Zibaldino

Paul Gauguin: l’angoscia esistenziale.

Come rispondere ai grandi temi della vita e dell’uomo?

 

D’où venons nous / Que sommes nous / Où allons nous”“. Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo? è un dipinto del 1897 di Paul Gauguin ad olio su tela (141 x 376 cm). Oggi l’opera è conservata al Museum of Fine Arts di Boston.

           Quando Gauguin dipinse questo quadro era in un periodo molto tribolato della sua esistenza, gravemente ammalato, artisticamente isolato e sconvolto per la morte della figlia Aline, tanto da tentare il suicidio.

           In situazioni emozionali estreme il genio umano partorisce dei capolavori. Un’ opera di grandi dimensioni per le proporzioni e, soprattutto, per il significato simbolico.

          Un’opera in cui l’autore incorpora la sintesi di tutte le sue angosce che si manifestano come un sentimento di malessere profondo, di inquietudine, di smarrimento e che tormenta il suo spirito: la disperazione.

 “La disperazione è una malattia nello spirito, nell’io, e così può essere triplice:

 disperatamente non essere consapevole di avere un io;

disperatamente non voler essere se stesso;

disperatamente voler essere se stesso.”

 (da “La malattia mortale” di Kierkegaard)

    Gauguin con il tentativo di suicidio è nella fase:“disperatamente non voler essere se stesso”

    Con la realizzazione del quadro in quella:”disperatamente voler essere se stesso”.

    Il quadro è conosciutissimo pertanto due sole puntualizzazioni.

    La lettura del quadro che è da destra verso sinistra e il tema del quadro che è il ciclo vitale.

A destra: “D’où venons nous” la nascita del bambino tra l’indifferenza della donna che gli volge le spalle.

Al centro: Que sommes nous”: rappresentato dalla figura del giovane con le mani alzate mentre coglie un frutto da un albero. Un atteggiamento emblematico: Adamo e il paradiso terrestre?

A sinistra: “Où allons nous” la morte con la figura di donna in colore scuro, in una posa, la testa tra le mani, simile a quella che dipingerà, nell’Urlo, Munch, che è il pittore dell’angoscia.

    Il tutto su uno sfondo inquietante: un atmosfera da angoscia esistenziale, come nel film di Ingmar Bergman “Il settimo sigillo”.

    Come rispondere ai quesiti che Gauguin si pone in modo così perentorio da scriverli sul quadro stesso?

 Tre le possibili risposte: ateismo, creazionismo e agnosticismo.

 da dove veniamo? Da un’evoluzione casuale

Che cosa siamo? Unità biologiche pensanti

Dove andiamo? Verso la morte ed il nulla.

 

 Da dove veniamo? da un Creatore

Che cosa siamo? creature di spirito e materia

 Dove andiamo? verso il Creatore

 

Da dove veniamo? Non lo sappiamo

Che cosa siamo? Non lo sappiamo

Dove andiamo? Non lo sappiamo.

     L’ateismo sostiene di basarsi su un percorso scientifico di evoluzione, sul razionale, ma cade nel dogmatismo escludendo a priori il creazionismo e la spiegazione che da dell’inizio dell’evoluzione è assolutamente  carente: una fluttuazione casuale del nulla ha dato origine alla materia, ossia una pessima interpretazione della meccanica quantistica. Quindi il “tutto” sarebbe nato, spontaneamente e per caso, dal niente.

     Il creazionismo, dando per scontato l’esistenza di un Creatore, semplifica molto la spiegazione dell’ esistenza del “tutto”, ma è un dogma, non ci sono prove dell’esistenza di Dio, se non la percezione in sé. La percezione in sé è ad personam e quindi non è una dimostrazione assoluta.

     L’agnosticismo è una non presa di posizione: si ritengono carenti le argomentazioni degli atei e dei credenti, ma non è in grado di dare risposte certe.
    L’esimersi da prendere posizione può sembrare una fuga, un’indifferenza esistenziale, ma non è così: è l’approccio più corretto al problema, un approccio consapevole delle difficoltà, un’attenta analisi di ogni possibile argomentazione che porti ad una vera conoscenza. Certamente è il percorso più difficile per nostro Io.
    L’Io che abbia trasvalutato tutti i valori artificiali costruiti nei millenni dall’uomo e, quindi, scevro da condizionamenti dogmatici, è solo al cospetto del tutto. Una solitudine che, se da un lato esalta l’uomo come individuo avulso dal magma sociale, ha come contropartita il rischio dell’eterno dubbio. Solo l’Io più forte, più consapevole di quanto sia impervio questo percorso esistenziale, non cade nell’angoscia che porta alla malattia mortale: la disperazione.
    La disperazione  di dover attendere il momento del redde rationem per saperne, forse, di più.

 
 
 
 

 

28/06/2010 Posted by | Varie | , , , , | 1 commento

Malinconia, Tristezza timore del nulla

      Il nulla dal quale proveniamo è il nulla nel quale ritorneremo, la vita è un’ eccezione la morte la regola. 

     Dal nichilismo la via d’uscita è solo temporanea. Un momento di non pensiero ,un momento di irrazionalità come lo sono gli affetti, l’amore, la sessualità, anche se la riproduzione rientra nel ciclo vita-morte e quindi nel divenire.

      Freud e Schopenhauer dicono : proviamo desiderio sessuale perché dobbiamo riprodurci, dobbiamo riprodurci perché siamo mortali e temporanei.

      Nichilismo, come dicotomia essere non essere e, quindi,anche il divenire, si presenta come verità ineluttabile,ma è solo da attribuirsi a una carenza intellettiva del pensiero dell’uomo, una limitatezza del pensiero,un ridimensionamento dell’Io cartesiano.

      Rimangono spazi infiniti in cui “il pensier mio si annega “, e si arriva finanche al “naufragar m’è dolce in questo mare.” Una sorta di compiacimento della malinconia che ci accompagna. A mio giudizio, Leopardi interpreta meglio di Schopenhauer e di tutti i filosofi esistenzialisti, il nichilismo: io il nulla in un infinito in cui mi perdo.

        Perché la tristezza accompagna l’uomo? Steiner dice: “L’infinità del pensiero è anche un’infinità incompleta”. Il pensiero è capace di formulare le cosiddette “domande ultime”: “Come è nato l’universo? Le nostre vite hanno uno scopo? Esiste Dio?” Il pensiero dell’uomo non è in grado di dare le risposte, da qui la malinconia.

      Persino il Cristo, dimostra tutta la sua dimensione umana, non raziocinante, quando rivolto agli apostoli disse:“l’anima mia è triste sino a morirne:restate qui e vegliate con me”“Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice;però,non si faccia come voglio io,ma come vuoi tu”(Matteo 26,38-40)
       La tristezza che Dio permette che ti assalga è come il nulla che voleva ghermire Gesù nell’orto dei getsemani sul monte degli Ulivi.

       Il mio pensiero è in altre direzioni: il mio pensiero è illimitato e soprattutto libero. Libero di abbracciare il microcosmo come il macrocosmo, non c’è spazio per la persistenza della malinconia, essa è un momento transitorio, un momento di rilassamento del cogito, ma non è il nulla.

      Gli assertori del nichilismo affermano che il pensiero raziocinante abbia dei limiti, non sono affatto d’accordo, esso non ha limiti, se non quelli che gli danno gli atei e, per un altro verso, i credenti.

        L’amletico “essere non essere”, non è un passaggio dall’essere al nulla, ma semplicemente una metamorfosi dell’essere: un passaggio da uno stato esistenziale ad un altro stato esistenziale. Si esclude così il relativismo del pensiero debole e l’immutabilità del pensiero forte.

          Non credo al pensiero debole, come non credo al pensiero forte,credo nel pensiero “alto”, nel pensiero al di sopra del nichilismo e del dogmatismo, nulla è precluso : è solo questione di tempo.

  ringrazio Anna Vercors per avermi dato lo spunto per questo post, anche se temo che non sia conforme al suo credo.per farmi perdonare da lei e per la gioia di Marshall propongo un immagine del crocifisso del Brunelleschi.

brunelleschirid.JPG

26/10/2007 Posted by | Filosofia e Religioni | , , , , , , , | 17 commenti