 corr. nelle carceri comunali di Spalato, da ben nove guardie di polizia co­munali. Confermo che sono stato visitato dai signori medici Karaman e Orambasìn, medici periti dell’i.r. Tribu­nale. Detti periti trovarono moltissime contusioni inferte con pugni, «box» e cal­ci sul mio corpo. In fede di che, Domenico Ricapito di Angelo, m. p. da Giovinazzo prov, di Bari (Italia). Spalato, 25 novem­bre 1909 ».
Passiamo a Cittavecchia, patria del de­putato Bianchini e d’un podestà Rossini, ambidue croati (la nazionalità non è que­stione di lingua, ma di volontà). A Cittavecchia i croati erano particolarmente pu­gnaci. Il 6 gennaio del 1909 questi sedi­centi croati, che l’apostasia ha imbarbariti, assaliscono la sede della società ita­liana «Unione» scagliando pietre, pezzi di ferro, bottiglie, mentre le guardie comu­nali arrestano quegli italiani che osano protestare. Era la seconda edizione del­l’assalto, perché la prima era uscita alla luce del giorno di San Silvestro del 1908.
Per questi fatti, 32 «sokolisti» vengono condannati dalla autorità politica: si trat­tava di un «pogrom» non riuscito a per­fezione! Le violenze continuano anche do­po, ma meno gravi; finché agli 11 giugno Bortolo Boglich viene aggredito e ferito all’orecchio. Non guarito ancora bene di quella ferita, il 27 di luglio, venne percos­so un’altra volta da un influente membro del «Sokol». Le guardie comunali sono presenti e guardano, ma non vedono, così che in quella stessa sera due signorine vengono sconciamente insultate e il giovane Serafino Pavich viene percosso e fe­rito. Il giorno dopo, 28 luglio il giovane italiano Tanascovich riceve alcune sassate; il 6 di settembre altre pietre vengono scagliate da ignoti contro il giovane G. G. Botteri.
Gli insulti e le provocazioni si ripetono regolarmente ogni sera e si fanno più clamorosi il 25 novem­bre, mentre la musica croata percor­re le vie della citta detta, per festeggia­re S. Cecilia, seguita da un codazzo di croati che insultano gli italiani e fischiano passando sotto le loro abitazioni.
A Metcovich, il 29- settembre 1909, alcuni marinai italiani di ritorno dal caffè ven­gono aggrediti da dieci croati e colpiti con pugni e bastonate: 5 feriti, fra i quali Ernesto Cunegotto, gravemente, con frat­tura del crano. A Salona, il 18 luglio 1909, alcuni operai croati minacciano sei ope­rai del Regno che si danno alla fuga. Ri­tiratisi gli operai nella fabbrica, i croati l’assaltano lanciando sassi. Interviene la gendarmeria che opera 44 arresti, subito rilasciati. A Curzola, il 6 settembre 1909, venti studenti croati percuotono due artigiani italiani. A Signa, il 24 luglio 1909 le tabelle dei negozi italiani sono insudiciate dagli stu­denti croati venuti da Spalato in vacanza. A Bibigne, il 30 giugno 1909, i villici, radu­nati ed eccitati da un sacerdote croato, scagliano pietre contro 28 cittadini di Zara, andati là con un piccolo piroscafo in gita di piacere. A Sebenico, il 28 agosto 1909, Pietro Addobbati e Giovanni Graovaz-Brunelli vengono aggrediti e percossi da suonatori in divisa della banda muni­cipale. A Traù il podestà Madirazza (bel nome croato!) tiene un discorso eccitan­do la gente alla caccia contro l’italiano do­po di che si fa una dimostrazione antitaliana col grido (notatelo!) di «abbasso la cavra di Dante!» e gettano sassi contro il gabinetto di lettura (31 dicembre 1908). Il 10 gennaio I909 due operai aggrediscono e feriscono alla testa un marinaio di una barca anconitana; l’ 8 febbraio le ta­belle italiane dei negozi e del gabinetto di lettura vengono insudiciate con materie fecali e alla Società italiana si rompono con sassate i vetri delle finestre. I soci della società croata «Berislavic» fanno il 22 febbraio una dimostrazione antitaliana, e il giudice poi li assolve perché — dice nella sentenza — « tali scenate sono d’uso paesano ». Ma se per giudizio di un giudi­ce nell’esercìzio delle sue funzioni, in no­me dell’imperatore d’Austria, tali scenate vengono dichiarate impunibili perché d’uso paesano, non c’è sugo a continuare….. Ed è stato così — anzi assai peggio di così — per cinquant’anni in Dalmazia!.
Teppa? Si, ma non sempre. E quando c’è la teppa, agisce sempre secondo le in­tenzioni, il metodo, la tradizione del par­tito croato; e funziona esclusivamente contro gli italiani. Del resto, non è difficile provare la connivenza del partito croato anche nelle violenze più gravi, negli assas­sini politici; e chi è connivente è respon­sabile. Ecco la prova della connivenza del partito croato in un assassinio che meriterebbe proprio d’essere chiamato all’in­glese «atrocità».
Il fatto avvenne il 5 gennaio 1912 a Milnà, isola della Brazza. A Milnà gli italiani si riorganizzavano intorno ad un uomo illibato, di provata fede italiana. Il podestà croato della borgata volle opporsi a questa resurrezione di italianità e scelse — naturalmente — la violenza.
La mattina del 5 gennaio 1912 il pode­stà, accompagnato dal segretario e dal servo del Municipio, attese il riorganiz­zatore per aggredirlo e colpirlo
Dato alla mattina dal podestà l’esem­pio della violenza, alla sera si ebbe un as­sassinio. S’usa a Milnà, alla vigilia della Epifania, di visitare le famiglie amiche. Alle 21,10 un gruppo di «sokolisti» si raccolse nella sede di un sodalizio croato a bere del vino. Ne uscirono verso le 22 e si recarono a casa di certo Zurich dove ripresero a bere: ragazzi, in gran parte dai 14 ai 16 anni. Poi verso le 22,30 usciti da quella casa marciarono compatti dalla parte della piazza verso l’unico caffè del paese, capitanati dalla guardia di po­lizia, cantando canzoni offensive per gli italiani.
Giunti nelle vicinanze del caffè, incon­trarono una comitiva d’italiani che tor­navano da una visita a una famiglia ita­liana. I «sokolisti» li provocarono con parole e spinte; gli italiani reagirono e si accese una zuffa, nella quale i «sokoli­sti» ebbero la peggio.
Le busse erano sode; ma tutto doveva finire con un paio di lividure. La trage­dia accadde invece proprio allora, inattesa e ingiustificata. Girolamo Trebotich, la vittima, un robusto giovane ventenne, si era allontanato dalla comitiva durante la rissa; quando, a circa venti metri dal caf­fè venne assalito da più persone e sgozza­to in un attimo. Quanti fossero i croati assalitori, la gente intorno non seppe di­re con precisione. Ma sul cadavere i me­dici constatarono le seguenti lesioni: una ferita alla testa causata probabilmente da un bastone, una ferita di coltello sopra l’o­recchio ed un’altra ferita di coltello che, avendo recisa la carotide, aveva prodotto la morte quasi istantanea della vittima.
Il giudice istruttore ordinò l’arresto di quattro individui, uno dei quali, confessan­do di aver dato all’ucciso una coltellata, esclamò: «Ho salvato la patria!».
La stampa croata non rilevò il fatto atroce. Ma la convivenza croata risultò pa­lese quando i giurati di Spalato assolsero l’omicida (certo Babarovic) e il pubblico ac­colse il verdetto con grida di «zivio» (ev­viva).” [Raimondo Delianez, Dalmazia]

13/09/2010 Posted by | Varie | 4 commenti