Zibaldino

Hypostasis ed hyparchonta

   Hypostasis ed hyparchonta

Sostanza  spirituale e materiale.

  Al mercatino dell’antiquariato e dei libri, casualmente, ho avuto occasione di acquistare il Srimad Bhagavatam, una bella edizione in tre volumi, scritta in sanscrito ed in italiano, con spiegazioni di “Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada”.(32° successore di Krsna)

Con un po’ di curiosità e, con una buona dose di agnostico scetticismo, ma con lo spirito di chi vuol sempre sapere e capire, neuroni permettendo, ho iniziato la lettura del primo canto “La creazione”.

“Lo Srimad Bhagavatam è la scienza spirituale che ci permette di conoscere non solo la Sorgente ultima di ogni cosa, l’Essere Supremo, ma anche la relazione che ci unisce a Lui.”

Dopo una settantina di pagine ho trovato questo versetto:

 

“I saggi spiritualisti che conoscono la Verità Assoluta chiamano questa Sostanza unica, aldilà di ogni dualità, col nome di Brahman, Paramatma o Bhagavan” (1.2.11)

Vi riporto la spiegazione di Sua Grazia.

“La Verità Assoluta è contemporaneamente soggetto ed oggetto perché non vi si distingue alcuna differenza di ordine qualitativo.

Perciò, Brahman, Paramatma o Bhagavan sono, sul piano qualitativo un’unica verità. Questa Sostanza unica è la Verità Assoluta.

Bhagavan la persona suprema, il signore sovrano, rappresenta l’aspetto ultimo di questa verità assoluta.

Il Paramatma costituisce una manifestazione parziale del signore supremo, mentre il Brahman impersonale è lo sfolgorio irradiante del suo corpo come i raggi che emanano dal corpo del deva del sole. I maestri della verità assoluta sanno che i suoi tre aspetti sono diverse angolazioni dell’unica sostanza.

La Verità Suprema ed Assoluta è sufficiente a se stessa, possiede  la conoscenza perfetta ed è libera da ogni illusione generata dal concetto della relatività.

 Nel mondo del relativo ciò che conosce è distinto da ciò che è conosciuto, mentre sul piano della verità assoluta non c’è alcuna distinzione. Nel mondo del relativo, chi conosce è l’anima spirituale vivente, che appartiene all’energia superiore e ciò che è conosciuto è la materia inerte,costituita di energia inferiore: dualità, dunque, tra energia inferiore e superiore.

Nell’ Assoluto nessun senso di diversità esiste tra conoscente e conosciuto, perciò tutto là e assoluto.”

        A mio giudizio, oltre ad una chiara similitudine con la Trinità cristiana, sono  interessanti i concetti di energia superiore ed inferiore, molto simili a quanto enunciato dal prof. Ratzinger nell’Enciclica Spe Salvi, che, a mio avviso, è una lezione di filosofia ad altissimo livello.

Per Benedetto XVI il concetto di “sostanza” è duale:   Hypostasis e hyparchonta, una spirituale ed una materiale. (successivamente parlerà di “nuova sostanza” che identificherà col Cristo). L’uso del greco non è casuale ma serve per distinguere le due tipologie con due nomi diversi. La parola latina “substantia”e la sua traduzione italiana “sostanza”, generano un concetto univoco e pertanto occorre ogni volta specificare di cosa si stia parlando.

L’energia superiore, che è la Verità Assoluta per l’ induismo, può corrispondere alla sostanza spirituale Hypostasis, mentre l’energia inferiore, nel mondo relativo, a quella materiale hyparchonta.

 

In tutto questo ci sono due fatti da mettere in relazione e che mi lasciano perplesso:

Il testo originale sanscrito risale a molti secoli prima di Cristo e, quindi prima dei Vangeli ed  i libri che ho acquistato sono una edizione del 1977, ben prima dell’enciclica.

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05/10/2010 Posted by | Varie | , , | 4 commenti

A proposito del”Motu proprio” di Benedetto XVI

            Sono stato consigliato d’ascoltare una conferenza del  Rev. Nicola Bux (*) sul tema ” La liturgia tra tradizione e innovazione”.  Organizzava la conferenza il comitato pisano S. Pio V.

            Il  tema, interessante anche da  un punto di vista storico politico, oltreché religioso, mi ha incuriosito ed, ancor di più Il riferimento alla liturgia di Pio V.

           Questo papa, non molto  apprezzato da certi ambienti clericali, che ignorano o, ancor peggio, fanno finta di ignorare, che grazie al Suo impegno fu costituita la Lega Santa  che sconfisse i turchi nella famosa battaglia del 1571 a Lepanto, respingendo un pericoloso  assalto islamico  alla nostra Cultura Occidentale. Se per più di  quattrocento anni non  siamo stati islamizzati, lo dobbiamo anche a questo papa.

           Oggi, mi  sembra che un’altra battaglia di Lepanto sia cominciata, ma questa volta la stiamo perdendo, più per colpa nostra che per meriti del nemico.

                          

         

            Il prof. Bux, ha voluto chiarire alcuni aspetti delle intenzioni di Benedetto XVI, nel promulgare il Motu Proprio, non recepite da molti e travisate da certi ambienti anche clericali. Lo ha fatto in modo chiaro ed efficace, che denota la sua lunga esperienza di professore e di teologo ai massimi livelli, non per niente è consultore della Congregazione  per la Dottrina della Fede.

           Non mi addentro in questioni puramente teologiche, più consone agli addetti ai lavori, che a un post di recensione, quale questo  vuol essere.

 

 Mi hanno colpito, queste due puntualizzazioni.

            Il perché il Papa non abbia “imposto” il rito tridentino è al di fuori di ogni polemica, la spiegazione è semplicissima : l’esempio.“Noi Papa diamo l’esempio”.

           In pratica non ha voluto commettere lo stesso errore  di quando, dopo la fine del concilio Vaticano II, il nuovo rito, quello in lingua locale, fu imposto, direi anche con  una certa rudezza.

        (NDR.Questo ve lo posso confermare personalmente, a quel tempo ero già adulto, e notai perfettamente questi atteggiamenti, poco spirituali e poco caritatevoli, presi a prestito da ideologie allora imperanti.)

            La seconda osservazione, sul perché sia stato rivalutato il rito tridentino è ancora più disarmante.

          Quel’è lo scopo della liturgia? Pregare  Dio, ovviamente, e se uno preferisce farlo in latino dov’è il problema? D’altronde, fin da quando S. Pietro e S. Paolo fecero di Roma la sede del cristianesimo, il latino, a quel tempo lingua universale, divenne  la lingua ufficiale della chiesa  e lo è ancora oggi.

            Un osservazione, interessante, che a prima vista può sembrare ininfluente, è quella della posizione del celebrante la Messa rispetto all’altare.

            Nella prima parte della Messa viene divulgata   la parola del Signore  al popolo dei fedeli, per cui è giusto che il sacerdote sia rivolto verso coloro che ascoltano, ma nella seconda parte, (offertorio,consacrazione e comunione) vi è la adorazione di Dio e quindi il celebrante, fedele tra i fedeli,  è più logico che sia rivolto, insieme agli altri, verso la divinità.

            La conclusione che si prospetta sono un Messale latino con front pagina in lingua locale: ed è un giusto compromesso. Il latino è una lingua stabile che non si evolve più, mentre le lingue di uso comune  si modificano continuamente, mutando anche  il significato delle parole; pertanto un aggiornamento periodico si rende necessario.  

            La Messa con rito tridentino è una chance in più per la chiesa, molti fedeli  e soprattutto i giovani guardano ad essa con interesse, riconoscendole un ruolo mistico e di concentrazione sulla preghiera che si è perso con l’avvento del nuovo rito. Quindi il nuovo è accettare la liturgia tradizionale, compenetrandola  con la parte migliore dell’innovazione, il tutto senza stravolgere il significato di liturgia che è, fondamentalmente,  l’adorazione della divinità, da parte dei fedeli.

 

           Mi  è sembrato, per qualche ora, di essere tornato sui banchi del liceo e vi confesso con un certo rimpianto, se aggiungete che il prof. Bux  si è prestato anche a rispondere ad alcune mie domande, ciò non ha fatto  altro che accrescere il piacere di una bella serata di Cultura, che  è scivolata via fino a tarda ora.

 

              Mi scuso per l’eccessiva sintesi dovuta alla necessità di essere brevi, per poter essere letti sul web, e per eventuali imprecisioni dovute a mie carenze teologiche, che alcuni amici del web non mancheranno di farmi notare….

 

(*)NICOLA BUX è nato a Bari nel 1947. Dopo gli studi teologici a Roma e l’ordinazione sacerdotale, ha compiuto ricerche nell’Ecumenical Institute e nello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme; ivi ha insegnato nella Facoltà Teologica di S. Salvatore e a Roma nell’Istituto Liturgico S. Anselmo. Ha soggiornato nei paesi “ortodossi” dell’Europa Orientale e in quelli “islamici” del Vicino Oriente, fondando con Franco Cardini e David Jaeger l’Europe-Near East Centre. A Bari è rettore della chiesa di S. Giuseppe e docente di liturgia comparata nell’Istituto Ecumenico, di cui è vice-preside, e di teologia dei sacramenti nell’Istituto Superiore di Scienze Religiose. È consultore delle Congregazioni per la Dottrina della Fede e per le Cause dei Santi e consulente della rivista teologica internazionale «Communio». È autore di oltre quaranta saggi, tradotti anche in altre lingue, e di una decina di libri.

Dal  sito

 http://www.itacalibri.it/template/listArticoli.asp?scheda=A&azione=RA&IDAutore=23129&LN=IT&IDFolder=144)

24/06/2008 Posted by | Filosofia e Religioni, Varie | , , , , | 13 commenti

Lo “zero”: non solo matematica

Lo guardi e non lo vedi
lo ascolti e non lo senti
ma se lo adoperi è inesauribile

 

(dal “ Tao Te King” di Lao Tse, VI sec a.C.)

             E’ il Tao, l’Assoluto, ma sono parole che  si adattano bene anche allo zero, un numero molto speciale e, per molto tempo, avversato, che richiede un esame attento. E’ un numero  nel cui substrato si annidano, oltre la matematica, i concetti del Nulla e dell’Infinito.

             Il concetto di zero, appartiene alla cultura indiana, come del resto le altre cifre dall’uno al nove, oggi in uso, fu, in Europa, inizialmente guardato con sospetto, in fondo usare lo zero comportava l’ammissione dell’esistenza del Nulla, con le relative implicazioni filosofiche e religiose.

             Questa avversione aveva radici lontane: i greci, sia in epoca classica che in  epoca ellenistica, non danno un valore numerico al nulla. Per di più  grandi  filosofi, come  Platone ed Aristotele, ne teorizzavano la non esistenza.  Se il niente non può esistere, non può esistere neanche un numero che lo rappresenti e su  questo indirizzo era anche la chiesa.

            Gerberto d’Aurillac, celebre matematico,più conosciuto come papa Silvestro II nel 999, è stato fra i primi divulgatori, nella cultura  occidentale, delle cifre indiane e dello zero. Cifre, trasmesseci dagli arabi, che aveva conosciuto durante un suo viaggio in Spagna nel 967. Molti dubbi rimanevano tra i teologhi più intransigenti  ma, da lui in poi,lo zero assume il suo ruolo fondamentale,  tanto che  in un manoscritto del monastero di Salem, del XII secolo si può leggere:
Ogni numero nasce dall’Uno e questo deriva dallo Zero. In questo c’è un grande sacro mistero: Dio è rappresentato da ciò che non ha né inizio né fine; e proprio come lo zero non accresce né diminuisce un altro numero al quale venga sommato o dal quale venga sottratto, così Egli né cresce né diminuisce”.

 

         Lo zero ha la proprietà di “essere” il nulla o l’infinito, moltiplicando un numero per zero il risultato è sempre zero, dividendo un numero per zero il risultato è infinito. Dunque lo zero è l’ alfa o l’omega: il principio o la fine.

 

       Forse dipende da noi la scelta dell’operatore: moltiplicare o dividere?

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Alcune notizie sulla storia dei numeri.

          I numeri sono antichi tanto quanto il genere umano, anche l’uomo del paleolitico doveva  contare “qualcosa” ed è sempre stata una necessità della vita di tutti i giorni. Ad esempio nella pastorizia, contare il numero dei capi era essenziale, ma intuitivamente si partiva dal numero uno:  1 pecora,2 pecore  etc.         Che significato poteva avere zero pecore? Nessuno a quel tempo. Per questo motivo gli antichi popoli come egizi, greci, romani  non conoscevano lo zero, i babilonesi  che erano molto evoluti, consideravano due simboli cuneiformi,quasi due barrette oblique, non tanto come zero quanto come mancanza di una cifra.  (Il sistema babilonese era sessagesimale )

 

          Molto probabilmente i primi ad adottare lo zero, come numero, furono i Maya,con il loro sistema vigesimale ,cioè in base venti.

 

        I Maya per indicare un ordine numerico vuoto inventarono lo zero. Lo rappresentavano usando diversi glifi per lo più a forma di conchiglia. Si pensa che l’introduzione  del numero zero sia dovuta anche per motivi  religiosi, non dimentichiamoci che i maya avevano elaborato un calendario molto preciso e sapevano fare calcoli astronomici elaborati, che servivano a determinare le date delle ricorrenze religiose. Un calendario  che arriva fino al nostro 2012!!!

            Il Brahmasphutasiddhanta costituisce la fonte più antica conosciuta,dopo i maya, a considerare lo zero un numero ed enuncia anche regole aritmetiche  e sui numeri negativi.

           L’aspetto più interessante  è l’ usare un numero limitato di simboli con cui scrivere tutti i numeri, secondo alcuni studiosi, dovuto alla conoscenza diretta o tramite i greci, del sistema sessagesimale babilonese, ben più antico. Gli indiani avrebbero allora iniziato ad utilizzare solamente i primi 9 simboli del loro sistema decimale in caratteri Brahmi, in uso dal III secolo a.C. Questi simboli assumono forme leggermente diverse secondo le località ed il periodo temporale, ma sono comunque questi che gli arabi più tardi copiarono e che, in seguito sono passati in Europa fino alla forma definitiva standardizzata dalla stampa nel XV secolo.

Indiani (XI sec. d.C.)

numerazione posizionale, a base decimale 

           Gli Indiani, oltre ai simboli dei numeri, ebbero l’intuizione geniale d’inventare lo “zero”. Quest’idea del “nulla”, che impregna il misticismo religioso induista, è importantissima per  la matematica: il nostro sistema di numerazione  decimale e posizionale si basa, infatti, su unità, decine, centinaia, etc..

          L’uso dello zero ci permette di scrivere con poche cifre, ad esempio il numero “200” che significa  due  centinaia  zero decine e zero unità“.

 

         Direi che l’affermazione dello zero e del sistema decimale-posizionale, in Italia ed in Europa, sia dovuta principalmente, oltre al già citato papa Silvestro II, al grande matematico  Leonardo Fibonacci.

Gli arabi chiamavano lo zero sifr (صفر): questo termine significa “vuoto” ma nelle traduzioni latine veniva indicato con “cephirum”, cioè zefiro (nella mitologia greca  è la personificazione del vento di ponente).Infatti nel  “Liber  abaci” di Leonardo Fibonacci (Pisa 1170 – Pisa 1250) si può leggere:

“Novem figure indorum he sunt 9 8 7 6 5 4 3 2 1 Cum his itaque novem figuris, et cum hoc signo 0, quod arabice zephirum appellatur, scribitur quilibet numerus, ut inferius demonstratur.” 

( Ci sono nove figure degli indiani: 9 8 7 6 5 4 3 2 1. Con queste nove figure, e con il simbolo 0, che gli arabi chiamano zephiro, qualsiasi numero può essere scritto, come dimostreremo.) 

Da zephirus si ebbe zevero e quindi zero.

 

 

 

 

 

 

 

22/06/2008 Posted by | Varie | , , , , | 7 commenti

Spe salvi ed il marxismo.

Spe salvi.
Ovvero come dare elegantemente il benservito al marxismo.

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     L’enciclica “Spe salvi”  è di un forte spessore filosofico, più la leggo e più scopro che, in ogni suo passo,  ci sono elementi da studiare e su cui riflettere, questo non significa che concordi su tutto, ma sul tema del marxismo si.
    Certamente il punto 20 e 21 non piaceranno ai sedicenti cattolici democratici che, purtroppo, si annidano anche fra gli ecclesiastici, come non piaceranno ai veterocomunisti, ma hanno conquistato la stima di chi, pur essendo laico, disconosce un qualsiasi valore pratico alla filosofia di Marx.
      Le argomentazioni del prof. Ratzinger sono ineccepibili, solo dei miopi o delle persone in malafede, non vedono l’errore fondamentale del marxismo: l’affossamento dell’uomo, cioè proprio di quell’ uomo che a parole vuole redimere.
“…Ma con la sua vittoria (rivoluzione bolscevica,ndr) si è reso evidente anche l’errore fondamentale di Marx. Egli ha indicato con esattezza come realizzare il rovesciamento. Ma non ci ha detto come le cose avrebbero dovuto procedere dopo. Egli supponeva semplicemente che con l’espropriazione della classe dominante,con la caduta del potere politico e con la socializzazione dei mezzi di produzione si sarebbe realizzata la Nuova Gerusalemme. Allora, infatti, sarebbero state annullate tutte le contraddizioni, l’uomo e il mondo avrebbero visto finalmente chiaro in se stessi. Allora tutto avrebbe potuto procedere da sé sulla retta via, perché tutto sarebbe appartenuto a tutti e tutti avrebbero voluto il meglio l’uno per l’altro. Così, dopo la rivoluzione riuscita, Lenin dovette accorgersi che negli scritti del maestro non si trovava nessun’indicazione sul come procedere.”
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“…egli aveva parlato della fase intermedia della dittatura del proletariato come di una necessità che, però, in un secondo tempo da sé si sarebbe dimostrata caduca. Questa « fase intermedia » la conosciamo benissimo e sappiamo anche come si sia poi sviluppata, non portando alla luce il mondo sano, ma lasciando dietro di sé una distruzione desolante. Marx non ha solo mancato di ideare gli ordinamenti necessari per il nuovo mondo – di questi, infatti, non doveva più esserci bisogno. Che egli di ciò non dica nulla, è logica conseguenza della sua impostazione. Il suo errore sta più in profondità. Egli ha dimenticato che l’uomo rimane sempre uomo. Ha dimenticato l’uomo e ha dimenticato la sua libertà. Ha dimenticato che la libertà rimane sempre libertà, anche per il male. Credeva che, una volta messa a posto l’economia, tutto sarebbe stato a posto. Il suo vero errore è il materialismo: l’uomo, infatti, non è solo il prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarlo solamente dall’esterno creando condizioni economiche favorevoli.”
E’ questa  un’indiscutibile campana a morto per il marxismo, ma non credo, che quelli, a cui sono  dedicati questi due paragrafi, lo capiranno, il loro è un cervello a circolazione neuronica limitata.

14/01/2008 Posted by | Filosofia e Religioni | , , , , , , | 37 commenti

“Spe salvi” ultima spes.

        Finalmente un Papa coraggioso,un Papa culturalmente superiore,un Papa che ha le idee chiare da dove proviene l’attuale malessere della Chiesa. Il Concilio Vaticano II, grande errore di Giovanni XXXIII ,commesso per scarsa cultura e grandissimo errore di Paolo VI, che pur avendone il potere, non lo interruppe, salvo poi dire che il fumo di satana era giunto al soglio pontificio: il cancro marxista aveva corrotto molti prelati.

        Oggi la Chiesa e non solo la Chiesa, ma il mondo tutto, paga gli errori del recente passato, l’aver permesso  che ideologie negatrici dell’uomo e della Civiltà avessero voce in capitolo nella sua conduzione.

        Il credente ha bisogno, che la stella cometa che lo guida, mostri di essere una luce forte e splendente,non una flebile fiammella, sulla quale falsi prelati pseudo progressisti soffiano per spengerla.

        Oggi gravi pericoli incombono sulla nostra Civiltà: l’islam e lo sfacelo morale della società.

        Società imbevuta di falso progressismo,di buonismo che sa di vigliaccheria,di disconoscimento dei valori etici universali, di resa incondizionata ad un materialismo tanto insulso quanto autolesionista.

       La Fallaci diceva di essere un’ “atea cristiana”, io dico di essere un “agnostico cristiano”, con queste affermazioni intendiamo riconoscere quello che, negazionisti senza scrupoli, cattolici adulti nel fisico, ma feti come sviluppo cerebrale, non ammettono: le radici cristiane della nostra Civiltà.

      Ci sono personaggi, anche prelati, di molto dubbia moralità, che sono aperti a non meglio precisati valori di accoglienza, di tolleranza e, nello stesso tempo, incongruentemente, nemici della chiesa: sono solo le quinte colonne  dell’islam.

     L’ultima spes è che “tutti gli uomini di buona volontà” indipendentemente dai loro credo, si uniscano per salvaguardare la nostra Civiltà, la nostra Cultura, dalla barbarie dell’islam e dalle metastasi del marxismo.

02/12/2007 Posted by | Filosofia e Religioni | , , , , , | 18 commenti

Se Dio esistesse: come vorrei che fosse il “mio” Dio?

             A prima vista l’interrogativo sembra insensato, ma se l’ esaminiamo attentamente, vediamo che esso implica, in sé, tutte le domande fondamentali, alle quali nessuno ha potuto dare risposte esaustive e definitive.

       Dio non esiste.     

            E’ l’uomo che ha creato Dio, per dare una spiegazione del mondo, per trovare conforto alla sua insicurezza  e alle sue paure. Questa è la posizione atea,ma è molto riduttiva: elude le domande fondamentali “da dove veniamo?, perché siamo qui?,dove andiamo? e, soprattutto, perché esistiamo?”  

           Questa posizione comporta dover credere,si proprio credere, perché non ci sono prove sicure, che tutto origini da una casualità probabilistica,da uno “scherzo” della meccanica quantistica,una fluttuazione quantica del vuoto.

          Chi ci assicura che la meccanica quantistica sia la verità? Il progredire della scienza è sempre stato un avvicinamento alla verità,un’ approssimazione dunque.

      Dio esiste.

           Questo spiega molte cose, si può rispondere alle domande fondamentali in funzione dell’esistenza di Dio, ma pone altri problemi.

          Bisogna credere nella Sua esistenza,credere perché  non ne abbiamo le prove, poi bisogna rispondere alla domanda: come Dio interagisca, ammesso che interagisca, con l’universo e con “noi”.

         Da qualunque angolazione si affronti il problema e qualunque metodo di analisi – sintesi, scientifico o filosofico, si adopri, non possiamo ragionevolmente dare delle conclusioni finali incontrovertibili: è un percorso escatologico non praticabile. In altre parole bisogna ricorrere a dei postulati.

  Postuliamo l’esistenza di Dio, ne consegue che bisogna credere.

 “Dove” può avvenire l’incontro con Dio ?

         In più di 25 secoli di filosofia ed in  più di 60 secoli di religioni,milioni di parole sono state spese sull’essere e sul non essere, sull’ente, sull’essente, sull’ esistente, monadi, noumeni, cosa in sé,percezione in sé, politeismo,monoteismo,ateismo,panteismo,manicheismo,solo per citare alcuni esempi ed il tutto invano.

         La maggior parte di queste teorie sono in ottimi trattati, scritti da pensatori illustri, disquisizioni sottilissime ed eleganti, ma risultati concreti ed applicabili? Nessuno.

         Parafrasando Einstein, che diceva di non credere che Dio giocasse a dadi con l’universo,  penso, che  si possa dire, che un dio, realmente esistente, non  giochi a “nascondino”con l’uomo, con il suo creato.

    Quali sono le condizioni perché due “persone” si possano

incontrare ed interagire?

         La risposta, presa a prestito dalla matematica, è abbastanza immediata, le due “persone”  devono appartenere allo stesso insieme.

         Dunque Dio e gli uomini devono essere nello stesso “spazio” ed essendo l’infinità, l’attributo più importante di Dio, ne consegue che Dio permeando tutto lo spazio è in ogni uomo.

         Il tutto in accordo con il biblico :”Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza” (Gen 1, 26-28.31a).dove immagine e somiglianza vanno interpretate, come  aspetto spirituale piuttosto che antropomorfico, anche se un’ iconografia secolare, soprattutto greca e cristiana,  rappresenta gli dei e Dio in sembianze  umane.

        Se le cose stessero così, non vi è dubbio che il rapporto Uomo-Dio sarebbe in comunione, ossia un rapporto diretto privo d’ intermediari.

        Una vera e propria religione intellettuale, dove lo spirito assume un ruolo dominante sul mondo cosidetto reale fino a farlo scomparire. In filosofia si potrebbe assimilare ad un  processo di ipostasi, ossia l’unione dei principi divini ed umani che la quidditas divina crea  per emanazione.

       Questo è un Dio che potrebbe rispondere alle mie aspettative,un  Dio che non si intromette nel complesso umano-materialistico, un Dio che privilegia  il cogito, il colloquio con l’ Uomo, che, a sua volta, in questo rapporto non ha bisogno di istanze sociali o di sussidiarietà o comunque materialistiche.

       La materia è transeunte, il fine ultimo è l’identificazione  dello spirito  nello Spirito.

  C’è un particolare,non di poco conto, che mi lascia perplesso :

E’ il postulato da cui ho iniziato: l’esistenza di Dio.  

25/11/2007 Posted by | Filosofia e Religioni | , , , , , | 18 commenti